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problemi

problemi

 

 

non ho problemi a pisciar da seduto

quando si tratta di preservare

i libri intorno

e la metrica a terra

non ho problemi a restare in piedi

se si tratta del tuo concerto

in un locale da effetto serra

non ho problemi a stare supino

se sopra ci sei tu

non ho problemi a farmi problemi

se le domande sono gialle

e le soluzioni blu

non ho problemi coi colori

se il daltonismo è una condizione poetica

controcorrente

non ho problemi con la gente

se la gente siamo io e te

non ho problemi col caffè

se ne prendo meno di cinque

non ho problemi con le cene

se non siamo più di cinque

non ho problemi con le quinte

se ho pestato anche il palcoscenico

non ho problemi a mostrarmi scemo

se siamo scemi tutti

non ho problemi con il brutto

se accanto ho qualcosa di bello

non ho problemi con questo e quello

se tutto quanto scrivo lo vivo

e mi tolgo un po’ di fardello

 

 

SOPRA


r=realtà    s=sogno    x=spazio    y=tempo

 

 

“almeno potresti scrivere una poesia”. “ma ne ho già scritte migliaia”. “sì, ma potresti scriverti una poesia”. “per me?”. “per te. non ti sei mai scritto una poesia? qualcosa che celebri te stesso, ma in forma diretta.” “non capisco” “sì, che mi capisci. anziché dedicare gli oggetti le situazioni le emozioni per qualcun altro, che spesso è scomparso nel giro di un soffio, perché non ti dedichi qualcosa? In fondo te lo meriti. ed è anche meno ipocrita che scrivere a qualcun altro qualcosa che vorresti dire a te” “incomincio a capire” “ e allora prova” “vediamo. a te che…” “ma no, qualcosa di spontaneo però”. “difficile essere spontanei dopo quello che mi hai detto” “e allora non provare. scrivi” “il mondo che s’inalbera…” “qualcosa di più personale!” “eccheppalle però. non ti va bene niente” “è a te che non sta bene. lo so che puoi fare di meglio” “qualcosa come Oggi sono stanco, e mi voglio dedicare…” “un po’ troppo esplicito, ma la strada è già più questa. essere sinceri” “ma la poesia non è sincera. Montale parlava di fiori che non aveva mai visto” “ma era sincero quando ne parlava. insomma ci credeva” “infatti la poesia è un atto di fede. la poesia, salvo rare eccezioni, è metafisica. parla di questo per parlare d’altro, ma soprattutto, crede nel potere della musica e della lingua. crede che il suono basti…” “ma allora anche la musica. e non è sincera, la musica?” “non lo so. è che mi sento più vicino alla prosa” “è che non va il tuo atteggiamento” “dovresti sentirti vicino alle parole, ecco tutto” “ma è proprio l’opposto. la poesia sta vicino alle parole, la prosa sta vicino ai fatti. dai fatti va verso i concetti. la poesia non è mai narrativa” “e bukowski allora?” “questo discorso sta deviando. parlavamo di scrivere una poesia per me” “esatto. ancora non hai cominciato?” “ho bisogno di spazio”. “tutte scuse. quello che ti serve è un foglio”

“ho bisogno di un pianeta” “anche quello ce l’hai già. eccoti la penna.” “ho bisogno di sentirmi amato” “ti ami, e questo ti basta” “ho bisogno di un movente” “potresti uccidermi” “sei tu che mi uccidi, e non so nemmeno chi sei” “sono quello che vuoi” “non voglio che tu sia” “allora scompaio, basta che tu ti scriva una poesia” “lo farò” “addio”. E adesso che sono rimasto solo, ho bisogno di te.

