CORNICE

Cornice

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Dovrei prestare più attenzione a chi, a cosa la merita

a costo zero

senza aspettare di ricevere indietro

una distrazione

Dovrei dirigere il mio olfatto verso odori meno rassicuranti

e familiari, abituarmi al veleno dei topi per quando

non ci sarà cibo

Dovrei azzerare il contatore del gas e riscaldarmi a contatto

con pannelli umani, sorridere ai passanti e non al passato

Dovrei bastarmi anziché cercare approdo

in estensioni tecnologiche superate il giorno stesso

da nuove intenzioni

Dovrei dovrei dovrei ma soprattutto voglio

continuare a scrivere

anche quando sarà spenta la corrente elettrica

e ci faremo i segni con la bocca e con le mani

al buio, e se il discorso si farà nascosto

ci potremo sempre penetrare

,,,

Di getto, nel letto

Mi manchi, anche se sei qui. Se potessimo almeno sommare tutte le vite che abbiamo vissuto insieme, giorno dopo giorno, ogni stagione casa pranzo passati, e apparecchiarli tutti qui, su questa tavola dove mangiamo adesso, e invece no: ci tocca vivere un profumo per volta, una carezza soltanto, e tutto il resto di noi, dov’è che è andato? Rimarrà qualche traccia da qualche parte al di là della nostra testa? E’ che vorrei vivere tutto insieme, perché quei luoghi e quei tempi mi mancano, perché significa che noi non siamo qui, e che la maggior parte di me, di te, si è consumata, e ora mi tocca bere questo caffè, ma che ne è stato di quella mia battuta, e tu che avevi riso, ti ricordi, avevi quel vestito, e poi si è consumato e l’hai buttato, e certo non posso dire che ti ami come il primo giorno, ma non perché ti ami di meno, ma perché oggi non è il primo giorno, per cui io ti amo come il millesimo giorno, e posso amarti solo come oggi, e tu puoi amarmi solo come oggi, mentre bevi in questa tazza, l’altra si è rotta, e poi si romperà anche questa, e anche questa mia battuta a cui tu stai ridendo, in questo momento, sciacquata nel lavandino, messa a scolo, evaporata. E adesso che poi ci mettiamo a letto, in quale letto siamo? E quella casa vecchia che abbiamo lasciato, le pareti sentono per caso il nostro odore, le pareti sanno ancora del nostro odore? Possibile che anche l’ultima nostra cellula morta sia stata spazzata, volata via per la finestra, storicizzata? Abbracciami bene, perché non posso pensare che domani noi saremo andati, e al nostro posto si potrà svegliare qualcun altro, che sarà chi avrà fatto adesso l’amore, e si ricorderà di questo che entra dentro adesso, ma noi no, io e te siamo quelli che non l’hanno ancora fatto, che non si sono detti quel che ci diremo e non ci diremo adesso, quindi forse, se non ci diremo niente, se non faremo niente, ci risveglieremo ancora uguali e ci ameremo uguali domattina, in questo letto? Sento che la soluzione non è vicina, ma nemmeno troppo lontana da questo, restare zitti, non fare niente che possa trasformarci, l’amore l’amplesso dovrebbe essere un tempo altro, per cui al risveglio, se non avremo fatto altro che l’amore, forse potremo svegliarci ancora, amarci almeno due giorni allo stesso modo, non progredire, né regredire, essere allo stesso punto identico di prima e dopo, fissare questa regola, come regola di vita, mangiare sempre la stessa cosa, dire sempre la stessa parola, sorriderti sempre come adesso, entrarci dentro senza aspettarci altro, venire, addormentarsi all’istante, e risvegliarci come estranei prediletti, senza che ci possa succedere niente.

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scritto adesso, di getto, senza leggere indietro o avanti, per una volta, nemmeno una virgola

“So what would you like for breakfast?”

* * *
“So what would you like for breakfast?”

 

E ancora non capivo che volevi

dopo che mi ero messo a dieta e si era pure ristretta

la carta d’identità

E ancora non capivo che sapevi

delle etichette per il lavaggio delicato

e l’esclusione centrifuga

quando a me toccava sempre il misto lana

anche se pungeva

E inoltre non capivo tutto un elenco di posate

dai nomi più affilati, e poi centro bicchieri, fuori tavola,

decorazioni di nessun valore per ospiti di scarso peso,

avrei voluto vivere una casa piena

e tu un castello vuoto

avrei preferito parlare la tua lingua

che interpretare le tue mani

e dove andassero

e cosa toccassero

Ma ancora non capisco che vuoi

dopo che la luce l’hanno tolta da tempo

e al massimo funziona il gas,

per togliere il disturbo ci vorrebbe una cornacchia mangiaoggetti

siccome non sai dirmi cos’è tuo cos’era mio

E adesso mi si sono stretti anche i vestiti

e sono quasi nudo dalla morte in su

e se mi stringo anch’io posso aggrapparmi

al filo di luce sotto la porta

passare ogni stanza

fino a scalare i bordi e tuffarmi

dentro la tazza della colazione

 (gennaio 2011)


