Il resto del tempo

logica cose Davies

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Il resto del tempo
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Erano gli anni della casa paurosa,
ci passavamo i capodanni, senza sapere
chi ci vivesse
il resto del tempo. Non erano
domande che ci riguardassero,
negli anni della scuola media, una tempesta
ormonale, dicevano,
ma non pioveva mai e non usciva mai
un sole nitido e preciso nella notte
che illuminasse tutto
senza dare spiegazioni. L’importanza del passaggio
tra un anno e l’altro era
inversamente proporzionale al numero
degli alcolici presenti. Più erano
le bottiglie e maggiori erano
le probabilità di amare
qualcuno anche solo per un secondo, o forse
avere una migliore veduta di una maglietta
sollevata per una penitenza, qualcosa
a metà strada tra un obbligo e un piacere,
lì, dove si imparava la sottile arte
tra costrizione imposta e desiderata,
quel finire nei guai con il piacere
di finirci salvo poi pentirsene, i vetri
infranti, lo scoppio di un petardo troppo
vicino a una mano, il dito troppo
lontano per raggiungere
l’essere più ambito della classe,
così biondo e nero
allo stesso tempo,
di statura indefinita come quella dei banchi,
delle lavagne, accessorio
indispensabile, e cosa pensava
il migliore di tutti, scelto per caso e dal caso,
lui o lei, a seconda delle mode?

Si spargevano flutti, e cascate
di spumante a retrogusto fragola,
sapore di rossetto, profumi troppo
spinti, colori troppo sapidi sulle camicie
a quadretti, sopra i quaderni a righe dove
incise scolpite emergevano – come le migliori
tette della scuola – le dediche sui diari
a metà strada
tra una dichiarazione funebre e amorosa,
Jim, Kurt, Kurtney
Love, l’importante era
non restare a casa, per nessuna
ragione al mondo, rimanere fuori tutta
la notte, anche se la musica era
finita, con l’ultima coppia che ballava
senza lo stereo tra le dixie e il caramello,
gelarsi il collo dal balcone della casa
stregata aspirando l’aria gelida fingendo
che fosse fumo, senza sapere ancora
chi erano i proprietari
della casa, della vita, dell’anno nuovo,
l’importante non tornare a casa
nella propria stanza senza
un proposito, una canzone appena scritta
nella testa, un qualche amore reale o inventato,
il ramo alto occupato
dal verso del piccione ancora sveglio,
l’ultimo che arriva al lampione non scopa tutto l’anno

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mi.20.3.18
photo:
“_La Logica Delle Cose_” LimitedEditionPrint
© Davies Zambotti

http://www.davieszambotti.com/

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Il cerchio

_I ricordi della sera_ Davies
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Il cerchio
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Nel caso ci fossimo
scordati del cerchio,
eccolo lì, perfetto
come noi non siamo
 
Chiuso, consapevole dell’essere
uguale preso da ogni parte,
presente in ogni punto del mondo,
là in quella parte dell’occhio
che sta in ascolto
sull’iride
nell’eclissi di sole nero della pupilla,
e poi nel bordo della tazza di caffè
coi suoi riflessi smeraldo
 
Nel caso ci fossimo
amati
in un cerchio
non ne saremmo potuti
uscire
e nessuno sarebbe potuto
entrare
chiusi
come una melodia che si ripete
 
doremifasollasilasolfamiredoremifasollasilasolfamiredo
 
Nel caso ci fossimo
scordati del tempo,
ecco l’antropologia dell’acqua
blu
come gli iris che hai portato
gialla
come il pesce palla striato
che nuota nell’evoluzione del giorno
e dalla boccia trasparente
esce e scivola sul pavimento
e poi si pone
in posizione eretta e, camminando, ci chiama
per nome e ci saluta,
esce di casa senza chiavi
di lettura
per strada, strisciando contro
le vetrine, osserva l’influenza
della moda sulle maree
 
 
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mi17-19marzo2018
picture: “_I ricordi della sera_” by Davies Zambotti © allrightsreserved
DS Zevis

Mark Plancton (da “I discorsi della fame”)

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Mark Plancton
(da “I discorsi della fame”)
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Ciò che sento
è la fame sotto,
senza tregua, costante,
non si accontenta
di assimilare cibo
smontando gli elementi
dalla tavola periodica imbandita:
cerca altro, fruga
in mezzo dentro l’ombra
delle persone, nelle fughe
sottintese in una sala
da ballo berlinese,
un certo movimento che accenna
quella mano con la punta delle dita
in controtendenza
rispetto all’andare dei piedi.
Ciò che cerca quella
fame di conoscenza
è un desiderio che non si sfama e che
non termina mai:
è fame di conquista, desiderio
carnale di sapere:
voglio,
estremamente, disperatamente, infinitamente,
voglio
essere tutto ciò
avere avuto io quelle idee, essere quell’opera
tutti i personaggi, tutta la loro vita, fagocitarne ogni
mossa, sentimento, pensiero, essere la scenografia
farmi dipingere del fondale giusto, avere quella perfetta
luce in quella scena essere lo strumento suonato
da quelle dita viaggiare arrivare nell’altro continente
per portare il sudore la danza la musica in quel ritmo esatto
in quella potente dissonanza

– hai presente lo stupore, alle finestre
quando due animali s’incontrano e incuranti
si danno il reciproco calore? –

E liberando in volo
piccole mongolfiere di cristallo
arriveranno fin dove devono
arrivare, poi proseguiremo noi
con lo sguardo e l’immaginazione.
Ci toccherà sostituire gli dei
nel giorno della creazione,
ritorneremo a fare gli spettacoli di luce
con le mani proiettando figure d’ombra
sul muro prima di addormentarci quasi del tutto
per risvegliarci al mattino con il dubbio
di aver lasciato i segni delle ombre sul muro.

