MICROONDE

 

 

l’ultima volta che sono venuto non c’eri. al tuo posto c’erano carte stracce, avanzi di pasti dell’ora prima, una tazza con il fondo di caffè, chissà la tua. l’ultima volta che sono entrato all’exki, ero sicuro di trovarti, più facilmente al piano di sotto, un po’ appartata, in quella zona con pochi clienti, di solito solitari. intenta a dare un senso a straccio e secchiello, qualcosa non diverso dalle mie paure. poi sei arrivata. inammissibile il tuo arrivo dopo di me, inammissibile che una cameriera entri dopo il cliente. il cliente ha sempre torto, e gli tocca anche pagare. pagare per vederti lavorare, per scambiare due parole, per credere di essere ancora desiderabile e di poter amare.

“che paroloni”, diresti tu se mi sentissi nella testa. oppure mi diresti che mi ami da prima di conoscermi, che non puoi vivere senza i miei occhi baci mani sesso, e quelle cose lì. invece come al solito mi sorridi, senza aggiungere niente, portando il tuo discorso sottinteso sotto i tavoli, con la polvere, lo straccio, il secchiello. tutto passa, il pavimento pulito, il secchio sporco, mi appoggio a un’esistenza elementare, fatta di microosservazioni, come cercare di capire quando ti girerai, dal momento che il collo sta in tensione, girato in modo innaturale verso la parete. è quando ti giri che capisco esattamente cosa voglia dire avere un collo perfettamente in asse col corpo, dritto, puntato su di me.

“non hai niente da dirmi?” sembreresti dirmi. ma potrei sbagliarmi, anche se mi sembra strano, e magari tu non pensi a nulla mentre lavori, e la vita tu la vivi fuori, e questo dentro lo dimentichi in un istante, come fanno tutti quelli che vivono costantemente fuori di sè, e non entrano mai. ma cos’è che trovi là fuori se qui dentro non ti osi parlare, o al massimo accenni a un saluto, uno scambio di convenevoli, una pasta che si scalda al microonde, o pollo al curry quando ti senti un po’ esotica, e me lo suggerisci stando proprio nella zona del pollo, mi sento un pollo a non parlarti, ma adesso lo faccio. o forse domani. oggi non hai il vestito giusto (quello di ieri ti stava meglio), e fuori il tempo è brutto. la musica che passa non è “No surprises”, e io sono vestito male, ho la barba fatta male, i capelli da lavare, anche se forse per te avrebbero un buon odore. certo, domani potresti anche non esserci, ma se è per questo potrebbe anche non sorgere il sole. il fatto che sia sempre successo non ci dà nessuna garanzia: è una scommessa implicita che facciamo. in ogni caso, spero che domani tu abbia ancora voglia di alzarti.

soltanto adesso mi rendo conto che oggi è venerdì. teoricamente, domani è aperto. non sono mai venuto di sabato, però. non so che senso avrebbe, se non confermare il fatto che qui ci vengo solo per te. e se lunedì sparissi di nuovo come l’altra volta, e non potessi più vederti per mesi, per oltre un anno, insomma, non sarebbe meglio venire ora?

non è difficile avvicinarmi, adesso che sei girata, il difficile è chiamarti, dato che non so il tuo nome: potrei iniziare con dirti scusa, ma non devo scusarmi di niente. potrei iniziare toccandoti le spalle col toc toc, no, meglio una pressione leggera di qualche secondo sul braccio, ma magari sembro invadente. e intanto, in tutto questo rimango immobile, e non ho più il coraggio di guardarti per non guardare la vergogna, mi volto e vado verso l’uscita, mi sento quasi sereno, misero e sereno, il batticuore scende, e sale il senso di beata stupidità, che bello lasciare che le cose non cambino, le delusioni restino, le speranze si allontanino e rovinino la tranquillità di qualcun altro. che tranquillità, che pace, che morte! ormai sono fuori, il sole è uscito da non si sa dove, mi tocca chiudere gli occhi per un attimo per il contrasto: è adesso che qualcuno mi tocca le spalle.

“hai dimenticato il portafoglio”, e ti allontani senza che abbia neanche il tempo di ringraziare.

 


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