Teoria del corpo cavo

 

Teoria del corpo cavo

 

 

Quando ho camminato nel parco

attaccato alla musica che avevo per il corpo

ho lasciato le scarpe sulla panchina

e proseguito fino allo stagno delle papere. Un cane

rosso suonava accordi in diminuita cercando d’insegnare

al padrone i rudimenti dell’abbaio. Scrollarsi di dosso la vita,

lasciando briciole di cenere sul cammino, era

la soluzione a portata di mano.

Quando ho raggiunto il chiosco al centro del lago

artificiale ho sentito una naturale avversione

per i gelati confezionati degli uomini e i tacchi alti delle donne

domenicali, le deiezioni animali lasciate a trappola

per la vittima sacrificale, i commenti sul derby vinto

grazie all’ultimo acquisto da Marte.

Quando sono uscito dal parco speravo

di aver lasciato ogni parola protetta al riparo

dalla domenica. Mi ero scelto un albero alto

che tendeva verso un futuro anteriore.

Nel corpo cavo, sotto la corteccia, infilando

la mano nel buco atavico, ho lasciato le parole

segrete che avrebbero salvato me dal genere disumano.

Confuse tra le uova del merlo, si sarebbero

schiuse con l’inizio del caldo. La letteratura sarebbe esplosa

in aria, al primo incerto volo del neonato.

 

 

(aprile 2014)

 

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