IL NUMERO CIVICO, LA PELLE
(sesta prova reality blog)
avrei bisogno di una metafora alata, che mi portasse via al momento opportuno, all’ultimo istante, prima di cadere. anche a rischio di rashiare il muro che ci separa, dalle cose di sotto, anche a rischio di sfiorare i rami alti della foresta che si sviluppa intorno casa mia. buttare via la chiave, potrebbe essere questa la chiave giusta per entrare, e non certo ricoprirsi di spade, le spade non aderiscono al corpo e lasciano un sacco di zone d’ombra, facili a colpirsi, penetrabili. dall’alto dove sono ora, sorvolando il paese con la mia metafora alata intravedo già l’altra riva del fiume, oltre la foresta di casa mia, e poi il lago salato che prelude ad acque più grandi. mi sale una lacrima, dato che sono a testa in giù, mi scorre dall’occhio alla fronte. è una sensazione priva di colori da quassù, l’atmosfera più pesante, le case sempre più piccole, grosse come acini d’uva, ho fame. avresti potuto assegnarmi mille parole da dirti, cento frasi obbligatorie, ma non sarebbe cambiato niente. ti amo al di là dei doveri e prima di ogni piacere, ti amo perché sei alla giusta distanza dal mattino e dalla sera, con la luce giusta, i contorni che si spostano, come una meridiana che mi segna il tempo ma non lo batte come fanno le lancette, e perciò non fa rumuore.
la nostra postura è tutta un’assunzione di forme, creature notturne che ci avvolgono le spalle, lutti non elaborati, ma anche: felicità vissute, mani ricevute e braccia date, assorbimento del dolore altrui e altrui bellezza. la nostra postura è la somma di gioia e tristezza, e ciò che fa la tua andatura è un ritorno che va in avanti.
avrei bisogno di atterrare, ora, perché la metafora alata si è spezzata. stanca del mio peso invisibile, ha deciso di sacrificare qualcuno nell’aria. approfitto della quota bassa e delle montagne per lasciarmi andare. la mia andatura, nel vuoto, riprende un senso di marcia, una direzione. creo sentieri tra le correnti d’aria, spartisco il traffico degli uccelli dirigendone l’orchestra, e scendo ancora, nei sogni più ricorrenti, in quello strato di atmosfera dove vanno a dormire i sogni dopo che qualcuno si è svegliato, non lo immagineresti mai, ce n’è un deposito pieno: miliardi di sogni di tutte le epoche, sogni di re vassalli contadini, sogni di amanti, dirigenti, bambini, sogni di furbi e di cretini, ce n’è per tutti in questa valle sospesa, che non incrocia quasi mai le traiettorie degli aerei. di tanto in tanto un’onda d’urta sbatte contro le ali, ma i sogni sono fatti di una materia che conosci solo tu e conosco solo io, non dirlo neanche a dio, potrebbe rubarci le nostre storie e rivelarle sulla terra.
così, a mezz’aria, indeciso se salire o scendere, atterrare o annacquare, infuocarmi o farmi aria, sono passato dalla tua finestra. perché piangi? l’inverno se n’è andato, in punta di piedi. nascono i primi fiori, quelli che nessuno ricorda, in attesa dei frutti succosi di maggio. nascono i primi bambini, rimasti sotto i cavoli di inverni fecondati, nascono le prime lotte per il accaparrarsi l’estate. tu, però, non sei interessato a questo, e resti alla finestra in cerca di una qualche allitterazione, un suono ricorrente in una frase, una regolarità nelle nuvole tra un celeste quasi assordante.
avevo bisogno di una metafora alata, o così credevo, e invece sono sceso, e ho scavalcato per fermarmi accanto a te. entro, sono lì, e il tuo respiro si fa di nuovo regolare. deponiamo tutte le spade, in mezzo ai merletti ai vestiti ai nudi, in mezzo alla stanza. il pavimento non è freddo se io sono il pavimento. l’aria non è fredda se tu sei l’aria. entriamo, e ci facciamo strada tra i rami bassi della foresta, con la chiave in mano. e i lago è già passato e le sue sabbie mobili, già si intravede il muro, e il cane ci si fa incontro, la rana ci fa le feste e passa oltre, teniamo stretta la chiave, ma dov’è la casa? mi prendi la chiave, la spingi verso il basso, il tuo petto porta il numero uno. sento la pelle spostarsi, un terremoto leggero, i peli oscillano al vento, e poi qualcosa brucia, e il nero che esce fuori, evapora, e resta impresso sul mio petto il numero uno. questo è il nostro numero civico. e adesso entriamo, che fuori sta venendo il freddo.
sesta prova del reality blog 7angelie7diavoli.splinder.com/
(che prescriveva l’inserimento nel testo delle parole "
foresta, spada, chiave, casa,lago,muro")