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mi12-14marzo2018

NOSTrALGIA

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NOSTrALGIA
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Ho già nostalgia di questo posto, e non
ci sono ancora stato. Del resto, avevo
nostalgia di te
prima che ci incontrassimo
e nostalgia della casa
prima di entrarci.
 
“Potresti almeno chiudere
le virgolette quando passi?
 
Lo farei, se fossi stato io ad aprirle.
 
Il mondo, la mondanità di mostrarsi
la sera con i denti bianchi, e al mattino
con gli occhi stanchi, in casa, nel casolare
dentro lo specchio di xilitolo, indossare
una maschera di burro
di carità per uscire e mostrarsi
più teneri verso il mondo
per sentire
la faccia che tira
il peso dei millenni
la gravità della storia
le responsabilità di tutte le guerre
fino a quella
sotto casa
per l’ultimo posto nel parcheggio
a lisca di pesce buttata
che esce dagli avanzi dalla busta dell’organico
è lo stupore, organico è l’amore che ho
per questo posto dove scrivo, mangio bevo
muio vivo, pareti che non hanno
spessore, o per lo meno non più di quelle che
separano il mio sangue dall’aria
(sempre che si tratti di una separazione
o non piuttosto di una pacifica
distribuzione di responsabilità e spazi).
 
Ho già molta allegria di questo posto, e
gratitudine per lo zio che
s’immola all’aperto
durante la grigliata e cuoce
accanto alla brace, per tutta la sera,
mentre tutti si divertono
e alle volte non gli restano che magri avanzi
e gli tocca assaggiarsi, sentire
l’odore di grasso e rosmarino
sulle proprie dita, leccare i piatti ormai vuoti,
gli spazi tra una parola e l’altra
in mezzo ai commensali,
avanzi di conversazione, vaghi discorsi che
lo coinvolgevano, ma sempre a margine,
alle spalle, nominato per un istante – un bravo
al nostro grigliatore numero uno – e poi di nuovo
tutti voltati, lo zio al lavoro,
per farli sorridere, perché non pensino
a niente questa sera a parte
bere, mangiare, vivere, e non gli prenda già
la nostalgia del posto.
 
 
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mi.12-13.03.2018
 
 © photo DS Zevis Davies Zambotti “_Come Pezzi Di Un Film_” all rights reserved ©
texture by Gianluca Moro on giantropomorfo blog.

Volevo essere come Monk (a parte l’elettroshock)

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Volevo essere come Monk
(a parte l’elettroshock)
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Tu lo sai io volevo
essere come Monk
e a parte l’elettroshock
vivere una vita jazz
sdraiato sulla tastiera
commettendo molte sciocchezze
lasciando fuori
dal piano e dalle tazze
i rimorsi e le amarezze,
morsicare il pelo dei tasti, le corde
della chitarra spettinata.
Io lo so loro volevano
un impiegato o un’impiegata
che del nero
vedesse solo l’abito e la borsa di pelle
e di bianco solo i fogli sopra cui scrivere
le note-spese, i rendiconti di fine mese,
e invece
scrivevamo musica
sui libri contabili, componevamo
sulle bollette dell’elettricità, le prime da pagare
anche se si poteva sempre suonare al buio ma
ogni tanto qualcuno di noi aveva
bisogno di luce.
Ti piaceva raggiungermi sulla tastiera
camminarci sopra provando un acuto
o un dramma grave. Certe volte smettevo
di suonare
e restavo ad ascoltare. Erano note minime le tue,
accordi molto stretti a grappolo, tanto che era difficile
farci passare anche un solo dito in quella fessura.
Godevamo tra le parentesi delle prove
nel teatro del salotto. Fuori pioveva sempre
anche se c’era il sole. Qualche volta
facevamo il risotto che da rosso
diventava giallo. Non uscivamo più nemmeno
per la spesa, che ci lasciavano sull’uscio di casa. Ci svegliavamo
soltanto al rumore di un lontanissimo gallo. E se uscivamo
era per andare a esibirci nella foresta di bambù
nata nel parco della famiglia Segantini. Ci portavano biscotti
e caffelatte, e tè di Nikko, e caramelle a forma di panda.
Quando tra le canne verdi del bambù
suonavo il pianoforte della Professoressa Segantini,
il Professor Segantini mi accompagnava a volte con l’arpa
a volte con un disco volante che arpeggiava in re minore
su scale misolidie. Pare fosse atterrato sulla Terra insieme a Thelonious
Monk e ai suoi 69 gatti. La vita su Marte non era poi così interessante
rispetto a una sonata di Monk. L’Esercito delle Scimmie era stato
sconfitto dalla Premiata Orchestra dei Felini in una gara all’ultimo
accordo. Prevalsero i gatti con una sovrapposizione tra sol e la maggiore,
l’accordo più sospeso che poteva esserci, insieme alle diminuite,
ma più pieno di vita, in risalita come la velocità di crescita dei bambù
che ormai avevano già preso piede in tutta la città
ed erano più alti delle Madonne in cima alle chiese e delle guglie e delle cicogne
e dei solleticacieli delle banche e delle bacheliti a forma di banana su cui
già si arrampicava l’Esercito delle Scimmie con i suoi strumenti da banda.
Quando la foresta di bambù si espanse per le città limitrofe fino a coprire
in modo uniforme tutto il Continente
e attecchì anche negli Oceani, la Terra aveva
un’unica forma, e risonava di tutte
le musiche mescolate. Senza nemmeno
fare un passo in acqua eravamo già
in Giappone, e poi in America del Nord.
Passavamo accanto alla casa di Monk,
gatti bianchi rossi gialli neri alla vetrata,
il pianoforte impolverato, alcuni tasti
spariti come i denti da latte in un sorriso,
e anche se non era stato
accordato da molti anni,
restituì alle mie e alle tue mani
la musica migliore della nostra vita.
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mi11.3.18
 pict: Thelonious Monk (photo by © Jim Marshall)