Così ti cerco

andando a capo per sentirti meglio

e dare il ritmo che voglio

che è la marmaglia sulla sabbia, l’orma di un piede

l’unico a non essere cancellato al mattino

dopo la marea

avanti e indietro

il solito suono

la solita metafora di chi non ha ispirazione

ma che colpa ne ho se

amo la battigia

e la montagna non mi prende

Così mi cerco

in quella traccia non ancora cancellata

e già mi accorgo che scatta una risata

non posso dedicarmi niente, tanto meno

questo salvagente

lasciato da un bagnante che non aveva bisogno

di essere salvato

e ho bisogno di non andare a capo, e mi sono pentito di averti cacciato, per cui se ci sei ancora, parla, adesso ho capito, la dedica, e tutto il resto, mi basta anche solo una sillaba, e ti dedicherò mille canzoni, perché era a te che non avevo mai lasciato niente, mi basta solo un cenno, e inizierò a comporre, ecco, allora, ci sei?

ci       sei?   ci        sei?                     “sì”          “sospiro di sollievo. o di paura. perché adesso mi tocca fare sul serio”. “e allora ridiamoci sopra”. “e allora ridiamoci sopra”

“grazie per la poesia” “grazie per la poesia…” “figurati” “è stato bello” “sarà ancora più bello” “non ne dubito” “non ne ho il minimo dubbio” “è sicuro” “e allora scriviamoci sopra” “e allora, scriviamoci sopra”. “ecco, ti do il mio fianco” “no, scrivi prima tu sopra di me” “e cosa?” “qualsiasi cosa, basta che sia sopra” “facciamolo insieme, allora” “d’accordo, scriviamoci sopra”

– – – – – – — – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
(nessuna rilettura molta ascoltatura)

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L’IMMAGINAZIONE

 

 

– guarda, ti si è aperto un buco nei jeans.

– ma no, l’ho fatto apposta.

– per fare più in fretta?

– no, per rallentare l’immaginazione e farla posare.

– non mi pare che si riposi se atterra su quella parte di pelle scoperta.

– eccitazione ed immaginazione viaggiano insieme.

– ma anche eccitazione e realtà viaggiano insieme. se io non vedo quel buco, non posso immaginarmi niente.

– sì, ma se io non immagino le conseguenze, quel buco resta un buco nel jeans con del rosa sotto, e l’eccitazione non sale.

– ho capito. quindi quello strappo nei jeans vicino al culo è un invito alla poesia e all’immaginazione.

– esatto. vedo che hai capito in pieno. e adesso puoi scoparmi.

– finalmente.

– con l’immaginazione, ovviamente.


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PULIZIE, SPORCIZIE, E ALTRI ANIMALI

 

Dove lavoro, la donna delle pulizie è grassa, orrenda, e le sue ascelle puzzano più dei rifiuti organici dimenticati ad agosto. si muove lenta, così lenta che quattro bradipi la trainano per il grembiule incitandola mentre lei ansima, non ce la fa, si deve di nuovo fermare. intanto sotto di lei si è creata una nuova falda acquifera, peccato che sia irrimediabilmente inquinata, se no avremmo risolto il problema dell’acqua.

La mia donna delle pulizie, oltretutto, usa prodotti detergenti che conosce solo lei, che il discount a confronto è la gioielleria dei prodotti pulenti. perché anche i suoi prodotti puzzano. puzza il detersivo per pavimenti (versato per buona sorte con parsimonia per risparmiare ancora sulla cresta che già fa portandosi a casa i detersivi buoni dati in dotazione dall’università sostituendoli coi prodotti pu-zzo-lenti incriminati), detersivo che ha un odore più o meno uguale a quello delle suddette ascelle; puzza il liquido che una volta all’anno si ricorda di passare sopra i vetri (ho il sospetto che sia lo stesso che usa sui pavimenti, ovverosia il sebo ascellare, alla fine le cose vanno dette per quello che sono); lo stesso si può dire per il liquido che usa nei cessi, che forse l’odore della merda in bagno ha più senso e almeno è naturale, ma è meglio che non le passi l’idea, altrimenti quella si crede Manzoni l’artista, e si mette a inscatolare merda vendendola come prodotto per la casa, anziché per il giardino.

Dove lavoro, la donna delle pulizie non ha orario. a volte te la trovi che ti spazzola sotto il culo quando tu ti sei piazzato già alla scrivania, e gli studenti sono già in sala. non c’è problema che disturbi gli studenti mentre spazzola i libri, perché i libri o sono nelle vetrine antipolvere, o quelli aperti lei non li ha mai visti, e anche se la chiamano pietosi chiedendole di alleggerirli da quel chilo di polvere sopra le pagine, lei si gira dall’altra parte, con la scusa delle cuffie nelle orecchie, che io penso siano un complicato congegno della Nasa per non sentire le puzze sue e quelle dei suoi detergenti.

