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svendita di stagione
e in uno squarcio di naturalezza generale, vi ho visto abbandonare ogni perplessità e irragionevole pudore, e togliervi pantaloni e magliette come strappando una pagina da un giornale di moda, e cominciare a provare tutto il negozio, anche i muri magari, la calce viva se si potesse sulla pelle, mettendovi indosso tre quattro dieci abiti insieme, trasformandovi in manichini da vetrina al cambio stagione, o in bruchi da moda che attendono di essere farfalla: onnivore divoratrici di bellezze da indossare, fameliche bulimiche ossessionate dalla svendita totale di vestiti di cui non avevate bisogno, ma se c’è la svendita vuoi bestemmiare, vuoi rimanere a casa a leggere o fare l’amore?
e poi mi sono visto anch’io, ed ero lì, non molto diverso da voi, solitario cazzo tra migliaia di cosce e appendini caduti, sempre sul punto di inciampare, cercavo di restare in piedi e proseguire verso la cassa coi vestiti fin sulla testa, e le urla isteriche Questo è mmmio!, tra schiaffi e strappi di capelli e pugni in faccia per quel gilet che fa tanto Ottocento e lo vorrei indossare nuda con i peli della fica in bella vista, pettinati però, che se no fanno disordine e il gilet diventa inutile, e quasi sciatto se poi sotto ci lasci i peli arricciati.
uscito dal negozio, sono rimasto a guardare dalla vetrina il campo di battaglia. a terra, le macerie dei vestiti abbandonati, lasciati lì a marcire perché Tanto non era la mia taglia; in alto, sugli appendini, pochi vestiti ancora intatti, sono le foglie superstiti che il vento della moda non ha saputo strappare: cadranno da sole nella notte a negozio spento, per assenza di linfa o per effetto del cambio stagione.
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