“Per luce stroboscopica si intende una luce che proviene da fonti intermittenti. Possono essere generate da una semplice lampadina che si accende e spegne a un intervallo di tempo prestabilito e ravvicinato, oppure da una scarica elettrica attraverso un tubo contenente gas (esattamente come il lampo di un flash elettronico)”. (fonte wikipedia)
non ho mai sopportato la luce stroboscopica, una questione di nervi questa intermittenza del sì e del no, però ieri ci ho pensato, colpito da una scarica ripetuta in mezzo alla pista da ballo, qualcosa di fastidioso e affascinante, un punto di osservazione deviato rispetto al normale andamento dei pesi e dei corpi. la luce stroboscopica in un certo senso frammenta lo spazio in unità di tempo. la sua intermittenza, così rapida da sembrare sempre accesa ma non completamente accesa, sembra scattare interminabili foto di persone fissate nel movimento: quasi un film a cui siano stati tolti troppi fotogrammi, una sorta di fotoromanzo violento, accelerato. le espressioni della gente intorno possono restarti dentro per un solo istante, ma come nel cinema, alcune restano impresse per tutta la sera, e oltre: smorfie, accenni di pianto, voci che urlano un ritornello e si spengono prima di terminare la sillaba, ecco sì, perché la stroboscopica riduce tutto in sillabe con cui ti puoi creare un nuovo senso lungo la sala, e allora quel gesto spezzato e ricomposto in qualcos’altro è l’ellissi della narrazione grazie al solo accendi-spegni che dà e toglie senso alle azioni, scomponendole, lasciando spazio all’immaginazione. anche la vita fuori dalla stroboscopica è ellissi, riempimento di sensi, perché non abbiamo mai tutti gli elementi e tutto è ricostruzione da un parziale; però in quella sala, durante la stroboermeneutica, il senso veniva fuori in modo più violento, sì, mi ripeto, violento è l’aggettivo che mi si è insinuato durante la meditazione, una violenza che ha di per sé una nuova accezione, una violenza se non buona comunque neutra, senza alcuna cattiveria, che smonta e rimonta corpi e situazioni senza un’intenzione etica e una direzione precisa. accento-spento come i bit del computer, che non hanno coscienza, accento spento come le pulsazioni, sistole diastole, inspir-espirazione, e così via. la violenza, dicevo, del senso che si imponeva proprio per la sua assenza, per la mescola dadaista che ricompone dal caso pescando dal cilindro delle azioni spezzate dall’intermittenza fotonica. e in tutto questo, anche il mio corpo, se mi guardo durante lo strobostrabismo, è irriconoscibile in quanto negato o al più accennato, e più si nega e più si desidera averlo, avere un odore, un tatto: l’uomo ritorna agli altri sensi, da che la vista è azzerata, e l’equilibrio stroboscopico è un nuovo modo di galleggiare e riadattare il proprio labirinto acustico e il proprio baricentro, e mentre sembra quasi di cadere sotto i colpi della luce incessante, lo spirito di adattamento prende in breve l’abitudine stroboscopica. così, quando l’effetto si spegne e ritorna il semibuio “normale”, c’è qualcosa di innaturale e di stanco nel muoversi di nuovo in quel ritmo naturale, sembra quasi di stare nel bianco e nero, e che tutto nella sala sia più lento e moribondo. e quando riesco in strada un po’ intontito, come quando esco dal cinema, mi chiedo per un attimo quale sia il mio tempo, la narrazione in sala o quella fuori dalla sala, e siccome non ho risposte aspetto la prossima scarica stroboscopica per una possibile quanto remota illuminazione.