Una volta l’ho incontrata per strada – Buonasera signora. Salve, risponde lei. c’è qualcosa che non torna. c’è qualcosa che si agita vicino a lei, identifico due cose, ecco, queste cose parlano anche adesso, schiamazzano e, irrimediabilmente sì, puzzano. sulla bellezza non si può lavorare granché, ma il sapone è un dono naturale troppo spesso dimenticato dalle madri e dai padri che tramandano un messaggio tremendo, che poi si riverbera sui propri figli: puzzate e riproduce la vostra puzza. sopratutto sopra gli autobus. specie quelli che prendo io: 18, 3, 4, 5, 24, 96, 786, 48956… mi ero fatto prendere dal giochino di Fibonacci, gioco che ovviamente non so assolutamente fare, e mi diverto a sparare i numeri a caso, sperando che non facciano male a nessuno. ecco perché quasi sempre prendo la bici. altro che sport, ecologia, eccetera: il primo motivo scelto dai ciclisti per scegliere la bici ai mezzi pubblici è la puzza sopra i suddetti mezzi, puzza che si unisce a maleducazione e ignoranza, creando un cocktail micidiale, la malapuzzanza, detta anche ignomalapuzza, che si spande per tutto il veicolo fino a raggiungerti se malauguratamente passi vicino alla fermata del bus e quello apre le porte, riversandoti quintali di malapuzzanza trattenuta tra una fermata e l’altra. infatti la città si svuota tra luglio e agosto, quando la malapuzzanza raggiunge i massimi livelli.

Quest’agosto sono rimasto in città e ho anche lavorato. nel palazzo eravamo solo io, la donna delle pulizie, e tre studenti mezzo morti dalla malapuzzanza. non sapevo dove andare. al lavoro, la donna delle pulizie che spuntava da un momento all’altro con la stessa nonchalance di gennaio, esordendo con maglie sintetiche attillate, suggeritele dal demone della malapuzzanza. lo so, mi potrai obiettare, se hai letto bene queste righe, che la malapuzzanza è una puzza mista ad arroganza, maleducazione, ignoranza. e infatti ho forse detto che la signora delle pulizie si chiama signora in quanto elegante e intelligente? al contrario, l’appellativo signora le viene dato per non confonderla con gli oggetti circostanti, i bradipi attaccati, e i prodotti chimici che puzzano quanto lei. ma torniamo all’agosto. l’agosto che sono rimasto in città e lavoravo, e il palazzo era deserto: eravamo io e la signora della malapuzzanza. i tre studenti, mentre io divagavo, sono morti, oppure sono finalmente andati in vacanza. la sala lettura deserta, io al computer, a scrivere qualche racconto estivo, e la signora a recitare la parte della fatica e del dolore, quando ha esattamente cinque ore forse sei per passare un panno sopra una superficie di centocinquanta metri quadri che nessuno calpesta da settimana, dato il periodo. ma niente. mi si avvicina. e non vede minimamente che sto scrivendo. mi interrompe. la stupida. mi parla. e poi capisco. lo stupido sono io. questa donna piange. e non è il sudore. lo riconosco perché non puzza. questa donna sta piangendo, sta male. e mi dice delle cose, una specie di nenia primordiale, E i figli emmiomarito ellaschienal’artrite chesemilicenzianodovevado, ellaschienalartrtrite (è il ritornello), ambéambé ah ah, e la previdenzalamalattia, ilmedicodifamiglia, ilmedicodifamiglia, duesettimanepoibasta, duesettimanecapisce, ellaschienalartrite, oè, oò.

