il mio vicino di casa

 

 

il mio vicino di casa notte e giorno urla “bastardi”, rivolto a non si sa chi. potrei avere qualche sospetto, una volta gli ho parlato, o meglio, lui ha parlato a me. i parenti, il mondo, la mafia. i punti fermi che aveva e che l’hanno deluso: i parenti l’hanno scaricato, il mondo non lo guarda, la mafia non l’ha mai cercato.

il mio vicino di casa giorno e notte piange, nel silenzio del condominio, ma a me arrivano soltanto le urla, quelle che dicono “bastardi” a non si sa chi, rivolte a tutti o forse a nessuno, o a lui stesso. urla elettriche, che potrebbero alimentare i pali della luce o, con un po’ di lavoro, una conversazione migliore, e dare miccia a qualche piccola salvezza. basterebbe poco, una carezza, un regalo inaspettato (una volta mi aveva chiesto una sigaretta, e avevo fatto finta di non fumare, per paura di un suo continuo ritorno, e adesso quando vado sul ballatoio fumo in mezzo alle dita, girato al muro, nel caso mi vedesse). eppure non faccio niente, perché – come tutti – ne ho paura. i discorsi che fa, nel pieno della disconnesione con la logica razionale, mostrano il fianco da cui non dormo mai, la dimensione che non affronto, il terrore nascosto di scoprire il vaso di Pandora, il panettone muffito con i suoi ricordi, gli affronti subiti e quelli perpetrati, i sogni abbandonati ai bordi della strada come un cane, il cane del sogno che abbaia, ma io non lo ascolto, e provo a dormire.

il mio vicino di casa nel pieno della notte fa giorno, urlando una litania sempre uguale, “bastardi, bastardi”. per quanto non si rivolga a me direttamente, penso che il suo inno bastardo, o quel che è (ninna nanna, preghiera, bestemmia, enumerazione dei santi, catalogo umano, catarsi, onanismo, libellula), assomigli alla fatica di questo periodo, una frase lunga, tortuosa, ma che, se si ritrova il bandolo, porta a una piccola rivelazione. alla fine non so se il bastardo sono io, o lui, o tutti noi. in ogni caso, più che l’uomo, bastarda è la parola, sempre mescolata e mai pura, generata da altre parole, linguaggi, situazioni che l’eccesso di logica maschera in un carnevale del rigore, un pensiero fitto e incasellato che il “bastardi” urlato forse cerca disperatamente di forzare. e se anche fosse solo il lamento di un vecchio pazzo, è grazie a lui che questa notte tendo l’orecchio, sperando che tu bussi, o mi decida io a bussare, perché ancora sogno una qualche forma di liberazione.

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