Di quale favola parliamo

Di quale favola parliamo
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Quando la voce si sparse a corte
era già troppo tardi per fermare
l’emorragia di parole: niente
era più vero di quanto si potesse credere,
ma anche un po’ più in là dell’immaginabile,
tradotto: certe ombre stampavano
immagini sopra una parete o un marciapiede
senza una fonte diretta di luce né la presenza
di un oggetto da cui scaturisse l’ombra,
oppure
certi esseri umani dichiaravano sentimenti
che non erano toccabili come la buccia di una mela
o la pelle ma era evidente che fossero ancor più
esistenti, dato che la buccia se ne stava lì inerte,
la pelle poteva bruciare se strizzata, ma
la mente soffriva o gioiva anche senza stimoli esterni.
Ebbene dopo tutta questa prosopopea
da tre soldi, non era chiaro se scopare
fosse un atto mistico o volgare,
se un modo per sviare dall’accaduto e dal maldetto
o per celebrare quelle sviste nel litigio fatte di parole
dolci scambiatesi quello stesso pomeriggio
dove le ombre appunto si proiettavano senza
che si palesasse l’oggetto in questione, origine dell’ombra.
Evidente, nell’autore, era il bisogno di passare
a uno strumento diverso dalla favola edificante,
qualcosa che non era più immagine e non ancora
racconto, per risolvere la questione delle ombre
senza corpo e senza storia. Si sarebbe rivolto
a una maga degli innamoramenti. Dicevano che
avesse un costo esorbitante, in quanto andava oltre
l’orbita terrestre, a cercare l’ispirazione fin dopo
la luna, ormai troppo abusata,
e al di là di Venere e Marte in amore, troppo stanchi,
e senza l’entusiasmo della novità.
L’idea della maga
era quella di arrivare ogni volta a un pianeta ancora
sconosciuto. Là dove anche le leggi di gravità e di linguaggio
erano tanto diverse che il suono non si poteva udire
dato che non c’era niente che potesse vibrare,
ma non era neanche un linguaggio muto, piuttosto
gli spazi tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro,
quelli erano i momenti davvero importanti
sopra cui soffermarsi, e il resto non era che eco
logia, ripetizione del pensiero, preservazione di una natura
morta, quando la lingua sempre è viva come la vita
che non sai più se è nata prima la lingua o la vita.
Quando si sparse la voce a corte,
che la lingua era ben più vicina alla vita che al pensiero,
i reali della critica letteraria piansero
tra le righe, ma rimasero fieri al loro posto.
Soltanto una persona abbandonò i ranghi,
uscendo a grandi passi e rumorosi,
seguita dal suo fido cavallo alato,
pronti a raggiungere la maga
oltre i pianeti del sistema solare, oltre la via lattea,
o anche la via del sale, via salaria, una pozzanghera di latte,
per una bottiglia di vetro malriposta sul secondo gradino
dell’ingresso di casa, colpita dall’avvento di due giovani
amanti che si promettevano interno amore.
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14-15marzo16
photos Francesca Woodman
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