PETROLIO

(racconto sull’ecosostenibilità sentimentale)

potevo sentire l’odore del petrolio in mezzo alla gente, con le narici otturate, con il pensiero turato: lo sentivo sempre. avevo vissuto troppo a lungo sulle chiatte, e la raffinazione in mezzo al mare mi aveva reso sempre meno raffinato. gli occhi di Mi Lyu avevano lo stesso colore del petrolio, e intorno una sfumatura di vinaccia, tra l’azzurro il viola e il rosso: la stessa indecisione del colore degli occhi la portava anche nel resto del volto, come se ogni azione fosse sottolineata dal dubbio delle smorfie fisse che perpetrava, fino a che arrivava notte e gli occhi e tutto il volto si chiudevano a chiave, e non potevi leggere più niente. sogni – così li avevano chiamati un tempo, queste formule magiche troppo pericolose per essere liberate in pieno giorno, parentesi di libertà assoluta che dovevano restare rigorosamente celate nella testa, o al massimo raccontate come uno scherzo, e mai una cosa seria. io che invece confidavo nella serietà dei miei sogni e di quelli di Mi Lyu ascoltavo sempre con attenzione il mio racconto e il suo racconto delle notti passate lontano da noi, nei territori remoti in cui ti lasciano i sogni, eppure tanto vicini che quasi ne puoi sentire l’odore. perché i sogni hanno un odore, ma al mattino lo dimentichiamo, per via dei rumori che produce il giorno, odori forti quelli diurni che pennellano sopra i sogni una patina violenta, accecante, così che il sogno sembra annacquato, ma in realtà ha soltanto un sapore proprio, delicato, membrana morbida che il cazzo del giorno sfonda a ogni nuovo risveglio. vorresti sapere cosa ho sognato stanotte, Mi Lyu? è chiaro che ho sognato te, ma non è chiaro tutto il resto: è scuro come il petrolio delle mie chiatte che ho abbandonato, e ora l’unico odore che mi resta sono i residui di petrolio avvolti negli oggetti di questa città-di-terraferma, nel catrame appena spalmato sulla strada principale, nell’aria del benzinaio impregnata di aromi familiari, nelle mie scarpe che hanno calpestato plastica bruciata vicino alla discarica. e in tutto questo, Mi Lyu, vorresti sapere ancora cosa ho sognato e come l’ho sognato, e che facevi nel sogno? sognavi. e nel mio sogno ti svegliavi e mi raccontavi di aver sognato un uomo che sognava, e che ero io, e io ti raccontavo del mio sogno… no. qualcosa non torna, qualcosa resta sempre un po’ più in là di noi: sono le parole, che escono da noi e mai si attaccano al nostro sudore, subito s’involano o atterrano nella polvere, povere parole leggere, ancora più leggere della sensazione che ti resta da un sogno. perché i sogni in qualche parte del corpo mi restano, ma le parole no, non hanno consistenza, le mie parole non hanno resistenza. è per questo che ogni volta preferivo prenderti e farmi prendere da te, e stare zitto con le parole, e mostrarmi davvero aperto, con tutti i miei pori che chiedevano di te, e il mio sesso che non chiedeva ed entrava, perché sapeva che tu amavi le sorprese e i regali proprio prima di addormentarti e mai appena sveglia. al contrario, a me piace quando mi prendi in mezzo al sonno, e mi strappi dai sogni e mi porti all’amore, perché non sento cambiamento, ma continuazione. l’ultima volta che l’abbiamo fatto sono venuto succhiandoti il seno, e con una mano ti tenevo la bocca per paura di sentire la mia voce uscire da te. poi mi sono alzato, e ho sentito un dolore al piede: proprio al centro della pianta c’era, conficcata, una spina. avrei voluto che la levassi tu ma già dormivi, e io avevo troppo male per restare sopra la chiatta, erano troppi anni che stavo sulla chiatta. fu allora e in nessun altro momento che decisi di scendere per sempre. succede come quando all’improvviso prendi una scossa, e ti accorgi che esiste una corrente sottile quanto violenta che passa giorno e notte per i muri delle case, e tu che dormi placidamente, mentre questo corpo informe di elettricità passa radente la tua testa, ma tu ti senti sicura, e chiudi gli occhi profondamente. ecco che io mi sentivo proprio come la corrente, elettrico mobile, e non potevo più stare fermo, sopra la chiatta, con te il petrolio e tutto il resto. ti ho lasciato lì senza neanche un’ultima parola, o un sogno da raccontarti al mattino. ti ho lasciato lì in mezzo alla notte perché al mattino non avrei avuto coraggio: il giorno è sempre più pesante della notte, e conformista, luminoso, ma egoista; la notte è madre, generosa e vigliacca, altruista e creativa. sospetto che sia tutto più complesso e più semplice di così, ma finché tu sarai lontano da qui, non posso dire di essere perfettamente lucido, né opaco, e infatti pare che la gente non mi riconosca, e mi attraversi come si passa ad un incrocio, o ci si tuffa in mare. esiste la remota possibilità che un giorno tu mi possa trovare. il mondo non è poi così grande se io resto fermo mentre tu lo percorri. c’è anche il caso che tu resti sulla chiatta, e io continui a girare di stanza in stanza, di città in città, di petrolio in petrolio, senza mai toccare terra dentro le tue pupille. ma è il rischio che si corre quando si accetta di precedere un sogno, anziché seguirlo come un cane fedele, così io ho deciso di anticipare tutto, e di scoprire cosa c’è dopo di te per poterti incontrare ancora una volta, dato che non riesco a sopportare che una volta incontratisi non ci si possa più incontrare, ma solo riconoscere, e amare. ed è così che smetto di annusare, perché non voglio più sentire l’odore del petrolio che mi copre ogni altro odore, mi tappo le narici con un po’ di cotone, e sentirò dai racconti dei marinai per le strade, dai racconti delle madri nelle osterie, e dai racconti dei figli nel retrobottega, il racconto di un sogno che appartiene a te, e a quel punto saprò che sei vicina, e seguirò i racconti dei sogni come tracce di un tesoro segreto sopra una cartina che è l’inconscio, e scarterò quei sogni che di certo tu non hai sognato, camminerò di racconto in racconto, creando una casistica di attendibilità, terrò solo i sogni che di certo hai fatto tu e hai raccontato, e di bocca in bocca distorti sono arrivati fino a me, seguirò l’odore di questi sogni, saprò ascoltare finalmente, e un giorno arriverò a qualcuno che mi racconterà un sogno che di certo tu non hai mai raccontato, così saprò che tu sola sei l’autore di quel sogno, e sarà lì che ci incontreremo, per la prima volta. non sarà di giorno né di notte ma petrolio.



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