La Diga di Lumière

veronicaMecchiaFoto
La Diga di Lumière
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Alla ripresa degli allenamenti
per la nuova vita
tutti erano ancora appesantiti dalle feste.
Non era stato il cibo ma piuttosto
le famiglie da digerire
e il bilancio di fine anno.
I mastrini appesi a mo’ di festone
alle finestre, una coppia di anziani
ballava le danze occitane
mentre tutto il resto della piazza
era passata allo swing.
Ogni profilo, di naso, viso o montagna
passava lungo la stessa linea
ed era intercambiabile:
ti sarebbe potuto uscire un affluente dal braccio,
dalle narici spuntare un fiotto di neve
e dalla manica uscire una stella alpina
che ti guidasse fino alla prima lepre
capace di insegnarti a fuggire
agli uomini cattivi al primo sguardo.
Mi chiedevi perché
non parlassi mai di me
in prima persona.
Lo facevo per noia o per paura
di non essere interessante,
e non per vergogna. Del resto come giustificare
davanti a tutto il paese
che mi era spuntata una diga sulla fronte
e potevo dare energia a tutta la valle?
Solo tu potevi reggere il dislivello,
e all’apertura delle chiuse
lasciavi che l’ondata ti trapassasse.
Ti chiamavo la mia Diga di Lumière.
Imparavi ogni danza con facilità, di gruppo, di coppia.
Rimanevo a bordo pista in disparte,
controllando che nessuno s’innamorasse
troppo o ti maltrattasse
per eccesso o difetto d’amore.
Ogni volta che tornavi da me a fondo valle
danzavamo lontano da tutti
l’unico ballo che non avevo dimenticato.
______
13gen16
photo Veronica Mecchia – all rights reserved
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