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Fantasia di Chiang mai

chiang mai
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เชียงใหม่;
จินตนาการ
Fantasia di Chiang mai
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Sembrava un tempio,
un po’ più spoglio
del solito, e meno dorato,
ma comunque un luogo
d’isolamento,
quando sono entrato
per pregare
ho realizzato: era
un magazzino
di vernici e pollini,
ho pregato nel magazzino
di poemi e vertici,
meditando su ciò
che era avverabile
e ciò che era semplicemente desiderabile
perché diventassi una persona migliore
e meno legata al filo
dei commenti nella vita e nelle pubblicazioni
ho appeso la sentenza
a un filo di ferro che penzolava
come i rami presso i templi
e dato che l’effetto non era poi
così diverso
ho deciso che poteva andare bene
e poi ho pensato che
come profezia
non era poi affatto male
e del resto me l’ero poi predetto da solo
il futuro
per cui mi sono portato via il foglietto con la sentenza
ho camminato per ore
lungo ombre di strade
(strade che parevano l’ombra di se stesse)
e al primo passante che anche solo vagamente
somigliava a un magistrato
ho regalato un fiore di carta
bollata
con sopra il primo testo scritto nella mia vita
chiedendo che fosse clemente
per gli eventuali
errori di ortografia o eccessi verbali.
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trenopermailand,21lug17
photo and texture by giallomoro

Le albe del professor Klinker (vol.1)

klinker
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Le albe del professor Klinker
(vol.1)
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Con la luce delle 5.50
anche il palazzo in klinker
sembra più bello
e anche io
che mi ci specchio
dentro
anche partire
non pare una scelta a quest’ora,
ma una necessità delle braccia
e delle gambe
che vanno e vengono
senza pensare:
 
come il prodotto di un suono,
un triangolo in un’orchestra,
che inizia piano dal fondo
e si propaga lontano,
oltre il teatro, per le strade
dell’Orso e di Pontaccio
e passa oltre, prosegue
fuori Milano.
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romolo, milan 11.7.17

Persone che potresti conoscere

vicolo monopoli
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Persone che potresti conoscere
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Quelle porte
così pazienti
quelle creature
così evidenti
che s’anfrattano nell’androne
prima che il vicolo si metta
in un canale, o nel porto,
e scompaiono
in un niente
com’erano arrivate,
e compare la noia,
o il terrore,
di non sapere più
dove guardare.
 
 
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primadecadedaprile’17-milan

Il leone, la città

 

Il leone, la città

 

 

Quando ho incontrato il leone per la prima volta

non l’ho riconosciuto. Sapeva

di latte intero e vaniglia, nell’aria

scremavano profumi di mogano,

sulla maniglia della porta un biglietto dondolava:

“Ti affido il cucciolo fino a quando crescerà”.

Quando ho passeggiato insieme al cucciolo

nel centro della città

tutti si voltavano e mi guardavano:

specchiandomi nelle vetrine non c’era traccia del leone.

Ho ruggito nell’aria traversando il ponte sulla grande piazza.

Il fiume era uno stagno attraversabile. Le auto modellini

con cui giocare a mano. Gli esseri umani avevano proporzioni

variabili in scala uno a mille. Lungo il fiume lo zoo

dismesso da anni mandava voci di foresta,

e tra gli arbusti e le sterpaglie

in un cinema all’aperto abbandonato, ho iniziato a scrivere

sulla sabbia coi piedi e con le mani. A dieci passi da me

una donna prometteva, invitandomi oltre il telo

dietro lo schermo. Fissando la sua ombra dietro il bianco,

aspettavo che facesse notte per mettermi in cammino:

oltre la foresta c’era la prossima città, e già s’intravedeva

l’odore della griglia in estate e le promesse fatte a me stesso.

 

 

29/31 marzo 2014

l’apprendista innamorato

l’apprendista innamorato

 

 

potresti essere partita

per un lungo viaggio

o arrivata da un anno

nella mia casa,

il risultato sarebbe lo stesso

perché ho traslocato

al piano di sotto

e ho un appartamento insonorizzato

che nemmeno sento la mia voce

quando ti parlo

nelle ore di prima luce

quando ancora non dormo

appena rientrato dal turno di notte

dove lavoro da apprendista innamorato

 

 

 

il corso della Senna

il corso della Senna

 

“io lo so, faremo ancora l’amore

sotto i ponti di Parigi,

più in basso, sotto l’acqua

gelida, se scenderemo ancora

troveremo

il centro della Terra, e allora

farà caldo”

“io lo so, staremo stretti come quando

ci si saluta e si continua in chiacchiere

sull’orlo del pianerottolo, e uno è già vestito

e l’altro è ancora nudo”

“io non ho pianerottoli siccome

ho una casa indipendente”

“io non ho una casa

e dormo sotto la gente”

“ti troverò ugualmente”,

mentre il corso della Senna risaliva

verso nord.

