Il reato del corpo
Da più parti sollevarono obiezioni circa
la giustezza del tuo corpo, per esempio
il seno
disse di sentirsi troppo piccolo
e le cosce sollevarono dubbi circa
la grandezza della propria circonferenza,
poi fu la volta delle palpebre
troppo in basso
e le richieste del collo
da assottigliare.
Pertanto fu chiamato il giudice nero
con le sue ossicine scricchiolate che
lanciò in giro per il corpo i suoi
servi a controllare
la bontà delle misure e delle proporzioni,
e quando tu sollevasti il dubbio circa
le competenze del giudice e le di lui misure
il tuo seno disse:
la tua invidia è solo pari alla tua bruttezza,
e le cosce plausero la sentenza del giudice
mentre i servi pizzicavano e sollevavano
l’adipe in cerca del muscolo.
Così messa in minoranza
dal tuo stesso corpo
proclamasti uno sciopero generale
in appello alla sana e robusta costituzione:
ti seguirono soltanto i tuoi piedi fedeli
e il tuo cervello che
continuò a bruciare le poche calorie introdotte
e a lavorare per tutti
in barba all’evasione energetica,
finché l’ultima caloria fu bruciata
e nessuno portò più una briciola alla lingua.
Poi da ultima fu tagliata anche l’acqua
e il ministro dell’interno
sulle palpebre chiuse appese un cartello:
“deceduta per cause sconosciute”
mentre già quel seno e quelle cosce
proclamavano l’instaurazione del nuovo
regime alimentare dentro di te
rosicchiando i resti del tuo intestino
e gli ultimi avanzi si muscoli.
Festeggiarono la tua fine sopra la tua pelle opaca
e le tue ossa riemersero come un arcipelago in una bassa
marea. “lunga vita al nostro giudice
e morte ai fianchi larghi traditori!”
E quando si accorsero che di te
non c’era più nemmeno un grammo da mangiare
a uno a uno si consunsero aggrappati
al cuscino di silicone,
fino a che dopo qualche anno
ogni tratto fu consumato
e della dittatura restò solo il cuscino,
e il cuscino si staccò dalle ossa rotolando
lungo i confini dell’amor proprio e andò ancora
oltre, sorpassando i ripensamenti le nostalgie i desideri,
finché i denti di un cane per gioco
morsicarono il cuscino che
esplose in un latrato, ma tutte le repubbliche limitrofe
non udirono che un suono lontano, e lo confusero per qualche
ramo caduto, e non si presero la briga di controllare.
Da più parti sollevarono obiezioni circa
l’esistenza stessa della tua vita, e c’era chi diceva che
non fossi mai nata, e il tuo corpo fosse una leggenda o al massimo
una fiaba
da narrare a tavola quando si mangia il dolce
il giorno di natale.