Le condizioni necessarie

pianapadana by giallo
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Le condizioni necessarie
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S’aprono le condizioni
necessarie al cambiamento:
un merlo che s’affaccia e mette quasi
il becco sopra il vetro
appannato
della camera da letto;
il primo ghiaccio che ostacola
una reale chiusura dei serramenti,
e occorre spingere
più forte per sigillare;
l’intonaco che mette prima una crepa
e poi una serie di righe su e giù
come un elettrocardiogramma
e il muro è
da rifare o quanto meno
mettere in sicurezza;
un tentativo di scasso
da parte di un orso uscito
dalla riserva boschiva.
 
E si potrebbero enarrare
altri innumerevoli segni,
come
il bisogno
di una stanza in più
per scrivere la storia
di un ingrandimento;
l’inquilino di sopra che fa
troppo rumore;
la voce inadeguata del dirimpettaio
che non s’intona al pianoforte
appena acquistato.
 
Le condizioni sono mute
o parlano a seconda
di chi ascolta, e per altri versi
si potrebbe restare
nel proprio sguardo-casa-lavoro
fino a che morte non ci separi, ma
troppi segni tutti insieme ci
suggeriscono di cambiare.
 
Adesso che siamo sopra
le nuove fondamenta
– la casa ancora da costruire
i vicini da inventare e
soltanto qualche ciuffo d’erba che
emerge tra le zolle nude
intorno al cratere –
sembra sia stato l’intervento
di una civiltà più antica
a scavare a lasciare
il vuoto per i pilastri e la struttura:
così, mentre ci sfioriamo la fronte
per aggiustarci a vicenda i capelli
per via di un’improvvisa tramontana
ci guardiamo e poi guardiamo
il cemento armato, l’inizio dei lavori
pacifici e quello che sarà. Non abbiamo fretta,
abbiamo tutto il tempo del mondo,
abbiamo già venduto la vecchia casa
e per un anno dormiremo dove potremo
in ogni angolo della Terra
(non possiamo certo stare svegli
un anno di fila
senza chiudere gli occhi).
 
Dicono i lavori finiranno in anticipo.
Possediamo sufficienti
provviste ed esperienza
e quando torneremo dal lungo viaggio
la casa sarà pronta, la chiave adatta
a far scattare
la nuova serratura.
 
Ci dormiremo una notte
senza sporcare niente
con estrema cura.
 
Il giorno dopo
ripartiremo verso
nuove fondamenta.
 
 
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milano,primadecadedottobre,2017
 
photo by gianlucamoro, pianapadana
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Indagando il concetto di noia

01-Gabriele Basilico, Milano 1970-1973
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Indagando il concetto di noia
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Tutto ciò che non è
identificato fa paura.
Prendi quell’oggetto:
è una forbice o un coltello,
oppure è un orsacchiotto.
Ma se non ha nome
allora ti preme sullo sterno
una qualche forma di timore.
Invece come è bello tutto questo
spazio senza nome.
Potrebbe essere città o campagna,
pandizucchero, nebbia, stazione.
 
Dove sono ora mi piace.
 
Il linguaggio è un lupo
impostore
travestito da nonnina che bussa
alla bocca, ai denti,
per la divorazione
dei suoni, antica
fabulesca fonazione.
Ma un lupo
si può ammansire, non
addomesticare.
Poi un giorno una parola ti morde
e non puoi dire “però
non mi avevano avvertito”.
La parola rimane
la cicatrice
non te la togli dalla pelle.
 
E potrebbe non c’entrare in tutto questo
l’odore nauseante
delle brioches preriscaldate
in prima mattina
spandersi da un bar
del centro (o è la periferia?)
di qualcosa che finisce in -ate,
non lo ricordi, ci hai
fatto sosta solo
una volta di sfuggita
in estate e tra le dita
è rimasto
per tutto il giorno
quell’ odore di noia
che non se ne andava.
 
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triennalemilano+milanoromolo+libreriaversomilano/sett-ott2017
photo: Gabriele Basilico, Milano 1970-1973

Posto di conversazione

DaviesBLU
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Posto di conversazione*
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stiamo zitti e guardiamo altrove,
in cucina tutto spento
sparecchiano gli ultimi tavoli, noi
non andiamo
via
dobbiamo chiarire
i punti che non ci sono chiari
mentre il sole alto in questa
sera di giugno
se n’è andato
noi restiamo,
le ultime briciole
ci tolgono anche i bicchieri
ci restituiscono la carta
di credito
avevi detto
avevo detto
io io
tu tu
poi guardiamo
insieme
la stessa direzione
la barca coi turisti sul naviglio
grande sembra affondare
quando sparisce alla vista,
ci sono cose più importanti che
litigare
ci alziamo paghiamo il conto
andiamo a casa a fare l’amore
lungo la strada ci sono
i canguri che portano le cene
saltando i pasti
fino a notte inoltrata,
restiamo per un attimo
su una gamba sola
sopra di noi
i cantieri con le gru sono fermi
ma
sembra sempre che si debbano
da un momento all’altro
abbassare o sollevare
 
 
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milanoalzaianavigliogrande,28sett’017
 
 
photo by Davies Zambotti -allrightsreserved
 
 
 
*Il titolo è il nome di un ristorante in Alzaia Naviglio Grande 6, Milano

秋葉原 akihabara

Akihabara Tokyo
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秋葉原
akihabara
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?
 
resteremo sempre
esultanti e inadeguati
di fronte alla vita e alla morte
davanti a questo vetro
con la fila di bambole appese
da afferrare con il gancio
in una sala
giochi
giapponese
 
?
 
