OBERKAMPF (dieci incontri)

OBERKAMPF (dieci incontri)

ero sceso di casa una sera, un localino dietro rue Oberkampf. l’épicerie vicina era aperta, così avevo preso in anticipo una bottiglia di vino per il dopo-locale, non si sa mai cosa va a capitare. l’avevo aspettata per più di mezz’ora, ci eravamo detti solo una mezza parola, ma è evidente che per me la parola era stata intera e lei mi aveva ceduto la sua metà. che poi perché trovarsi a Oberkampf, quando lei abitava a St.Germain. avrei potuto dirle Vengo io, anziché proporre un posto sotto casa mia. la solita pigrizia, e va a finire che il vino te lo bevi da solo, e poi magari puoi provare il tuo sperma, tanto per svoltare la serata. invece dopo quasi quaranta minuti di ritardo, questa mi arriva e si riprende indietro non solo la mezza parola di prima, ma da quel momento, dopo un profluvio di scuse che neanche la Senna, non smette mai un minuto di parlare, tanto che devo andare al bagno anche se non mi scappa più di tanto. mi sa che quel progetto della bottiglia da solo rimane in piedi.

dopo qualche drink, lei si scioglie, e l’effetto dell’alcol è quello di una docile cagnetta che si lascia accarezzare e annuisce solo, qualche mugugno, ecco, ma nessuna frase di senso incompiuto come fino a pochi minuti fa. non c’è niente di maschilista in tutto questo: anch’io se fossi una donna vorrei che l’altro la smettesse di coprire il silenzio con frasi attaccate una dopo l’altra come una costruzione abusiva pronta a crollare da un momento all’altro sull’interlocutore/trice che ascolta attonito/a. ecco sta’ a vedere che alle volte le droghe vincono proprio su tutto. del resto siamo fatti di droghe: la colazione con la schuma del cappuccio perfetto è una droga, il dentifricio dal sapore giusto, la giusta foto sul profilo che cambiamo ogni due giorni, la dipendenza dall’altro, sono tutte droghe, e nessuno si permette di proporre leggi sulla penalizzazione del dentifricio o dell’amore, per cui. dro-ghe. mille nomi, e un unico risultato: riduzione delle paranoie.

alla fine la scelta del locale sotto casa mia si rivela assennata. nessuna metro da prendere, e soprattutto, sotto casa sua, avrebbe sempre potuto dirmi Grazie per la bella/brutta serata, invece qui, con la scusa della stanchezza e del troppo alcol, è un attimo dire Sali su e ti riposi un attimo, e poi non c’è neanche l’ultima metro. Sono venuta in macchina. Tanto peggio, non puoi guidare in questo stato (bingo). che termine idiota poi, Bingo. nemmeno ci ho mai giocato. potrei dire: Pocker, che a quello almeno qualche volta ci ho giocato, dopo che avevo visto Redford e Newman nella stangata.

Isabela – mi pare che si chiami così – è una specie di venezuelana naturalizzata francese, che ha studiato in Italia all’Accademia di Brera, credo con scarsi risultati, dato il gusto nel suo vestire. è piuttosto grassoccia, a vederla adesso mentre si spoglia, mi sono fatto fregare dalle tette e quel sorriso che ti fa tornare bella una giornata, che era poi la giornata quando ci siamo conosciuti. tanto per cambiare ero triste perché pensavo o meglio, cercavo di non pensare a una maledetta francese conosciuta mesi fa, e che dopo dieci incontri mi ha dato il ben servito, dicendomi di essersi innamorata di un musicista cubano di passaggio a Parigi, ma che forse adesso non era tanto più di passaggio. allora avevo conosciuto questa Isabela del cazzo col suo sorriso del cazzo, e niente, mi aveva consolato. ci ero cascato, e adesso eccomi qui, con lei e il suo reggiseno da cui straborda un seno che già intravedo cadente. un seno lo capisci subito se è cadente, anche se sta dentro al reggiseno. infatti quando se lo toglie, devo raccoglierlo quasi sotto i miei piedi. la bellezza non è tutto, ma il desiderio sì, e questa qui non la desidero per niente. non c’è niente che mi piaccia in lei, e ho bevuto troppo poco questa sera. provo a versarmi un po’ del rosso che ho preso all’epicerie, ma niente. e non è che me la debba sposare, però non c’è niente da fare. provo quasi orrore a toccarla, disgusto per me, compassione per lei e il suo sorriso ostinato, che non toglie neanche adesso che mi rivesto con un Ho bevuto troppo, non ce la faccio, e quando dice Fa’ niente, mi abbracci però? mi viene in mente un film di Totò, quando fa le facce storte e schifate e poi muove le mani a carciofo con un Ué ma che lei è matta?

solo che non lo posso fare, mi tocca abbracciarla mentre osservo quel poster che voglio cambiare da mesi con quello delle Vergini suicide che ho comprato alla Fnac e non ho ancora appeso. la osservo dormire, il respiro pesante. sembra un facocero felice. forse a lei bastava proprio questo, come a me bastava attaccare il nuovo poster e guardarmi per ore le cinque verginelle mentre ceno da solo davanti a France24, non so.

quella notte mentre Isabela dormiva sono sceso a comprare dell’altro vino all’épicerie, e poi ho visto il primo bus del mattino. avrei potuto prenderlo ma no: sono tornato al mio palazzo, digitato il codice del portone, ho fatto le scale un piede dopo l’altro, senza alcuna fretta, fino al quinto piano. ho girato la chiave e sono entrato in casa mia. la ragazza guardava un videoclip anni ottanta sul mio 28 pollici. quando ho richiuso la porta facendo rumore non si è voltata e ha continuato a fissare lo schermo. io sono andato in bagno e mi sono masturbato sotto la doccia pensando alla francese dei dieci incontri. ho pulito la doccia con il getto e un po’ di bagnoschiuma, e sono andato nella stanza da letto. mi sono lasciato cadere sopra il letto, entrando subito nel sonno. di tanto in tanto riaprivo gli occhi, per qualche secondo sentivo in lontananza la musica dal televisore. per qualche istante provavo anche a riconoscere il motivo, poi, cambiando fianco, ricominciavo a sognare.

(agosto 2012)

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