La costruzione comica di gioia e dolore

 

La costruzione comica di gioia e dolore

 

 

 

Quando sono passato sul ponte pedonale

ho attraversato l’odore di ferro e sabbia

che veniva dai bar battuti da ore di sole e amanti dell’alcol e delle alcove.

Era l’odore, da piccolo, sul lungomare, dei videogiochi giganti che abbracciavo:

arrivavo giusto ai fianchi

dove si premevano i bottoni. Certe volte il mio ombelico sfiorava

l’ombelico della macchina con le astronavi

da distruggere, ed era bello sentire la pancia fredda

come mettersi il bicchiere gelido del tè.

Le biglie restavano il mio tempo preferito,

e fare i solchi con il sedere, la sabbia nel costume,

la bambina muta che faceva finta di non guardare quando iniziavamo a giocare,

e se chiedevi Vieni lei girava la testa verso il mare,

come una madre adulta intenta a controllare i figli in acqua. Ne ero innamorato

senza conoscere il suo nome, né il nome del respiro spezzato,

ma sapevo che quel voltarsi non mi piaceva.

Quando tornavo alle macchinette era il tramonto,

mentre cercavo di sconfiggere i marziani. Se vincevo

la soddisfazione durava lo spazio di un semaforo; se perdevo ero

triste fino a casa. Durante il gioco la bambina passava e scuoteva la testa,

poi riprendeva a leggere il suo libro guardando gli ostacoli coi piedi.

Il bagnino arava la sabbia come ogni sera. Io pensavo

che un mattino ci avrei visto spuntare patate o fiori.

 

 

luglio 2014

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