Capisco quel che c’è da capire nella morale immorale di questa storia, che le persone viste dentro bla bla, sono diverse, sono migliori… ma non è affatto vero. noi creiamo una figura morale più o meno bella di fronte a noi, per gongolarci e pensare quanto siamo meglio noi o, altre volte, quanto sia migliore lui di noi, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte dell’autostima, che a farne vino ci uscirebbe fuori un barbaresco pazzesco, mezzo perfetto e mezzo malandato, chi se lo beve non sa se arriva prima la metà buona o quella cattiva, miracolo miracolo, il liquido non si separa, la scoperta del secolo, le parti pesanti vanno a fondo, quelle leggere risalgono, per cui è chiaro che la cattiva coscienza sia nel fondo, come nel fondo del caffè ci sono i residui, o nel tè. eppure gli stronzi galleggiano, per cui occorre rivalutare il concetto di merda, per dirla con Kundera. per dirla, e non farla, perché continuo a farla per conto mio, e non amo che mi ascoltino. è un concerto privato, e lo spartito lo conosco solo io. ma ho di nuovo divagato. molte righe, troppe. eravamo a io e la signora delle pulizie, la sua nenia, io che penso O ma questa allora è un essere umano, e non bisogna fare distinzioni eccetera, e adesso che ti sei letto la parte comica adesso ti becchi il pippone tragico e ti ho fregato così ti senti pure in colpa? rilassati. non è successo niente. quella donna fa schifo veramente. sì, forse occorre compatirla, ma perché? perché, e penso a Nietzsche, bisogna dire Poveretta quando quel Poveretta non fa certo sì che si rialzi e si stacchi i bradipi di dosso? ogni tanto occorre uno schiaffo, ben diretto, unico, netto, che non fa male ma stupisce, e fa risorgere degli interrogativi, tipo Ma questa storia non sta cambiando direzione? Mandocazz stai andando?

Infatti vado a casa, cominciano le vacanze di primavera. ho deciso di prendere un mese di ferie adesso, per stare solo un altro agosto con i bradipi e la malapuzzanza. mi ci sono affezionato, non sento nemmeno più l’odore. vado oltre ormai, sono decisamente oltre. il trucco è respirare sempre con la bocca, utilizzando i bloccanaso delle ballerine di nuoto sincronizzato, che è anche un modo di nuotare nell’aria, e scusa se è poco, ma provaci tu se ci riesci, e se hai paura, potrai nuotare al mio fianco (anche se io ho più paura di te, ma questa è un’altra storia, o la stessa, e chiudi ‘sta parentesi, maledizione, ho sempre la tentazione di finire in una parentesi).

 

 



(non riletto – 15 marzo 2010… thanx mikiui)

il primo schizzo

 

il primo schizzo è incontrollato. potrebbe anche raggiungere le profondità della terra, o arrivare a toccare il cielo, come speravano gli antichi, impressionare la divinità di turno mentre fa la guardia ai segreti del cosmo inaccessibili a ogni uomo. il primo schizzo è quello che ti ritrae con una fionda nella mano, e nell’altra un passaporto per il dolore, che ti protegga da ogni accusa di frode o immigrazione clandestina. il primo schizzo è quello che ritrae il tuo volto, e a forza di ritrarlo lo fa ritirare, retrocedere, scomparire, fino a che occhi naso bocca orecchie scompaiono, e tu ritorni alla forma primordiale delle statue, un tondo-ovale che aspetta di poter guardare parlare annusare e poi schifarsi o innamorarsi di quel che ha respirato ascoltato, così da chiedere di perdere di nuovo naso bocca orecchie occhi. poi, una volta perduti, di nuovo il desiderio di avere un volto, tempie, fronte, zigomi, un tratto distintivo che, appena posseduto, non ti piace e vuoi di nuovo tornare a smettere di bere contemplare cantare; così, con pazienza sovrumana, il demiurgo pittore scultore cancella di nuovo i tuoi tratti, anzi li accarezza fino a farli fondere con il resto del volto: di nuovo, un ovale senza identità. potrebbe essere una città, popolata di pensieri, su cui l’artista pone le inquietudini del pennello e dello scalpello fino a che la carta si lacera, il tessuto si strappa, troppe cancellature, troppi colpi sul marmo e sulla tela, tanto che non si può distinguere lo strumento che ha in mano, perché anche quello si sbriciola, e all’artista rimane la mano, la mano nuda, e anche questa comincia a cambiare forma, e diventa un cerchio disponibile a ogni forma. il primo schizzo è incontrollato, tutto il resto ne è la conseguenza: cercare di trovare un senso assoluto nell’arte e nel mondo sarebbe folle, considerate le premesse. ed è per questo che l’artista continua a cercarlo, da qualche parte, forse proprio vicino a te.