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apr-sett017

Svelature

davies Raccontami
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Svelature
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Ero passato in quel rovo
nell’ora più incerta del giorno
per cercare me stesso o almeno
qualcosa tra le spine che non pungesse
e fosse dolce
come quando a cinque anni
raccoglievo le more
 
– l’Italia vinceva i mondiali di calcio
io bucavo palloni tra i rovi –
 
Mi era presente la situazione di scrivere
senza buttare la tradizione ma senza
esserne schiavo, e i muri
non facevano per me, la carta
era assai più fragile, e sottile
come un inchino giapponese.
Decisi che quello sarebbe stato
il mio Paese
dei racconti e delle scoperte. Lì
ritrovai l’amore e altre coperte
che ci avvolgessero
senza soffocarci. Passai al tu,
a chiamarti nelle notti cristalline
(per quanto in segreto da qui)
con il tuo soprannome
imperiale. Pare venisse da un ramo
di una dinastia austriaca mescolata
con le foglie di un tè
verde pregiato dell’Estremoriente.
 
Ti chiamavo come si chiama
qualcosa di non perduto ma che
non sai bene dov’è: a casa,
ma non sai dov’è, gli occhiali, un libro,
le chiavi, non sono al solito posto
ma da qualche parte
in casa saranno, con calma
quando sarà il momento
riappariranno.
 
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milan3ago17-25set17gialloTrain
 
texture by giallomoro on giantropomorfo:
 
 
photo DS ZevisDavies Zambotti “_Raccontami_” allrightsreserved
 

あゆみ Ayumi, e tutti gli altri.

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あゆみ
Ayumi, e tutti gli altri.
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Sa di terre dimenticate,
un tè bancha in foglie lasciate
troppo poco in infusione.
Lascia un sentore incerto,
di cui è immane ricordare
provenienza e fatica
nel raccolto, nella preparazione.
Gli stessi gesti che facevano
i suoi nonni e, dopo di loro,
Ayumi, e tutti gli altri.
 
Ora ha aperto una ravioleria
nel centro di Milano,
una traversa di via Torino. Niente di più
chiaro e preciso se volessimo
dettagliarlo,
una via esatta un numero civico
identificabile, orario di apertura
12-23. Fa anche l’asporto
ma è più bello mangiare lì.
 
Una volta mi ci sono fermato
a parlare con Ayumi. Non capisco
mai se abbia trenta, quaranta
o quindici anni, e se sia davvero
la stessa persona
della volta precedente, o un parente.
Anche loro mi parlano dal negozio
della crisi della natalità. Non
si fanno più figli in Giappone. Non
si ama più. La tradizione cambia e non
sappiamo se sia un male.
 
Quando Ayumi apre bocca, sua sorella
tace ma prosegue il discorso con gli occhi.
Quando parla la sorella, Ayumi
scompare
in cucina e ritorna
con una tazza di tè per tutti.
 
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milano22.9.017
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photos DS Zevis Davies Zambotti, “_Semiotiche Strutture_”+”_Hills_”
(allrightsreserved)

PAPERDUCK (o dell’importanza di essere papere)

img-alluminio
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PAPERDUCK
(o dell’importanza di essere papere)
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Le papere amano il proprio stagno.
Non si spostano volentieri
ma se lo fanno
cambiano Continente.
 
(per quanto il termine esatto
sia “anatre”)
 
(i pareri non richiesti, fuori dalla porta,
grazie)
 
Amano alle volte farsi fare
il solletico alle piume, ma
delicatamente,
e solo se non raccontate
barzellette o aneddoti di scrittori.
Certe volte leggono haiku
ma più spesso ne fanno parte.
 
Non tutti sanno che
l’emblema della papera
è il germano reale.
Non tutte le papere sono
germani reali
(ma ogni germano reale è una papera).
La superiorità del germano reale
è acquisita per via
ereditaria. Il fatto è accettato
senza proteste
come l’esistenza dell’acqua, della morte,
del vento e delle carezze.
Non è un privilegio, essere germani reali,
e la carne è ugualmente saporita o insapore.
 
La stagione dell’amore è la stessa
per ogni papera, reale o non reale.
Quando fa freddo si smette.
 
Pertanto a differenza di ciò che si dice
le migrazioni iniziano per mancanza
d’amore, e non di fame.
 
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<0=<20-21/09/2017
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