Le nozze in rosso

peperoncino

Le nozze in rosso
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Per quanto la tavola fosse già imbandita
all’aperto per le nozze in tarda estate,
ormai l’esercito si faceva troppo
vicino, e le spose
sarebbero dovute sparire prima della torta,
pena l’imprigionamento e conseguente tratta delle schiave
sul mercato del lavoro
nei centri di chiamata senza scatto alla risposta.
La cuoca aveva preparato
uno scudo di Pan di Spagna
rinforzato da una cialda di cacao
dura più di un uovo marmorizzato.
Da quanto avevano aspettato quel giorno?
Per molto tempo in dubbio
sul colore delle damigelle, ma di certo
non rosa e non viola, piutttosto
un bel rosso Magna Grecia o un azzurro Berlino
e le porte di Brain-the-bourg si sarebbe aperte
almeno una volta al sesso maschile per poi schiudersi
come schianto delle labbra
alla fonte medicamentale,
intanto l’esercito dei budini-a-vento
rizzava le sentinelle in piedi sopra il cavallo barzotto
che si eccitava guardando un compare
sei file di zampe più avanti,
mentre l’esercito delle mammelle, dal gazebo del matrimonio,
spruzzava latte a catapulta per fermare l’invasore,
e a quello schizzo di vita improvvisa
tutta l’armata si fermò, e fece dietrofront
per lo scandalo e l’affronto ad armi impari.
Fu così che le spose poterono tagliare
la torta al marzapane e fiori d’ibisco
raccolti con sapienza dalle madri armene
su monti irti come capezzoli silani, dove il freddo schiaffeggia
i malcapitati in estate che s’avventurano in manichecorte
o mezzemaniche di Gragnano.
Tutti applaudivano al passaggio delle spose sul carro nero
di ciocciolato, e si facevano già paesaggio e poi ricordo
per gli invitati, che ciondolavano tra i tavoli avanzati,
le damigelle prese e quelle scartate, i benpensanti sotto i tavoli,
gli innamorati a rimirare le mani
a mo’ di mappamondo per i viaggi.
Sola nell’angolo, la cuoca pensava a quella sposa
appena partita, mentre sfiorava gli occhi con le dita di peperoncino,
e un pianto rosso, fatto di lotte antiche, speranze ancora tenute
con il filo con lo spago dell’arrosto,
già si spandeva per la cucina da campo. Veniva a piovere
che era quasi una liberazione e una distrazione,
e chi si preoccupava di riparare
se stesso e qualcun altro,
e chi come la cuoca e qualcun altro
nel fango a dirotto, a nuotarci, a farsi prendere
da un panico di speranza, sorridersi l’un l’altra
come quando già si crede di conoscersi,
i petti in fuori in segno
di una pace duratura, l’esercito in fuga, lontano.

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8-9dic15

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