EPIFANIA

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quando l’occhio supera i capelli e oltrepassa la testa… no. quando i capelli toccano l’occhio e arrivano alla bocca e poi al collo… meglio. però volevo scriverlo in un altro modo. ecco: era la prima volta che i miei capelli raggiungevano gli occhi, e oltrepassati raggiungevano la bocca e mi potevo mangiare le ciocche per eccesso di nervosismo. era la prima volta che riuscivo a sentirmi donna, molto più della cosa che avevo in basso, molto più di tutti quelli che entravano. era la prima volta che i capelli erano lunghi, li avevo sempre portati a caschetto corto, forse perché la mamma e il papà temevano la mia bellezza e il suo potere, e un militare col caschetto corto, seppure donna, dà meno nell’occhio di un seno aperto su spaccature a ridosso del mare, onde che si frangono e tutte quelle cose lì cui alludono le mossette, i movimenti rapidi del bacino, e appunto due onde lunghe di capelli fino alla schiena promontorio di belle speranze.

non che odiassi la vita militare, sia chiaro. intanto avevo il terreno facile, e fertile. il novantanove per cento erano uomini. il problema è che, in fondo, agli uomini io ho sempre preferito le donne. hanno una forma-base più bella, naturalmente più leggere, fanno meno rumore di un uomo, sanno osservare meglio e sanno fare più cose meglio, sanno fingere meglio, sanno dire le cose meglio, insomma per farla breve oggi sono scappata dal campo militare. se mi beccano è la fine. oppure un altro inizio. so solo che non potevo farmi altri dieci anni.

quando i capelli superano l’occhio e anche la mente, e si insinuano come reti neuronali sottilissime, fibre ottiche dove passano milioni di dati al secondo, quando i capelli superano l’occhio e il naso, ed entrano nella narice per comunicare un milione di odori, quando i capelli superano occhio e naso e bocca, e camminano su per le labbra risalendo fino alla lingua, e passano milioni di sapori, e quando superano tutto questo e vanno dentro i pori e portano un milione di suoni e di visioni che entrano nella pelle, e toccano ogni cosa con la consapevolezza spenta e la volontà di amare ben accesa, allora io so quel che devo fare. non tornerò là dentro a farmi fottere da un milione di uomini in verde. non andrò fuori a farmi leccare da milioni di farfalle impazzite con la lingua-ala dipinta di muco stellato, no: resterò qui sola a guardare tutti dall’alto, e quando ne avrò voglia scenderò rapida per catturare la mia preda, l’afferrerò con la mia lingua da camaleonte per abbracciarla al mio corpo, e torneremo qui in alto a divorarci come gli istinti primordiali, e le parole prenderanno il senso primordiale, quello delle anfore e delle incisioni rupestre, il rosso rame sarà un giallo più ossidato, le mie dita indicheranno le direzioni del piacere, e la poesia non avrà bisogno di esistere perché tutto sarà solo una lunga poesia, e non avrò più modo di parlare del tuo corpo perché mi anticiperai entrando nel mio, e non avremo più modo di litigare perché le nostre parole saranno sempre in guerra, tese, in cerca di pace sapendo che la pace è più nera della pece e contiene un errore perché prevede la guerra, mentre noi supereremo anche la guerra e saremo in orbita con le dita intrecciate a formare una voce che non dice ma sussurra e poi urla il piacere e il dolore di starsi vicino e che comunque siamo due e non saremo mai uno.

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(ora, tutto d’un fiato, inizio partorito sotto la doccia, torino casa)

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2 risposte a “

  1. grazie!
    g:)

  2. mi sembra cosi’ sprecato che ti commenti solo io…

    questo scritto e’ davvero molto bello

    ho bruciato il mio blogghe senno’ ti avrei fatto una pubblicita’ disgustosa…

    ^_^

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