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PORNOTEENY

 

la pornoteeny siede di fronte a me, e non ci posso fare niente. sia nel senso della sua esistenza (è lì, presente, molto presente), sia nel senso della sua attività (s’intriga i capelli, muove avanti e indietro la schiena in un arco, cercando qualcosa nello zaino, lasciando intravedere la riga di culo che esce dai pantaloni a vita molto bassa, così bassa che la vita se n’è andata, infatti mi sento morto eppure mai stato così vivo, evviva i pantaloni a morte alta!). dicevo la pornoteeny, e il non poterci fare niente. andarmene potrei, ma fuori ci sono menocinquantagradi, e il treno è come sempre in ritardo di alcuni anni. sto ancora aspettando quello che mi porti all’esame di maturità.

            in questa sala d’aspetto la fantasia se n’è andata dai tempi di Chagall. il grigio sarebbe un colore acceso, rispetto a questo bianco pallido che tende al giallo sporco di una frittata fatta con mezzo uovo e il resto acqua. che poi prova a dividere un uovo. divago. per non pensare alla pornoteeny, ma lei è molto molto più forte di me, anche se forse pensa l’opposto, e ora rigira nervosa i capelli da quando tutti quelli che aspettavano il loro treno se ne sono andati al binario, e qui siamo rimasti solo io e te. ti potrei avvicinare certo, e tenerti stretta in una morsa equatoriale (sono il doppio di te, e allenato a farlo dai troppi film di serie b che ho visto e che guardo appunto per quelle scene così poco credibili da non provare senso di colpa), levarti tutto di dosso per arrivare là, fino a capire quello che pensi. là in alto, dentro quella testolina che si nasconde dietro quegli occhi da imprenditrice scaltra che non vuole pagare le tasse ma poi si lamenta se la polizia non c’è. e adesso lo so che il tuo sguardo implora un Giuro che la prossima volta i miei pagheranno le tasse (tu sei troppo giovane per farlo), ma sono io nell’imbarazzo, io a dovermi giustificare di non volerti sfiorare, in questo silenzio pieno di rumori al di là del vetro (treni che partono, annunci che vengono, imprecazioni di persone che scivolano), rumori che entrano come il furto di un ladro gentiluomo che non tocca niente, e lasciano solo un’eco nella sala d’aspetto dove siamo sempre io e te, col mio bisogno di parlarti per non essere scambiato per un assassino o uno stupratore (tuttalpiù un fantasioso, categoria in via di estinzione, per cui ricevo regolare sussidio dal Ministero dei Sogni e delle Vane Speranze).

            invece sei tu che attacchi con il classico NON AVRESTI UNA SIGARETTA? al che io rispondo con il meno classico FUMO SOLO TABACCO ARROTOLATO, MA SE VUOI e poi non completo la frase, aspettandomi una risposta che puntualmente non arriva, per cui di nuovo silenzio. due minuti. tre. forse quattro minuti in cui ho girato lo sguardo da lei al soffitto crepato, dal soffitto all’insegna E’ VIETATO DORMIRE SOPRA LE SEDIE, dall’insegna giù giù al pavimento fino alle mie scarpe inumidite (dove sento le mie dita risvegliarsi per l’umido, abbracciarsi tra di loro per non sentire l’umido e poi riaddormentarsi beate), risalendo con lo sguardo su per i jeans anch’essi bagnati fino al rilievo dato dal mio pene (decisamente a riposo, la tensione non mi eccita per niente), fino al cappotto anch’esso fradicio (non so perché non ho preso la giacca a vento), fino a che ritorno su di lei, ma arrivo solo ai piedi perché non riesco proprio a guardarla più in alto, specie là su in alto dove si sta aggiustando i capelli umidi (qualcosa almeno ci accomuna), e mentre guardo le scarpette da ginnastica color carta di caramella rossa, sento la tua voce che mi pugnala: MA TU POTRESTI FARMENE UNA? NON SONO CAPACE. e il mio sguardo traballa come le cineprese nei film del manifesto Dogma, ritiro su lo sguardo a fatica, riprendo a respirare un po’, tanto per tirare dentro un po’ di ossigeno, il minimo necessario per poterti rispondere in un soffio: NON SONO MOLTO BRAVO MA, e tu mi chiedi COME? NON SENTO, ed è così che lasci zaino e pacchi sulla sedia e ti avvicini (senza staccarti dall tuo cellulare ultima generazione dal quale continui a digitare per fortuna senza l’effetto sonoro dei tasti). NON HO SENTITO – AH SCUSA, DICEVO CHE NON SONO MOLTO BRAVO – SARAI CERTO PIU’ BRAVO DI ME – DAI ALLORA TE NE FACCIO UNA – GRAZIE MILLE, MI HAI SALVATO. e intanto vorrei dirle SEI TU CHE MI HAI SALVATO, e invece mi esce solo un sorriso storto, mentre ora lei comincia a fissarmi, mentre rollo la sigaretta, e sento che mi guarda mentre lecco con colpi rapidi la cartina, come un gatto appena svezzato alle prese con il latte nel piattino, e mi accorgo che non stavo più usando il tu, ma mi faccio forza, riprendo a guardarti. E’ PERFETTA, la prendi in bocca senza aspettare niente, e l’accendi. BEH, SI’, PER AVERE LE MANI UMIDE, ECCETERA, E’ VENUTA BENE. tiri la prima boccata, me la tiri in faccia, e in quel fumo c’è un po’ del tuo ossigeno, quindi anche del tuo sangue, perché è da lì che l’ossigeno è passato, e si è portato via di certo una prova della tua esistenza interiore, e di quello che fai lì dentro indisturbata, perché lì non ci arriva nessuno, però, se penso alla mia saliva che è finita sopra la cartina che ho leccato, la saliva è bruciata insieme alla carta e al tabacco, per cui tu hai aspirato la mia saliva, e sono dentro di te che non me n’ero nemmeno accorto.

