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GENERE NARRATIVO

“stasera devo fare dei movimenti, non ho tempo per starti ascoltare”

“quali movimenti?”

“ti sento solo parlare di sentimenti e mai di cose concrete”

”i sentimenti sono la cosa più concreta”

“io direi la cosa più astratta”

“di quali movimenti parlavi?”

“movimenti generici”

“una cosa astratta allora”

“no, una cosa molto concreta”

“questa sera volevo stare con te”

“questa sera volevo stare con me”

“potresti unire le due cose”

“intendo dire: solo con me”

“e i movimenti di cui parlavi, i movimenti concreti?”

“lavoro con il corpo”

“non ti credo”

“se non mi credi, io non esisto”

“non spostare l’argomento”

“comunicare significa spostare sempre l’argomento”

“parlami del tuo sentimento”

“parlare rovina le cose”

“il sentimento non è una cosa”

“allora non esiste, e tanto vale non parlarne”

“parliamo di noi, allora”

“noi di certo non esistiamo”

“esisti tu, esisto io”

“vuoi dire che noi…”

“voglio dire io, e non voglio dire noi”

“perché mi devi mettere i bastoni tra le ruote?”

“perché corri troppo”

“sei tu che sei sempre immobile”

“rischio meno se sto fuori dal traffico”

“rischi di addormentarti, però”

“non se sto con te”

“è perché hai voglia di scopare”

“non è vero, ho già scopato con me stesso da non più di un’ora”

“allora non mi vuoi”

“non arrivavi, e ho deciso di venire”

“non verrò più”

“io verrò sempre da te”

“non aprirò”

“chiuso è ancora meglio”

 


grazie ad Andrea che per caso ha pronunciato le prime 5 parole, e da lì mi è nato il resto..

biblioteca, Torino, adesso


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esterno – notte

cammino con le mani in tasca, così le spalle ondeggiano di più in prossimità del mare, passa una vecchia con addosso l’odore della naftalina, e poi odore di nafta, dal porto, qualcosa di segreto è stato scaricato, c’è una luce in quella casa, e odore di frittura con l’olio quello scadente, la mamma saprà consolare il figlio piccolo che ha perso il dente, giro l’angolo e scompare la gente, non c’è più niente, soltanto un lurido eco di rime, un buco stretto che non sfocia, tolgo le mani dalle tasche per essere più pronto in caso di abbracci o di tempesta.


 X Y Z
   
   
chiedimi perché ti cerco se non ci sei
e se non ci sei ti cerco nei personaggi dei telefilm per ragazzi
chiedimi perché ti desidero come i pazzi
all’uscita dalle fabbriche di colori chimici
e perché gli amici chiamano sempre durante l’orgasmo
e chiedimi il prezzo della rinuncia al capitalismo
e come ho fatto a rimanere ricco
chiedimi quello che vuoi anche dopo aver scopato
chiedimi e non ti sarà dato ma rivelato spremuto sperato
chiedimi che fine ha fatto il tempo e dove siamo
e dove sono gli amici quando io non sto con loro
e se prima è nata l’amicizia, l’amore, o la gallina
chiedimi che ore sono quando non ho l’orologio
per indovinare un tempo migliore
chiedimi dove siamo quando siamo al buio
per immaginare uno spazio che ci contenga e non contenga
tutti
ma solo alcuni
chiedimi perché ci sono i brutti
le brutte cose i brutti momenti
chiedimi perché non mi tormenti mentre io ti tormento
 
(o dopo tutto questo non vorrai anche
 chiedermi che cosa sento)
 
 
 
 torino, oggi, casa
 
 

EFFETTO NUMERICO DIETROLOGICO LABILE CREOLO DEL MATTINO SPALMATO SU MIELE CERATO, OCCHI APPENA APERTI E DISAVANZO PRIMARIO PUBICO
………

metti più dita – mi dicevi, e la vita si formava già tra l’unghia e il pollice, l’argine era bagnato, tra poco allagheranno tutta la valle, dobbiamo scendere più in basso, dove le cose non si conoscono ancora, dove c’è ancora tempo dove c’e ancora tempo per…

metti più forza – mi dicevi nel bel mezzo delle cose estreme, dare più spazio a quel che non conosci ancora, nella prima ora del mattino impastato dell’alito più desiderabile al mondo, il tuo

metti più dita sul piano – due non bastano per un accordo. ma possiamo fare un bicordo, togli un dito, resta solo una melodia, accompagna la melodia non lasciarla sola, sai, è un pubblico pretenzioso…

metti più miele – quante dita ha l’orso polare? metti più denti intorno alla mia carne, metti più arte intorno ai musei, metti più pareti intorno ai quadri, metti più me intorno a te…

metti che un giorno smetti di sognare, non sia mai, ma metti che un giorno, occorre premunirsi, avere una provvista di sogni, non è che uno va in giro senza ruota di scorta, senza desideri alternativi, senza…

metti che un giorno ci incontriamo.

—- ——- — —— — —

(adesso adesso, torino casa)

RICETTA

 

Impasta un chilo di farina con acqua ghiaccio ciglia senza mascara, prendi il ronzio di una zanzara, il colore dell’ala di una farfalla tropicale. Unisci il tutto a un bicchere di rum puro Havana, cuoci in forno toda la mañana, tiralo fuori la notte, ma non nei vicoli ciechi. Preferisci le zone sorde di chi sa ascoltare, gli interstizi musicali tra un muro e l’altro, dove buchi e crepe si passano le note da un appartamento all’altro. Appartati con la gente più strana e imparentati con le fiabe più lontane, per generare storie creole, e briciole di panpepato. Non chiederti troppo dove sei arrivato, non cogliere ortiche senza esserti immerso in una soluzione del giallo. Poi mangia tutto quanto, e sarai molto più leggero.

RICETTA

unite al succo di un mandarino ben maturo un’idea di prezzemolo acerbo, mondate le impurità del taglialegna con acqua e aceto di lavanda, appendete alla lavagna il discolo più diligente che resterà a guardare gli altri lavorare, senza far niente.

(scritto in casa, partendo da nessun pretesto, se non un mandarino un bocca. o era un mandarancio-clementina?)

tempo di azioni, di temporali mancati e da troppo tempo attesi – i contadini contano l’asciutto nei canali della mano – tempo di villano e di città cadente che sprizza latte fino alle ginocchia della piazza principale, tempo di funerale coi fiori gialli per il sindaco uscente, tempo di tutto e di niente.

mi sono recato dal burocrate delle parole per riprendermi il vocabolario che mi spettava. “chiuso per ferie”, mi dice. “quando riaprirete?”, gli chiedo. “Quando avremo un posto dove rinchiuderci”

(capirò più tardi quello che volevo dire)