Un nulla qualunque

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Un nulla qualunque
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Un nulla qualunque, né più né meno
di quelli che s’incontrano a fine strada, a fine
giornata, usciti dal supermercato quello
piccolo, sotto casa, più familiare e meno
spaventoso – in apparenza – del centro
commerciale in periferia
o fuori città.
Ogni suono sul lettore alle casse
è un prodotto che passa e che non
torna, prima o poi sarà mangiato, bevuto,
espulso da qualcuno nell’appartamento,
un ospite, un parente, un figlio arrivato
da lontano dopo un lungo viaggio
dalle Indie. Resterà
il profumo di arance e cannella, resterà
per qualche giorno, poi ripartirà,
al supermercato torneranno
le offerte 3×2 sulle mozzarelle,
la cassiera sorriderà per qualcosa che ha visto,
un pensiero nella sua testa, forse,
o un cliente che rischiava di scivolare
in fondo al reparto dei surgelati,
ma ha ripreso l’equilibrio proprio
all’ultimo, ha pagato le sue
rosette in promozione, è rientrato a casa battendo
il vetro del pesce rosso, distribuendo
briciole per sé e per lui,
e l’orchidea
avrebbe bisogno di acqua dopo un mese,
un nulla qualunque, o poco più, una
goccia evaporata, basterebbe,
per non morire, sopra la tavola,
accanto al televisore acceso
sulle notizie del giorno
in replica alle due di notte.
 
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mi7-8.3.18
 
picture: Giovanna Palmeto

Senza nome

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mi7.3.18
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Senza nome
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Scrivi, scava, iscriviti negli interstizi, tra le porte, recita il poema del non-lamento, declama l’esaltazione del sole quando incontra la terra, godi del cigolio che fa la porta aprendosi, fai l’amore con la prima ombra che entra, attrai la tua mano alla tua bocca, conosciti in tempo prima di morire e rinascere in una forma di linguaggio più oscuro e comprensibile, lasciati un ciuffo ribelle che ricordi la casuale progettualità degli alberi, pianta una radice acquatica, che viaggi insieme a te fino al nuovo Continente dei Pianeti che ruotano intorno alla tenerezza, terrorizza chi ti tira giù (dall’albero) e già prevede che non ce la farai, lasciali nel loro brodo di pozzo disgorgante, va’ oltre, cammina nei luoghi di quando avevi pochi anni, striscia nelle strade, negli appartamenti, lungo i pavimenti dove hai lombricato, gattonato, prima di imparare a camminare, blatera, vocalizza, come quando non sapevi ancora le parole e niente aveva un ordine, e non potevi dare un nome né alla gioia né alla sofferenza, allungati le dita fino a toccare quel passante che ora che si avvicina non è altri che te, lascia indietro anche me, meravigliati di andare avanti senza nessuno, fermati anche tu, lascia che vada avanti quell’altra parte di te, guardala andare, permettile di salutarti e dirti addio, non ti voltare indietro, non guardare avanti, stai, con tutto ciò che ti circonda, vivi la mutevole immortale forma di materia, grido, vita e pianto dentro di te, nell’aria, rallenta, non ci sono più spazi e tempi da conquistare, tutto ha il senso del niente, il senso di tutto è solo il senso, non dimenticare tutto, non ricordare troppo, abbandona l’imperativo categorico, indicandoti la strada, resti a disposizione della storia, apri la porta, entri nell’acqua, immergi anche la testa, nonostante tutto respiri.