Mister Magone (una fiaba contemporanea)


Mister Magone un giorno camminava per le strade della sua città. La città era grande, e la forma quella dell’ansa di un porto, o la pancia di una madre. Giunto a una strada più stretta e storta delle altre, Mister Magone si fermò sulla soglia, come dovesse chiedere il permesso e bussare, prima di entrare. Rimase immobile per qualche secondo, osservando i bagliori sul fondo della strada che non aveva fine, perché dopo un po’ la nebbia e il buio appena scesi avevano cancellato ogni profondità, come tirando su – a colpi di cazzuola rapidi e muti – un muro piatto e scuro nel piccolo orizzonte della via. Dall’asfalto saliva su un odore denso di foglie marce misto a gasolio e a castagne bruciate. L’uomo respirò profondamente, due, tre volte, tingendosi le narici di quegli aromi così mischiati, poi tirò il petto in fuori, e un passo dopo l’altro cominciò ad attraversare il vicolo, appressandosi poco a poco al muro di nebbia sul fondo. Adesso anche i bordi dei palazzi che limitavano la strada erano scomparsi. Poteva essere in qualsiasi posto e in nessuno in particolare, e se forse tutto questo assomigliava alla morte, era qualcosa di soffice, come il ricordo quasi perduto di un volto amato, che ogni tanto ritorna alla mente, ma confuso. Giunto a metà della stradina – o di quello che sembrava essere la metà, se presi come estremi l’inizio della strada ormai alle spalle e il muro di nebbia davanti, sempre uguale – avvertì dei passi pesanti di fronte a lui, come i colpi di un martello su un chiodo. Mister Magone tornò d’istinto a farsi immobile, cercando di appiattirsi contro le pareti invisibili dei palazzi accanto a lui; per quanto, in tutta quella nebbia, sentire un rumore qualsiasi poteva anche essere un sollievo. Esaurito l’eco dei passi, davanti a lui si palesò una voce: Dove siamo?

Mister Magone dapprima non rispose. La voce si rifece avanti: Perché non mi dice dove siamo? Per favore. A questa richiesta dal tono quasi infantile, Mister Magone decise di farsi avanti: E’ che non lo so, mi dispiace. Siamo nel mezzo di una strada. Non so altro. E in effetti il resto della città in quel momento gli appariva lontano, del tutto staccato dal vicolo preso, come succede a un turista che il primo giorno di visita ragiona per quartieri separati, non riuscendo a ricostruire l’insieme. Non sapeva più in quale parte della città fosse arrivato, né dove portasse la via in cui s’era addentrato. Per un attimo pensò che la donna fosse cieca, dal momento che  muoveva le mani in avanti, volteggiando in una sorta di danza, o meglio di girotondo, ma quando lo guardò negli occhi lo fissò come fa un gatto randagio, la cui vista pare moltiplicata tanto che le pupille sembra che abbiano una vita propria, e nell’oscurità dietro le pupille non ci sia niente. Quanti anni hai? – chiese d’un tratto a Mister Magone. Cinquanta – rispose lui, esitando per un attimo come per fare un rapido calcolo mentale. Anch’io cinquanta – rispose la donna, anche se ne dimostrava molti di meno. Sorrideva senza sforzo apparente, non un sorriso di circostanza: sorrideva – così sembrava – per un suo bisogno naturale o come un tratto della sua fisionomia, sorrideva come un neo sopra una spalla, o un pelo sotto l’ascella. A quel sorriso, Mister Magone sentì di avere voglia di piangere, ma si trattenne, come del resto faceva sempre. Se hai voglia di piangere, piangi – lo esortò la donna. Poi aggiunse: E se non hai voglia di piangere puoi sempre ridere, perché se non si riesce sempre a piangere, ridere si riesce sempre, prima sforzandosi, e poi naturalmente. Mister Magone si sforzò allora di ridere, ma neanche quello gli riusciva, e così cominciò la donna per lui, e dopo un po’ la risata si fece contagiosa, e adesso le due risate sovrapposte una sull’altra come impronte nel fango rimbombavano tra le pareti dei palazzi nascosti fino al muro di nebbia in fondo alla strada: camminavano spediti, mentre il muro di nebbia si avvicinava, e loro ancora a ridere, fino a che ci caddero dentro, e che cosa ci fosse al di là del vicolo non è dato saperlo, perché una volta raggiunta la fine, continuando a bocca spalancata ingoiando l’aria ed espellendo risate, si voltarono indietro verso l’inizio, e adesso era un altro muro di nebbia da raggiungere: fecero avanti e indietro molte volte, fino a che esausti si fermarono al centro, decidendo che era tempo di proseguire, ognuno verso dove era venuto.

 

(versione provvisoria, novembre-dicembre 2011)

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