PRIMA VOLTA

il giorno che è morta mia nonna stavo facendo l’amore. ricordo la telefonata di mamma, era  d’agosto, sembrava un bollettino meteo: “I funerali saranno tra due giorni, stasera se vuoi vederla un’ultima volta sarà nella camera mortuaria dell’ospedale”. del resto io l’avrei detto peggio.

quando sono entrato nel salone freddo imbevuto di alcol etilico c’erano già tutti, parenti o amici di nonna Ida. avrei giurato che fossero lì da sempre, come gli affreschi sulle pareti di una chiesa. nessuno aveva avvertito la nostra presenza, nonostante i tacchi di Thérèse, che risuonavano uno a uno amplificati dalle pareti nude verde pallido. “Mettiamoci di lato”, le ho sussurrato, così da non rischiare di parlare con qualcuno dei parenti vivi.  poi ho visto quel che presumevo di dover vedere: di sicuro, però, quella cosa non era più mia nonna. “Sembra una mummia” – ho detto nell’orecchio di Thérèse. in particolare, la mummia egizia della gita delle elementari: anche allora non mi era sembrato si trattasse di morti, piuttosto qualcosa come una statua o un soprammobile ingombrante. quindi quello che guardavo nella camera mortuaria cos’era se non era più mia nonna? che cosa aveva di diverso rispetto al giorno prima? certo, la vita, ma allora se corpo + vita = mia nonna, mia nonna meno il corpo avrebbe dato la vita, e dov’era andata questa vita? puf, sparita nel nulla, mentre io ero tutto preso a fare l’amore e non mi ero accorto di niente. fino a quel momento per più di trent’anni  la morte mi era stata lontana. sì, qualche insetto, i pesci in pescheria, ma una morte umana mai. mi ricordo avevo visto ammazzare un coniglio da ragazzo, e ci era quasi sembrato divertente, era un giocattolo nuovo da rompere, che in più respirava.

in quella camera oscura mia nonna, che si ostinava nella sua esagerata immobilità, era già la fotografia di se stessa. la schiera dei parenti aveva ripreso vita all’improvviso, sentivo che mi guardavano con la coda dell’occhio, erano dieci cento mille sguardi che si incollavano sulla mia pelle: ho cominciato a tremare, le unghie conficcate nel palmo delle mani, i piedi ballerini, e poi il sudore gelido, dovevo sedermi, ma c’erano tutti quegli occhi su di me, e non volevo che nessuno mi notasse, meglio forse uscire, e per non pensare ti ho guardato, Thérèse, che ogni volta sei la mia salvezza, eri talmente viva in mezzo a tutta quella morte: indosso avevi ancora un po’ del mio odore, e io del tuo, e anche se eravamo in una camera mortuaria ho abbassato lo sguardo in mezzo alle tue gambe, e non potevo non pensare che una parte di me era ancora lì, dentro te, e ostinata risaliva fino alle profondità, e poteva essere la vita che si formava.

poi qualcuno ha portato il coperchio e, senza chiedere il mio permesso, nonna Ida è stata sigillata. mentre gli altri formulavano il rituale, le scintille della fiamma ossidrica illuminavano la sala semibuia. “Andiamo” – ti ho tirato per un braccio e con la puzza di bruciato acida ancora nel naso siamo usciti in strada avvolti dall’aria torrida. “Finalmente si respira”.



febbraio /marzo 2009

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...