SOPRA


r=realtà    s=sogno    x=spazio    y=tempo

 

 

“almeno potresti scrivere una poesia”. “ma ne ho già scritte migliaia”. “sì, ma potresti scriverti una poesia”. “per me?”. “per te. non ti sei mai scritto una poesia? qualcosa che celebri te stesso, ma in forma diretta.” “non capisco” “sì, che mi capisci. anziché dedicare gli oggetti le situazioni le emozioni per qualcun altro, che spesso è scomparso nel giro di un soffio, perché non ti dedichi qualcosa? In fondo te lo meriti. ed è anche meno ipocrita che scrivere a qualcun altro qualcosa che vorresti dire a te” “incomincio a capire” “ e allora prova” “vediamo. a te che…” “ma no, qualcosa di spontaneo però”. “difficile essere spontanei dopo quello che mi hai detto” “e allora non provare. scrivi” “il mondo che s’inalbera…” “qualcosa di più personale!” “eccheppalle però. non ti va bene niente” “è a te che non sta bene. lo so che puoi fare di meglio” “qualcosa come Oggi sono stanco, e mi voglio dedicare…” “un po’ troppo esplicito, ma la strada è già più questa. essere sinceri” “ma la poesia non è sincera. Montale parlava di fiori che non aveva mai visto” “ma era sincero quando ne parlava. insomma ci credeva” “infatti la poesia è un atto di fede. la poesia, salvo rare eccezioni, è metafisica. parla di questo per parlare d’altro, ma soprattutto, crede nel potere della musica e della lingua. crede che il suono basti…” “ma allora anche la musica. e non è sincera, la musica?” “non lo so. è che mi sento più vicino alla prosa” “è che non va il tuo atteggiamento” “dovresti sentirti vicino alle parole, ecco tutto” “ma è proprio l’opposto. la poesia sta vicino alle parole, la prosa sta vicino ai fatti. dai fatti va verso i concetti. la poesia non è mai narrativa” “e bukowski allora?” “questo discorso sta deviando. parlavamo di scrivere una poesia per me” “esatto. ancora non hai cominciato?” “ho bisogno di spazio”. “tutte scuse. quello che ti serve è un foglio”

“ho bisogno di un pianeta” “anche quello ce l’hai già. eccoti la penna.” “ho bisogno di sentirmi amato” “ti ami, e questo ti basta” “ho bisogno di un movente” “potresti uccidermi” “sei tu che mi uccidi, e non so nemmeno chi sei” “sono quello che vuoi” “non voglio che tu sia” “allora scompaio, basta che tu ti scriva una poesia” “lo farò” “addio”. E adesso che sono rimasto solo, ho bisogno di te.

Così ti cerco

andando a capo per sentirti meglio

e dare il ritmo che voglio

che è la marmaglia sulla sabbia, l’orma di un piede

l’unico a non essere cancellato al mattino

dopo la marea

avanti e indietro

il solito suono

la solita metafora di chi non ha ispirazione

ma che colpa ne ho se

amo la battigia

e la montagna non mi prende

Così mi cerco

in quella traccia non ancora cancellata

e già mi accorgo che scatta una risata

non posso dedicarmi niente, tanto meno

questo salvagente

lasciato da un bagnante che non aveva bisogno

di essere salvato

e ho bisogno di non andare a capo, e mi sono pentito di averti cacciato, per cui se ci sei ancora, parla, adesso ho capito, la dedica, e tutto il resto, mi basta anche solo una sillaba, e ti dedicherò mille canzoni, perché era a te che non avevo mai lasciato niente, mi basta solo un cenno, e inizierò a comporre, ecco, allora, ci sei?

ci       sei?   ci        sei?                     “sì”          “sospiro di sollievo. o di paura. perché adesso mi tocca fare sul serio”. “e allora ridiamoci sopra”. “e allora ridiamoci sopra”

“grazie per la poesia” “grazie per la poesia…” “figurati” “è stato bello” “sarà ancora più bello” “non ne dubito” “non ne ho il minimo dubbio” “è sicuro” “e allora scriviamoci sopra” “e allora, scriviamoci sopra”. “ecco, ti do il mio fianco” “no, scrivi prima tu sopra di me” “e cosa?” “qualsiasi cosa, basta che sia sopra” “facciamolo insieme, allora” “d’accordo, scriviamoci sopra”

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(nessuna rilettura molta ascoltatura)

Mister Magone (una fiaba contemporanea)


