LA FORMULA DELLA PRESA PER IL CULO

Sto pensando a una delle ultime pubblicità della Coca-cola. Ti racconta la favoletta del solito inventore e, poi, con un salto temporale, ti fa andare in un italia stereotipata dove la mamma porta in tavola la coca cola. Cito a memoria il finale dello spot: “da allora fino a oggi la formula della Coca cola è ancora segreta, ma la formula per la felicità è alla portata di tutti”. Ora, non mi stupisce la pubblicità in sé: nessuna pubblicità associa il prodotto alla depressione o alla bruttezza, ma al contrario al desiderio e, quindi , alla mancanza (il che poi, riflettendo più a fondo, significa che la pubblicità si basa sulla mancanza della felicità, dato che se tutti fossimo in costante soddisfazione non avremmo bisogno di consumare placebo griffati in continuazione). Non sono certo io che scopra l’acqua calda (o la coca-cola fredda). Quello che mi stupisce è l’esplicitazione del messaggio valoriale, così didascalico che lo capisce anche un cretino. Eppure funziona perfettamente, per chi non vuole uscire da quel circolo. Altro che pubblicità poetica e allusiva. Stesso discorso vale per il gol di Roger Milla, e molte delle ultime campagne Coca-cola. La ricerca della felicità. Era la stessa ricerca cui miravano i sindacalisti uccisi in Sud America, che aspiravano a condizioni di lavoro migliori, ma quella ricerca non aveva un buon gusto per la Coca-cola corporation; è la stessa ricerca cui mirano i poveracci che in India si vedono sottrarre le falde acquifere per far posto agli stabilimenti dell’oro nero e dissetante. E come questi, ci sarebbero mille altri esempi, di altrettante aziende che fanno della pulizia della propria immagine un’arma di comunicazione pericolosa che anziché nascondere previene addirittura il sospetto, ribaltando la tesi. Ah, ma noi da sempre lavoriamo perché voi siate felici. E dopo che vi abbiamo dato tutta questa felicità, che vi abbiamo allattato già dalla tettarella, che pensavate che il latte fosse scuro e frizzante, voi, ingrati, ci accusate di questo e di quello?
Ebbene sì. Vi accuso di questo e di quello e, personalmente, mi stappo una bottiglia di chinotto Lurisia, che, oltre a essere secondo me decisamente più buono, viene prodotto con acque di montagna, ed esplicita la sua ricetta sull’etichetta (senza per altro pretendere di rendermi strafelice, ma solo lievemente contento). E poi lo so che il passo successivo sarebbe comprare solo un litro di estratto di chinotto e, come con la menta, metterne alcune gocce in un bicchiere d’acqua del rubinetto, agitare, e berselo a costo quasi-zero, a impatto ambientale super ridotto, ma intanto cominciamo da un passo alla volta…
Confesso poi che vivere eticamente è un lavoro. Occorre un numero di ore enorme per trovare vestiti equosolidali (ma poi, ne esistono con un’estetica decente?), comprare al mercato, evitare il supermercato, riciclare tutto anche quel che si consuma in giro (prova a trovare un bidone della plastica in certe zone, l’unica è riporarsi a casa il vuoto), senza parlare dei consumi energetici, e bla e bla, e del fatto che è IMPOSSIBILE la sostenibilità al cento per cento nella società capitalistica di massa. L’unico modello sostenibile è ritirarsi in campagna e prodursi le proprie coca cole e i propri vestiti libri scarpe e tornare all’era della pietra, senza cellulari né computer?
Confesso anche che nemmeno io sono un santo, e che non sto facendo del moralismo, ma del domandiamo, e che mi includo nel gruppo dei consumatori e dei distruttori del pianeta. Ed esserne consapevoli, forse, è anche peggio di chi getta le cartacce o consuma felice e non si pone problemi. O forse no. Ma la grande arte del domandismo, per riprendere l’imbonitore d’arte di Corrado Guzzanti che mi sta più simpatico di quel pedante di Gadamer, non dà risposte, ma solo altre domande…
 


non riletto, di getto, gettabile (nella raccolta differenziata del pensiero)

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