l’eleganza operaia

 

 

cammino in mezzo alle bombe, bombe politiche, ma non per questo meno esplosive, bombe simboliche, nella mente, ma non per questo meno dolorose. cammino per strada, tra la gente: fanno finta di niente, non cercano nemmeno di schivare le bombe, gli passano accanto, le calpestano, senza pensare se siano cariche o inesplose.

ecco quello, gli è passato sopra: vedo le membra staccarsi a velocità rallentata, lente come il suo passo, e poi ricomporsi, qualche metro più in là e riattaccarsi alla valigetta, anch’essa lanciata per aria dall’esplosione della mia mente. senza nemmeno scomporsi, il signore prosegue, ignaro della bomba che gli è scoppiata e l’ha smembrato per un istante. ma lui si sa, probabilmente è un membro del partito, o un emissario dei servizi segreti, o forse un semplice padre di famiglia: in ogni caso, un complice, dato che ha votato per loro.

cammino con in grembo un desiderio, una possibilità leggera, procedo con in testa qualcosa di non misurabile, e da veloce il traffico si fa lento, prende il ritmo dei miei pensieri, tutto è chiaro per un istante, cosa dire e soprattutto cosa fare. avanzo con in testa un desiderio che è anche un programma, lo vedo scritto nelle speranze degli operai appoggiati alla pausa sigaretta come quando ci si aggrappa a un miracolo già dissolto: è già ora di rientrare, nell’edificio anonimo, per altre quattro cinque ore di telefonate a personaggi anonimi dall’altro lato del filo. passo loro accanto, e li saluto con un sorriso d’intesa, cercando un appiglio nel loro sguardo assonnato, una luce seppur smorzata ma una luce, un brillamento anche casuale, che so, l’insegna della vetrina che si riflette, il sole che gli sbatte in faccia e l’operaio del telefono, come una luna, che riflette la luce, e quasi sembra illuminato di luce propria. ma la luna muove le maree, e io non so dove si muova questo compagno di precarietà e bevute traballanti, se la coscienza di classe sia rimasta solo dentro una partita, il fischio, le danze. eppure, neanche lì mi pare graviti una coscienza: se i giocatori siano i padroni, o se il padrone sia il proprietario della squadra non lo so, ma di certo padrone non è il tifoso.

parlavo della strada, però, e delle bombe nella mente. esplodono sempre più spesso, tanto che se ne esplodesse una vera, sarei come preparato, anestetizzato come questi passanti: chissà chi la sentirebbe, una bomba, e a che cosa servirebbe? soltanto dolore, e discorsi strumentali. l’unico strumento che mi interessa è la mia voce, per poter urlare; l’unico strumento per accompagnarla è la mia chitarra. e se qualcuno mi seguirà io gli dirò di precedermi, perché ho soltanto da imparare; e se qualcuno dirà di aver capito tutto, gli chiederò perché le strade siano a doppio senso, e a volte triplo, e poi gli chiederò di andare per un’altra strada rispetto alla mia, che non ho strade, ma se mai siepi, alberi, e fiumi da incontrare.

cammino in mezzo alle bombe, inutile, non posso non sentirle e fare finta di niente: le bombe esplodono, è un dato di fatto, qui o in un altro luogo, sono sempre bombe, a volte più vicine, a volte più lontane. nitrato di nonsocosa, uranio impaurito, le bombe esplodono, e io rimango concentrato, un’occhio alle vetrine ma l’orecchio in direzione della prossima esplosione, cercando di imitare almeno il gesto e l’eleganza dell’antica camminata operaia, forse anche dalla classe stessa dimenticata o, peggio, derisa fatta esplodere rinnegata.

 


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Una risposta a “

  1. impegno politico, matrix, schifo di mondo, lirismo poetico, italiano, sotterfugi della resistenza, lotta di classe… ecco cosa evoca.

    s.j.

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