 

 

(dic 2012)

scrittori

scrittori

 

 

Ero finito a questa cena di scrittori, una larga tavolata, i bicchieri ancora semipieni, i discorsi sullo stato dell’arte, la crisi politica e quella sociale, quando avrei voluto solo stare ancora un attimo con te, nel corpo di Parigi, là dove testa e sesso fanno un fiume solo, una lieve esondazione. Ebbene ero a questa tavolata, nel cuore della campagna toscana, una cena di beneficenza nel senso che gli scrittori beneficiavano del pasto senza pagare, offerto brutalmente da una banca con l’icona di una lumaca: mi trovavo ai margini del tavolo, non avevo ancora spiaccicato una parola né una sigaretta, perché alzarmi e andare fuori sarebbe sembrato sospetto a quel punto della cena. Ero lì e non ero lì, e intorno a me questi undici cazzi oltre al mio, le loro scopate tenute nei pantaloni, l’ego sborraico tirato fuori a colpi di parole per dimostrare chi è che aveva la favella più lunga. Era come essere in caserma e, per quanto non avessi fatto il militare, mi ricordavo la visita dei tre giorni, quella che ti diceva abile rivedibile esonerato, che a sentirsi abile di prima ti sentivi un dio, anche se eri certo di partire, ma poi tanto sapevi che non saresti partito, c’era il servizio civile, e per farmi abile di prima avevo pure mentito sulla miopia, che all’epoca era bassa e superai l’esame tirando a indovinare. Lungo la tavolata, i camerati continuavano a sentenziare sulla supremazia di Céline rispetto a Bukowski o viceversa, sul mirabile attacco dei Promessi Sposi, il miglior romanzo di sempre, secondo il terzo da sinistra, me l’avevano presentato come Mario, e il cognome già me l’ero scordato.

dai, leggici un brano dal tuo primo romanzo!”, dice uno scrittore sui sessanta a uno suo similcoetaneo.

era davvero improponibile. ho scritto il primo vero romanzo dopo dieci prove”.

però te le hanno pubblicate tutte queste prove”.

Le parole arrivavano come i tarli da uno sgabuzzino intente a rosicchiare cassette di legno per la frutta, tric e trac, poi silenzio, poi di nuovo tric e trac, e ancora lì che mi vedevo sotto il tavolo questi undici cazzi più uno che era il mio, tutte cariche positive, calamite che non si possono avvicinare, o forse dodici micce accese, dodici candelotti di dinamite pronti a esplodere e a far saltare in aria il ristorante, mentre io avrei voluto solo stare con la testa sul tuo ventre, è solo un falso mito quello del maschio protettivo, il maschio è solo una minaccia per l’umanità, un piede che calpesta i prati umidi e lascia impronte a breve termine. L’utero è per me l’unico essere che protegga, nel quale sempre si ritorna e si trova rifugio, avrei voluto entrarti dentro quel giorno nell’albergo a due stelle accanto alla rue Morgue, avrei voluto entrarti dentro non con il sesso, entrarti con la testa, entrare tutto dentro fino a fare scomparire anche i miei piedi dal mondo, accoccolarmi lì, nella tua pancia, e lì restare, a tempo indeterminato. Invece nelle orecchie già mi parla il mio vicino di tavolata, “Pare che tu sia in odore di premio”, e io davanti a me vedevo solo puzza, e una testa e un cazzo che parlava, e quelle sue parole erano senza consistenza, gelide come la luna nel lato all’ombra, e mi poteva anche parlare dei Pink Floyd, del rapporto tra gravità lunare e leggerezza del rock psichedelico, ma era sempre e solo una testa e un cazzo, una sagoma di cartone bidimensionale, e dietro il bianco.

Quando ho letto il tuo messaggio ho mollato la cena a metà per raggiungere la terrazza e chiamarti. Hai detto poche, lunghe parole, ogni lettera arcuata come uno stiramento di schiena. Ti ho risposto annuendo, anche se non mi potevi vedere. Sono andato via senza salutare, e mentre il taxi mi portava alla stazione ho calcolato quante ore mancavano per rivederti, quante pagine avrei potuto scrivere fino a Parigi. Ho dormito per tutto il viaggio, solo il tempo di cambiare treno. Raggiunta Gare de Lyon, il ristorante toscano era soltanto un sogno di cui ricordi alcuni frammenti ma non riesci a ricostruire la storia. Ti ho visto arrivare da lontano, avrei riconosciuto quella gonna anche appesa in un negozio di Printemps in mezzo a mille dello stesso modello, un braccio libero per camminare e l’altro incollato al petto, con sotto Liberation. In quell’istante ho deciso come sarebbe iniziato il mio prossimo romanzo, e mentre eri a pochi passi da me, ho aperto la bocca per fare uscire una risata, pensando a dove fossero gli altri undici scrittori in quel momento.