Teoria della danza

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Teoria della danza
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Non hai idea certe volte come crescendo
la danza salvi la vita,
più di un viaggio, o un abbraccio, al risveglio, mimetizzato,
sopra l’autobus pigiati, aggattati al freddo alle fermate
in attesa di un nuovo
mezzo di superficie. Come fai a fidarti
di uno sconosciuto? Risultato, hai la stessa probabilità –
che ti conquisti e ti deluda – di un amico fidato.
Non so davvero di cosa tu
stia parlando, nemmeno ti sento
con le cuffie da nuoto nell’aria asciutta e gelida
a tuffarsi col semaforo giallo, traversare
le strisce facendo una spirale
senza toccare la parte bianca, senza guardare in faccia
chi attraversa, pena l’esclusione dalla vita pedonale.
Ora capisci tutti i “Save the laste dance”, perché non debba
chiudere la scuola di quartiere, e i musical hanno senso
e mettersi a cantare e ballare sopra un tram affollato
avrebbe senso, non per chiedere soldi, ma per farlo,
senza una necessità apparente. “Perché scrivi le poesie”,
o “Perché danzi”. Diffidare di chi fa domande
come sentenze. Diffidare di chi poco s’appassiona
e si accompagna coi perché. Diffidare anche di chi
troppo s’appassiona delle diffidazioni.
E chi ti aspetta quando torni a casa, silenzio o musica? Rumori
di ristrutturazione o spari in televisione
che non sai se vengono da te o da qualche vicino,
l’idea di bussare, saperne almeno il nome,
magari poi non vi dispiacete,
non avrebbe un po’ di sale, un po’ di sete?
Ho una musica classica, o se preferisce un po’ di torta
avanzata. Fatta in casa, con il miele artigianale.
Le api che vanno scomparendo in città.
Gli alveari-condominio che aumentano. Le precauzioni con il condom
non sono mai troppe. Non confondere però i figli con le malattie
mentalmente trasmissibili. L’intelligenza non si contagia
quanto la stupidità.
Sempre meglio che la campagna che non sa niente.
Sempre meglio di una città che non danza.
Per riprendere il filo è necessario perderlo.
Non so cucire nemmeno un bottone.
Non so costruire uno straccio di storia.
Gli abiti vecchi sono buoni a fare stracci.
Gli abiti vecchi odorano di storie.
Aprire l’armadio e ripartire
da ciò che è da buttare e da tenere.
Quello che scarti è una storia. Quello che resta
non puoi indossarlo tutto insieme.
Non puoi incontrare tutti quelli che conosci
e hai conosciuto in uno stesso istante.
Sotto terra, oltre le cantine, non sapevi l’esistenza di un stanza
immensa che i vicini ti hanno mostrato. Qualcuno s’allena alla sbarra,
qualcun altro legge un giornale. Nessuno
qui è sperduto, ogni passo ogni salto ha una sua esigenza,
e non chiede ragione.
Mi fermerò un attimo o tutta la vita
in questa sala da ballo triangolare.
La musica non parte ancora, la torta al miele artigianale
è piaciuta, e solo un angolo ne rimane,
sopra la cassa accanto alla porta. Una bambina e un pappagallo danzano
con le briciole. Suonate forte il campanello che da qui non sentiamo.
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5-9dic15

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