            TU NON FUMI? inspiro un po’ del tuo fumo – E’ CHE… NON SI POTREBBE – indico con gli occhi il cartello dietro la tua testa. – AH, QUELLO? – ti alzi, sali sopra una sedia e, oscillando il culetto a destra e sinistra ti stiri fino al chiodo che regge il cartello e lo stacchi via come le pellicine vicino alle unghie, ritorni da me sorridendo mi porgi la tua sigaretta mezza fumata VUOI FINIRLA? e come uno scemo che anche uno scemo direbbe sei scemo, io ti dico POSSO FARMENE UN’ALTRA, e inizio a mangiarmi le mani, e finite le mani i polsi e tutto il braccio, mi sono mangiato tutto per quanto sono idiota e ormai sono una bocca che mangia le ultime parti di me che cadono dalla bocca nel nulla, siccome non ho più esofago né niente, e allora mi mangio anche la bocca e non sono in nessun luogo, e non ho orecchie né occhi eppure sento da lontano la tua voce che mi dice NE FAI DOPO UN’ALTRA, CHI NON FUMA IN COMPAGNIA O E’ UN LADRO O E’ UNA SPIA. e in effetti io mi sento entrambe le cose, perché da quando sei entrata nella sala d’aspetto non ho fatto altro che spiare il tuo aspetto e rubare ogni tua possibile immagine: da quella in cui tu dondoli un ginocchio e sulla coscia striminzita tieni il libro di cui non si capisce il titolo tranne che è un Oscar il che potrebbe essere buono o cattivo dato che dentro gli Oscar c’è sia Calvino sia la merda; passando poi alla posa da annoiata che sbuffa portando tutto il busto in avanti, i gomiti poggiati sulle ginocchia, la maglietta che sale da dietro e scopre centimetri di pelle fondamentali per aiutare l’immaginazione; fino a raggiungere la postura che preferisco: in piedi con un piede dritto e l’altro che punta esterno, lo stiramento della schiena da un lato a creare un arco ideale la cui punta sono le dita che indicano una linea ideale che a proseguirla finirei sotto il treno là fuori, però penso non esista postura più perfetta, dove ogni muscolo ogni curva si tende fino a diventare altro, non più un corpo, ma uno strumento musicale per lo sguardo o, forse, qualcosa di più, ma la parola anima mi offende, dopo che ho parlato di ossigeno, saliva, sangue, il termine anima mi sembra riduttivo, una sorta di riso in bianco di fianco a un risotto, ed è vero che il riso in bianco è più leggero, e puoi metterci di fianco pressoché tutto, però di per sé è insapore: ecco, l’anima è così, insapore, e puoi metterci qualsiasi cosa che sta bene con tutto: anima sofferente, anima mortale, anima nera… ma non mi dice assolutamente niente. invece se io dico ossigeno sofferente sto togliendo qualcosa all’ossigeno, se io dico sangue mortale, sto togliendo qualcosa al sangue, perché il sangue e l’ossigeno sono legati tra loro da vincoli più complessi e insomma, non ci posso credere TI STO DICENDO TUTTO QUESTO E TU CONTINUI AD ASCOLTARMI? DA QUANDO HO COMINCIATO A PARLARE AD ALTA VOCE? – DALLA PAROLA ANIMA CHE NON TI PIACE. questo un po’ mi rassicura, un po’ mi dispiace, perché a quel punto se avessi sentito tutto te ne saresti andata oppure ti saresti innamorata.