Mister Magone un giorno camminava per le strade della sua città. La città era grande, e la forma quella dell’ansa di un porto, o la pancia di una madre. Giunto a una strada più stretta e storta delle altre, Mister Magone si fermò sulla soglia, come dovesse chiedere il permesso e bussare, prima di entrare. Rimase immobile per qualche secondo, osservando i bagliori sul fondo della strada che non aveva fine, perché dopo un po’ la nebbia e il buio appena scesi avevano cancellato ogni profondità, come tirando su – a colpi di cazzuola rapidi e muti – un muro piatto e scuro nel piccolo orizzonte della via. Dall’asfalto saliva su un odore denso di foglie marce misto a gasolio e a castagne bruciate. L’uomo respirò profondamente, due, tre volte, tingendosi le narici di quegli aromi così mischiati, poi tirò il petto in fuori, e un passo dopo l’altro cominciò ad attraversare il vicolo, appressandosi poco a poco al muro di nebbia sul fondo. Adesso anche i bordi dei palazzi che limitavano la strada erano scomparsi. Poteva essere in qualsiasi posto e in nessuno in particolare, e se forse tutto questo assomigliava alla morte, era qualcosa di soffice, come il ricordo quasi perduto di un volto amato, che ogni tanto ritorna alla mente, ma confuso. Giunto a metà della stradina – o di quello che sembrava essere la metà, se presi come estremi l’inizio della strada ormai alle spalle e il muro di nebbia davanti, sempre uguale – avvertì dei passi pesanti di fronte a lui, come i colpi di un martello su un chiodo. Mister Magone tornò d’istinto a farsi immobile, cercando di appiattirsi contro le pareti invisibili dei palazzi accanto a lui; per quanto, in tutta quella nebbia, sentire un rumore qualsiasi poteva anche essere un sollievo. Esaurito l’eco dei passi, davanti a lui si palesò una voce: Dove siamo?

Mister Magone dapprima non rispose. La voce si rifece avanti: Perché non mi dice dove siamo? Per favore. A questa richiesta dal tono quasi infantile, Mister Magone decise di farsi avanti: E’ che non lo so, mi dispiace. Siamo nel mezzo di una strada. Non so altro. E in effetti il resto della città in quel momento gli appariva lontano, del tutto staccato dal vicolo preso, come succede a un turista che il primo giorno di visita ragiona per quartieri separati, non riuscendo a ricostruire l’insieme. Non sapeva più in quale parte della città fosse arrivato, né dove portasse la via in cui s’era addentrato. Per un attimo pensò che la donna fosse cieca, dal momento che  muoveva le mani in avanti, volteggiando in una sorta di danza, o meglio di girotondo, ma quando lo guardò negli occhi lo fissò come fa un gatto randagio, la cui vista pare moltiplicata tanto che le pupille sembra che abbiano una vita propria, e nell’oscurità dietro le pupille non ci sia niente. Quanti anni hai? – chiese d’un tratto a Mister Magone. Cinquanta – rispose lui, esitando per un attimo come per fare un rapido calcolo mentale. Anch’io cinquanta – rispose la donna, anche se ne dimostrava molti di meno. Sorrideva senza sforzo apparente, non un sorriso di circostanza: sorrideva – così sembrava – per un suo bisogno naturale o come un tratto della sua fisionomia, sorrideva come un neo sopra una spalla, o un pelo sotto l’ascella. A quel sorriso, Mister Magone sentì di avere voglia di piangere, ma si trattenne, come del resto faceva sempre. Se hai voglia di piangere, piangi – lo esortò la donna. Poi aggiunse: E se non hai voglia di piangere puoi sempre ridere, perché se non si riesce sempre a piangere, ridere si riesce sempre, prima sforzandosi, e poi naturalmente. Mister Magone si sforzò allora di ridere, ma neanche quello gli riusciva, e così cominciò la donna per lui, e dopo un po’ la risata si fece contagiosa, e adesso le due risate sovrapposte una sull’altra come impronte nel fango rimbombavano tra le pareti dei palazzi nascosti fino al muro di nebbia in fondo alla strada: camminavano spediti, mentre il muro di nebbia si avvicinava, e loro ancora a ridere, fino a che ci caddero dentro, e che cosa ci fosse al di là del vicolo non è dato saperlo, perché una volta raggiunta la fine, continuando a bocca spalancata ingoiando l’aria ed espellendo risate, si voltarono indietro verso l’inizio, e adesso era un altro muro di nebbia da raggiungere: fecero avanti e indietro molte volte, fino a che esausti si fermarono al centro, decidendo che era tempo di proseguire, ognuno verso dove era venuto.

 

(versione provvisoria, novembre-dicembre 2011)

E così via

E così via

Una mela non è

così digeribile

come dice il medico

se prima hai ingoiato

aria a vuoto

Il volo non è

così comprensibile

se non hai le ali

Il seno non cresce sugli alberi

e il suo significato primario non è

allattare ma domandare

Il latte non è

così digeribile

specie se si è intolleranti

La poesia non è

così commestibile

specie se non si è amanti

 


Il regno dei marciapiedi

 

 

Ripresomi dalla sbornia dei cieli

cammino sopra un filo teso

da due api operaie

nel mezzo di uno sciame rosa

trasudo speranza

da nessun poro

non ho un centesimo da dare alla Luna

non ho un centesimo per un cero

lascio cadere sabbia sugli occhi del cieco

sopra i gradini del sagrato

(e non esiste colpa ma soltanto reato

e ogni pena è conseguenza

dell’essere creato, ogni piacere

precede la creazione)

seguo il rumore dei miei passi, o meglio,

lo precedo

lascio la penna

nella cassetta delle offerte d’amore.


ottobre 2011