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Proprietà di linguaggio

 

Proprietà di linguaggio

 

 

ho una casa per le labbra

una bici per le dita

una lumaca per apprezzare il tempo

ho una chiesa per bestemmiare

una risata per incominciare

un frigorifero per conservare

 

(tu in tutto questo

dovresti essere chi legge)

 

(io in tutto questo

dovrei essere chi scrive)

 

ho una storia per addormentarmi

una vasca da bagno all’aperto

una valigia per ogni stanza

ho un poeta aperto ventiquattro ore

in caso fuori faccia brutto tempo

ho labbra attrezzate per i temporali

 

 

CORNICE

Cornice

,,,

Dovrei prestare più attenzione a chi, a cosa la merita

a costo zero

senza aspettare di ricevere indietro

una distrazione

Dovrei dirigere il mio olfatto verso odori meno rassicuranti

e familiari, abituarmi al veleno dei topi per quando

non ci sarà cibo

Dovrei azzerare il contatore del gas e riscaldarmi a contatto

con pannelli umani, sorridere ai passanti e non al passato

Dovrei bastarmi anziché cercare approdo

in estensioni tecnologiche superate il giorno stesso

da nuove intenzioni

Dovrei dovrei dovrei ma soprattutto voglio

continuare a scrivere

anche quando sarà spenta la corrente elettrica

e ci faremo i segni con la bocca e con le mani

al buio, e se il discorso si farà nascosto

ci potremo sempre penetrare

,,,

DREAMS ON SALE (sale sulle ferite dei sogni)

dannati telefilm americani. se non fossi cresciuto con le serie americane a quest’ora non mangerei latte e cereali con caffè in tazza grande davanti allo schermo mentre scrivo. e per schermo intendo la tv, dove in sottofondo danno una serie americana, che mi distrae, ma non riesco a spegnere. trasmettono un episodio di un ragazzino che cerca di fare i compiti ma non ce la fa perché viene distratto da un libro. mai che mi capiti una cosa simile. il massimo di qualcosa di intellettuale che può distrarmi dalle mie inutili occupazioni è quella ragazza sul prato davanti a casa che di colpo si tira su la maglietta esibendomi le tette. e, pur non essendo successo, mi ha distratto lo stesso. e il bello è che non c’è nessuna ragazza in giardino. e dalla mia finestra, poi, non si vede alcun giardino. oh, ma benedetta immaginazione (non ho scritto “dannata” per non ripetermi con l’attacco). mi arriva sempre quando non serve e poi, quando ho bisogno di un cazzo di personaggio nel posto giusto al momento giusto, niente da fare. solo ancora giardiniere improbabili con la gonna corta e una finestrella che si può tirare su e mostra al posto del pube una casetta con un piccolo giardino, all’interno del quale c’è una cameriera in gonna corta con al centro un pube rasato sulla cui area campeggia una giardiniera con tosaerba rosa che ha appena finito di radere l’area suddetta. maledizione. anche tutta questa dovizia di particolari si nasconde non appena in quel capitolo ho bisogno di descrivere quella parete con la tappezzeria piena di strappi dovuti agli anni, e all’interno di quei buchi già vedo altre giardiniere con altrettanti tosaerba, sembrerebbe impossibile anche solo immaginare tutti quei tosaerba e quei piccoli prati, ma niente, li ho immaginati tutti, mentre la tappezzeria è rimasta spoglia, senza alcun ricamo, colore, senza emanare un particolare odore di muffa, o un profumo che so, che al protagonista ricordi l’odore della madre quando era piccolo, l’odore che ricorda anche quello del prato della sua amichetta, ecco, di nuovo lì, sempre lì, non è possibile, dev’essere di nuovo per via di quei beneamati telefilm americani, che se non fosse per loro, adesso, non saprei proprio immaginare niente, nemmeno saprei cos’è la mancanza d’immaginazione e che potrei avercela, un’immaginazione. invece, grazie alle serie americane tutte uguali, agli armadietti che non ho mai avuto a scuola, ai self service che non avevo perché non si mangiava a scuola, alle piscine strepitose che la mia scuola non aveva (andavo in piscina al pomeriggio, una piscina con le piastrelle che ti graffiavano i piedi, e la compagna di nuoto aveva i peli sì, ma nei posti sbagliati, tipo a chili nelle braccia o sopra i denti e sotto, niente), dicevo, grazie a questi strepitosi telefilm dove i problemi erano aspettare i sedici anni per guidare auto più grandi di casa mia con il proprio nome stampato sulla targa quando da noi non cambiava niente, né a sedici né a diciotto, e al massimo dovevi chiedere l’auto a mamma o a papà, e comunque anche quando la recuperavi non ci portavi sopra la più bella della scuola, e una volta sì l’ammetto, ci ho fatto sesso, ma comunque l’ho trovato scomodo, e avevo paura che mi vedessero, per cui anziché guardarla negli occhi o in mezzo alle tette guardavo la strada, e adesso forse è per quello che le strade di notte mi eccitano più di certe donne, dicevo che grazie a questi gloriosi esempi di televisione universale o che io a quell’età credevo tale, mi sentivo così inadeguato perché la mia scuola non era come quella, e forse sarebbe stato meglio avere tante serie come oggi, e internet, così potevi anche trovare la serie che ti somigliava, e personaggi eroici e anche sfigati come rj berger, mentre allora gli sfigati erano solo sfigati, tuttavia, dicevo, ringrazio quei magnifici telefilm, e non so perché, forse perché mi hanno fatto perdere l’immaginazione, o me l’hanno così pilotata che non riesco più a distinguere quel che fa parte del mio immaginario erotico (o anche non erotico) e quel che viene dall’immaginario di quei telefilm, ossia dai loro malefici sceneggiatori. eppure lo so che se adesso provo a sforzarmi, qualcosa mi viene, e posso benissimo descrivere quella tappezzeria, e già la vedo colma di profumi, mosse, dialoghi tipicamente europei, italiani, piemontesi, e oltre, tipicamente e solo miei, perché in fondo lo so che non ce l’hanno fatta e, per quanto quegli sceneggiatori siano riusciti a entrare a fondo, proponendo modelli di acquisto da ingurgitare una volta spento lo schermo o anche a schermo acceso, so di aver mantenuto una mia indipendenza volitiva, immaginifica, immaginativa, immaginevole, imma… insomma, quella cosa lì. perciò, con tutta calma, immergo la mia bella focaccia al rosmarino dentro un bicchiere di rosso, digitando con le dita unte, e ascolta bene, man, se il mio protagonista si chiamerà brian, e nella prima scena a scuola parlerà con il suo amico davanti agli armadietti, e ci sarà fibrillazione per il dannato ballo di fine anno, e poi, alla fine dell’episodio, il ragazzo si rivelerà a lei davanti a tutti suonando una canzone con una chitarra durante la gara di esibizioni, e tutti applaudiranno al bacio, sarà solo una fottuta coincidenza, hai capito fotti-mamma d’un critico che non sei altro?