racconto del falco spettinato in piazza Vittorio
 
 
ero là che tenevo i capelli
a un falco spettinato che girava per i portici
di torino, mattino non qualunque perché aspettavo
te
ero teso nel senso che mi stiravo
ero appena sveglio
e la mia sveglia ancora dormiva,
ecco adesso suona e siamo svegli entrambi
e la mia sveglia era triste perché pensava
Non avrò lavorato bene dato che
si è svegliato senza di me
io dicevo alla sveglia No, davvero, io ti amo ancora
anche se mi alzo prima di te
anzi era per prepararti il caffè
sotto i portici freddi dove il nero si addensa
a forza di scritte
sovrapposte
citazioni di poeti minori come il panda in via di estinzione
ero là che tenevo il pene
per creare traiettorie impreviste sulla neve
e scavare con il caldo una galleria per gli animali
per trovare il cibo sotto la neve
per trovare te sotto il cibo
per trovare me sotto di te
le chiese erano ancora chiuse
i preti facevano l’amore di primo mattino
per non spargere sospetti sopra il sale
che scioglie la neve ma io scelgo di non pregare
se vuoi restare, resta
se vuoi partire, non andare
ero là sotto i portici di Piazza Vittorio
da lontano sentivo le prediche dell’oratorio
masturbate nei bagni coi santini delle modelle,
la lavagna col gesso sapeva di spiaggia e puzza di stella
marina seccata sullo scoglio,
resta dritto o ti verrà la scogliosi sui marosi,
e poi ancora luce di mezzogiorno, e clacson viola
è quasi ora di uscire da scuola,
chi ha staccato la campanella dell’una?
mi dispiace, ma mi serve per la bicicletta:
ho bisogno di avvertire il traffico della mia esistenza,
ed era già pomeriggio, e uscivo dal lavoro
cotolette in tasca, fiordalisi in mano, in testa un uovo
da tenere in bilico come esercizio di pazienza
ora che arrivo a casa e tu mi dici le stesse cose
jeans da lavare, spesa da fare
sono già le otto, il di per di ha già chiuso
apri le gambe, così faremo a meno di mangiare
ma tu non mi porti mai a cena
e tu lo succhi solo il sabato sera
e mai che tu mi dia un bacio
ma se ieri te ne ho dati tre,
così uscivo solo, in compagnia della notte
ero là come dicevo sotto i portici di Piazza Pastello,
tutto era disegnato, la Mole in mano, i pensieri
mi pungevano le guance proprio sotto l’occhio,
non era caldo non era freddo, ero solo io
e faceva troppo freddo per piangere o per nevicare,
ma è questione di ore, dicono,
anche qui verrà la neve, e allora riderò
in mezzo alla piazza, lontano dai portici
e se il cielo mi cadrà addosso
certo sarà un abito perfetto, e calzerà a pennello
sul mio corpo disegnato
dagli artisti di strada,
le fatiche sono sempre compensate da una frase che
tocca le natiche e sale dalla spina dorsale fino alla rosa
e proclama amori universali, e bande di paese a riposo,
è tempo di suonare, cosa aspettate?
così è di nuovo giorno, e mi ha svegliato la sveglia,
così è contenta, si sente utile, mi succhia il sesso e poi si riaddormenta
mentre io non vado al lavoro
perché resto a scrivere
questa canzone che ti voglio lasciare
il giorno che ti dovessi incontrare
 
 


salice d’oulx, nel tendone olimpico, adesso
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