
r=realtà s=sogno x=spazio y=tempo
“almeno potresti scrivere una poesia”. “ma ne ho già scritte migliaia”. “sì, ma potresti scriverti una poesia”. “per me?”. “per te. non ti sei mai scritto una poesia? qualcosa che celebri te stesso, ma in forma diretta.” “non capisco” “sì, che mi capisci. anziché dedicare gli oggetti le situazioni le emozioni per qualcun altro, che spesso è scomparso nel giro di un soffio, perché non ti dedichi qualcosa? In fondo te lo meriti. ed è anche meno ipocrita che scrivere a qualcun altro qualcosa che vorresti dire a te” “incomincio a capire” “ e allora prova” “vediamo. a te che…” “ma no, qualcosa di spontaneo però”. “difficile essere spontanei dopo quello che mi hai detto” “e allora non provare. scrivi” “il mondo che s’inalbera…” “qualcosa di più personale!” “eccheppalle però. non ti va bene niente” “è a te che non sta bene. lo so che puoi fare di meglio” “qualcosa come Oggi sono stanco, e mi voglio dedicare…” “un po’ troppo esplicito, ma la strada è già più questa. essere sinceri” “ma la poesia non è sincera. Montale parlava di fiori che non aveva mai visto” “ma era sincero quando ne parlava. insomma ci credeva” “infatti la poesia è un atto di fede. la poesia, salvo rare eccezioni, è metafisica. parla di questo per parlare d’altro, ma soprattutto, crede nel potere della musica e della lingua. crede che il suono basti…” “ma allora anche la musica. e non è sincera, la musica?” “non lo so. è che mi sento più vicino alla prosa” “è che non va il tuo atteggiamento” “dovresti sentirti vicino alle parole, ecco tutto” “ma è proprio l’opposto. la poesia sta vicino alle parole, la prosa sta vicino ai fatti. dai fatti va verso i concetti. la poesia non è mai narrativa” “e bukowski allora?” “questo discorso sta deviando. parlavamo di scrivere una poesia per me” “esatto. ancora non hai cominciato?” “ho bisogno di spazio”. “tutte scuse. quello che ti serve è un foglio”
“ho bisogno di un pianeta” “anche quello ce l’hai già. eccoti la penna.” “ho bisogno di sentirmi amato” “ti ami, e questo ti basta” “ho bisogno di un movente” “potresti uccidermi” “sei tu che mi uccidi, e non so nemmeno chi sei” “sono quello che vuoi” “non voglio che tu sia” “allora scompaio, basta che tu ti scriva una poesia” “lo farò” “addio”. E adesso che sono rimasto solo, ho bisogno di te.
Così ti cerco
andando a capo per sentirti meglio
e dare il ritmo che voglio
che è la marmaglia sulla sabbia, l’orma di un piede
l’unico a non essere cancellato al mattino
dopo la marea
avanti e indietro
il solito suono
la solita metafora di chi non ha ispirazione
ma che colpa ne ho se
amo la battigia
e la montagna non mi prende
Così mi cerco
in quella traccia non ancora cancellata
e già mi accorgo che scatta una risata
non posso dedicarmi niente, tanto meno
questo salvagente
lasciato da un bagnante che non aveva bisogno
di essere salvato
e ho bisogno di non andare a capo, e mi sono pentito di averti cacciato, per cui se ci sei ancora, parla, adesso ho capito, la dedica, e tutto il resto, mi basta anche solo una sillaba, e ti dedicherò mille canzoni, perché era a te che non avevo mai lasciato niente, mi basta solo un cenno, e inizierò a comporre, ecco, allora, ci sei?
ci sei? ci sei? “sì” “sospiro di sollievo. o di paura. perché adesso mi tocca fare sul serio”. “e allora ridiamoci sopra”. “e allora ridiamoci sopra”
“grazie per la poesia” “grazie per la poesia…” “figurati” “è stato bello” “sarà ancora più bello” “non ne dubito” “non ne ho il minimo dubbio” “è sicuro” “e allora scriviamoci sopra” “e allora, scriviamoci sopra”. “ecco, ti do il mio fianco” “no, scrivi prima tu sopra di me” “e cosa?” “qualsiasi cosa, basta che sia sopra” “facciamolo insieme, allora” “d’accordo, scriviamoci sopra”
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(nessuna rilettura molta ascoltatura)
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