MI FARESTI UN’ALTRA SIGARETTA – CERTO – SOLO UNA PERO’, COME PRIMA. E’ PIU’ BELLA SE LA DIVIDIAMO, E POI MI PIACE SENTIRE IL SAPORE CHE LASCI SOPRA IL FILTRINO . E POI NON MI HAI DETTO ANCORA IL TUO NOME – NEMMENO TU. MA I NOMI SONO UN PO’ COME L’ANIMA, SI ATTACCANO A TUTTI, E UNO CREDE CHE SI ADDICANO PIU’ A UNA PERSONA OPPURE A UN’ALTRA, INVECE NO… – IO COMUNQUE SAREI ANNA – BEH, ALMENO HAI USATO IL CONDIZIONALE – COME SCUSA? – hai ragione, non posso esagerare e pretendere che tu capisca ogni mia battuta, ma ogni volta mi capita così con una donna, faccio il test del tutto o niente, e se non capisce una battuta, basta, è finita, ma questa volta è diverso, faremo insieme le crepes al mattino, ti porterò il caffè nel letto, un letto a forma di tazza, e tu riderai a questa stupida battuta, e girerai seminuda in inverno, con la neve di fuori, e il caldo dentro, che metafora banale, ma a pensarci meglio cosa fanno migliaia di film con la neve e il fiato se non darti questa sensazione di freddo fuori e caldo dentro?, e poi dopo per ringraziarmi delle crepes ti girerai in quella posizione che mi piace, spostando di traverso il pigiamino semiaperto, mentre succhi il dito amaro di caffè che ho intinto nel letto nella tazza, ma la corrente d’aria non era prevista nei miei sogni, copriti che prendi freddo, riapro gli occhi, butto fuori l’ultimo boccone di fumo, allungo la mano verso di te per passarti il tuo ultimo quarto, ma tu guardi oltre la mia testa, in direzione della corrente d’aria che mi punge nelle parti del collo scoperte, ti alzi, saluti con la mano SEI ARRIVATO FINALMENTE.

            poi, si abbassa per un’ultima volta su di me, BEH ALLORA CIAO, E GRAZIE PER LE SIGARETTE!, un bacio per guancia e si allontana, e non si sente alcun passo perché non porta i tacchi ma scarpe da ginnastica gentili che per lo meno non sottolineano l’allontamento come farebbero i tacchi, dapprima più energici, poi sempre più deboli. mi giro verso la vetrata che affaccia sul binario uno: dopo alcuni secondi passano loro, lui più vicino ai vetri e ben più alto di lei, lei di fianco coperta da lui, per cui non vedo altro che le sue scarpe da ginnastica rosse sbucare attraverso il ritmo dei passi. belli che sono. sorrido. non so perché ma non sono deluso. sarà che ho ancora il tuo profumo sulle guance e l’ultimo breve quarto della nostra sigaretta da fumare, mentre ripenso alla nostra storia, al fatto che non abbiamo avuto il tempo di rovinare tutto e rinfacciarci cose, e che per te non ho un nome.

            annunciano il mio treno, ma non ho ancora deciso se prenderlo o fermarmi come un barbone tutta la notte. voglio finire tutto l’ossigeno che c’è qui dentro, il sangue depurato che abbiamo condiviso. sarebbe inutile però, e nonostante ciò, lo faccio lo stesso. e una volta che finirà il sangue in questa sala d’aspetto, aspetterò là fuori sulla neve, e mentre penso mi viene in mente che hai lasciato di sicuro dei passi sulla neve, per cui esco fuori e seguo le tracce, cercando di indovinare la forma delle tue scarpe in mezzo a milioni di impronte, com’è possibile che siano anche lungo i binari, avete forse camminato lungo il binario numero uno? eppure sono camminate fresche, perché sta ancora nevicando, e come nei film freddo fuori caldo dentro, ma in questo caso direi freddo anche dentro, e allora come la mettiamo, con la temperatura che da fuori mi entra dentro, e non la posso compensare, perché tu non fumi più, e il profumo si è staccato dalle guance, seguire il tuo percorso delle impronte, binario uno binario morto, mentre sta arrivando il mio treno al binario due, o così mi pare.


riletto e corretto un po’ in fretta, ancora da rivedere

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6 risposte a “

  1. la famoso pornotini! :)ciao g.ogni tanto faccio uscire splinder dall'armadio dei fantasmi.

  2. ..e sotto la neve, il caro vecchio Jean!   :* )

  3. Giantropomorfos

    a ecco!ciau grace!

  4. quella dell'omonimo album 🙂

  5. Giantropomorfos

    chi è che cita il grande jeff ma non si cita?:)

  6. …and I feel them drown my nameso easy to know and forget with this kissbut I'm not afraid to gobaby it's all because of youbut I'm not afraid to gobut it goes so slow, slowwait in the firewait in the firewait in the fire…

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