I RAGAZZI SI BACIANO AL SOLE

I RAGAZZI SI BACIANO AL SOLE

  

I ragazzi si baciano al sole, e siccome non li posso fotografare, li provo a raccontare. Sono sopra al balcone della casa occupata di fronte a casa mia. A torso nudo lui, a canottiera colorata lei, dopo un lungo abbraccio si sono staccati e hanno iniziato a parlare. Non capisco una parola di quello che dice lui. “parli arabo!”, era il classico modo di dire, ma è vero, perché sta parlando arabo. E anche lei, ora che apre bocca (sento solo le loro voci, mi sono seduto per scrivere, e in ogni caso non li posso fissare) parla arabo. Da quando hanno iniziato a conversare si è rotto qualcosa. Si sentono, sì, ancora dei baci che schioccano nell’aria, baci stampati però, sottolineati, baci-che-vogliono-dire-qualcosa. Il primo bacio che ho visto no, era un bacio-lungo-e-basta: non significava niente, e per questo, diceva tutto. Adesso lui già le rinfaccia che nella Comune quell’altro le ha fatto un sorriso di troppo, o viceversa lei sosterrà che quell’altra ha guardato lui un secondo di troppo, e perché le hai versato l’acqua, e perché gli hai versato gli occhi dentro al suo piatto. Qualcosa del genere. Oppure, lei è d’accordo a estendere l’occupazione, a coinvolgere il quartiere, la circoscrizione, l’intera città; lui invece, penserebbe solo a fare l’amore. Oppure è l’opposto: tu sei troppo distratto dagli incontri, oggi non mi hai detto abbastanza che ero bella.

Dal balcone arriva un’odore di musica araba, a un volume giusto, come il vento che si sta alzando, che stempera il sole ma non si sovrappone e non ti fa rientrare in casa. Ed ecco che si alzano di nuovo le loro voci, e io seduto a scrivere, a vivere le vite degli altri, a microspiare senza microspie i respiri degli altri, le altrui lotte e vendette, gli incontri e le separazioni solo rimandate.

“vai veramente a cagare”, dice adesso una voce femminile in italiano, che potrebbe essere la stessa voce araba di prima. Il bilinguismo presuppone un mutamento immediato e senza traduzione nella testa. Intanto lui risponde in arabo, per cui è probabile che si tratti ancora della ragazza dei baci di prima. Oppure, è una terza persona a parlare in italiano, l’altro-che-si-intromette, l’altro che è già presente in noi stessi in ogni caso. Tra due persone c’è sempre un altro, dentro o fuori di noi. Più spesso, l’altro sono le due persone dentro di noi, quella che vorrebbe fare l’amore oppure uscire, quella che vorrebbe stare sola e insieme con la bocca che ti sta baciando, quella che vorrebbe essere in due città, in due amori, in due professioni, avere quattro genitori, otto figli, sedici strumenti da suonare, trentadue cibi da scegliere, sessantaquattro abitazioni, centoventotto amici, duecentoquarantasei gatti come Monk.

Adesso si sente solo la voce dell’uomo. La voce dell’uomo è sempre meno interessante, come del resto il corpo dell’uomo, che non ha mai segreti. Nel maschio tutto è evidente, come l’organo riproduttivo, che anche quando nascosto si mostra sempre in altro modo. Le donne nascondono sempre una parte del corpo anche quando sono nude. Eppure potrebbe essere esattamente il contrario: la donna è sempre nuda anche quando è vestita, la donna è sempre donna quando cammina, l’uomo si sente uomo solo quando è nudo. O ancora: la libertà sta appesa a un muro alto e occorre prendere una scala se non si è un merlo e non si hanno le ali. O infine: le ali le abbiamo e non le usiamo.

Ecco che ricominciano a battibeccare. Mi alzo per un attimo: lei è bella, per quel poco che ho potuto vedere. Capelli troppo tinti e troppo lisci però, e troppi occhiali da sole. Era meglio se continuavo solo ad ascoltare. Certe volte sporgersi non è la soluzione migliore. Adesso non si sente più nessuna voce, e se mi alzo e guardo verso il balcone si vede solo un balcone ormai in ombra. Mi toccherà girare la testa altrove, magari verso di me, per continuare a raccontare.

 

 

 

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