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Fuori

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FUORI
 
 
Lasciamo fuori tutto da questo letto. Persino noi, troppo smaniosi di personalizzare nominare dare un senso agli accadimenti. Lasciamo fuori i ricordi le scorie, lasciamo fuori l’ordine la spazzatura le guerre sull’uscio di casa. Che rotolino per le scale, attratti dalla gravità. E dopo, cosa lasceremo entrare?
Gatti randagi, mendicanti, e giocolieri. Apriremo un circo sopra il nostro letto, sarà una danza in pieno inverno. Pagheranno in molti per entrare e assistere allo spettacolo: il devoluto andrà in beneficienza, secondo l’insindacabile giudizio della Signora Gatti. Al contrario, i ratti aspetteranno fuori per motivi d’igiene, ma potranno assistere allo spettacolo in videostreaming gratuito.
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Mi.17.2.18
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Lapsus

scultura-dombra parmiggiani

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LAPSUS

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Se mi dai uno strumento nuovo, posso imparare. Se credi che suonare sia una soluzione, toglitelo dalla testa. Suonare ti può togliere il mal di testa se ce l’hai già, o fartelo venire se non ce l’hai, ma non pensare che sia la soluzione. Se mi dai uno schiaffo, posso imparare. E la prossima volta deviare la traiettoria, senza nemmeno bisogno di restituirtelo. Mi basterà evitare il tuo lato della strada. E se la strada sarà troppo stretta? Ti camminerò sopra la testa senza pietà. Non mi volterò e non starò a sentire le tue grida d’aiuto dopo che hai provato ancora a schiaffeggiarmi. Ci saranno altri odori, di bucato, di bruciato, col vento di fine febbraio che già preannuncia la stagione nuova e nuove prospettive da cui guardare l’incrocio. Camminerò sopra le auto parcheggiate di traverso sui marciapiedi, non risponderò agli insulti e non mi volterò. Spedirò quella lettera che avevo tenuto in tasca da anni dentro quel libro, mi ricorderò di quanto amavo innamorarmi, arriverò in fondo al vicolo cieco e suonerò al primo campanello dell’ultimo piano dove c’è una luce accesa. Vedrò l’ombra della sagoma che si sposta, alla finestra, e poco dopo la porta si aprirà, senza che nessuno chieda “Chi è”.

(milano-libreriaLapsus, 14.2.18)

(photo: Claudio Parmiggiani art work)

Le architetture fuori città (vol I)

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Le architetture fuori città (vol I)
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La volta che ho sentito crollare
l’intonaco e poi i mattoni
nella camera da letto:
dal soggiorno lo scheletro
era ancora saldo, e i muscoli
si tendevano ancora a catturare
quel moscerino volante
per nutrire la pianta carnivora.
 
Ho lasciato gli operai
terminare
i lavori di abbattimento
e sono uscito oltre il cortile.
Ricordavo molte più abitazioni,
palazzi alti e bar lungo le strade,
l’ultima volta che ero uscito. L’ambiente
intorno era cambiato
come se non fossi passato
da secoli nel quartiere.
 
Ho camminato radente la costa
lungo l’oceano
leggendo i cartelli con le icone
antiTsunami
(Hiroshima lasciava ancora
il segno nell’acqua
nel nome di Fukushima).
Lungo la ferrovia
un gatto perlustrava i tetti delle case basse,
schiacciate dal sole. Una coppia di anziani
metteva fuori i tatami ad asciugare. Salutavano
con un cenno della testa
al mio passaggio. Rispondevo
chinando il capo e rivolgendo i palmi in fuori e all’insù,
in segno di apertura (sperando che fosse chiaro).
Quando si è fatta sera,
mentre lanciavo sassi piatti in direzione dell’acqua,
il gatto si è strusciato contro
le mie gambe. Mi ha seguito fino al Tori, lasciandomi
da solo una volta arrivati al tempio. Un odore di cucinato,
un insieme di fiori e di pesci che non conoscevo,
proveniva da entrambi i lati come una canzone improvvisa.
L’estate non si era guastata, ma qualcosa se n’era andato.
Mi voltavo spesso all’indietro,
con l’aria di chi
si sente seguito,
ma a parte qualche monaco
non era chi mi aspettavo.
 
 
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unitedtownsofmilan,10.10.17
texture by gianlucamoro on giantropomorfo:
 
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photo: Gabriele Basilico, Rotterdam, 1986 © + Itsukushima shrine (Japan)

LA BELLEZZA TRA LE GAMBE

LA BELLEZZA TRA LE GAMBE

 

scusa…ecco, aspetta un attimo… presa. avevi un po’ di bellezza tra le gambe, no, non preoccuparti, la tengo stretta tra le dita, no che non la lascio cadere. ma cosa c’entra adesso se ti amo, ti sembrano domande da fare mentre tengo la tua bellezza tra le dita? lasciami concentrare, aspetta, la appoggio un attimo sopra l’asse del water, così posso darti un bacio. non ti oscurare, non voglio più bene alla bellezza che a te. se la posso congelare? cioè, ti prendo la bellezza fresca tra le gambe per poi metterla in freezer? è una cosa che va presa fresca, scongelata non è più così buona. e allora la minestra riscaldata? ma no che c’entra, la minestra riscaldata è più buona, infatti è un proverbio del cazzo. scusa però non capisco: cioè, adesso la rivuoi? vorresti indietro la bellezza? ma è stato tutto regolare, hai aperto tu le gambe, e cosa pensavi che facessi se non prendermi la tua bellezza? avrei potuto metterla subito in bocca, e invece l’ho tenuta lì, però adesso è mia la tua bellezza, e ci faccio quello che mi pare. se mi gira, la posso pure buttare nel bidone dell’organico. del resto cos’hai fatto tu l’altro giorno? non mi avevi tolto di bocca le parole, quando abbiamo detto quella cosa insieme? e io mica ti ho chiesto di restituirmele. te le sei tenute e ti ci sei carezzata la notte, e al mattino erano tutte schiacciate, come formiche, le mie parole belle per te. ma te le avevo regalate, e non ho detto niente. fa’ di questo amore ciò che vuoi. per cui, se non ti dispiace, stasera esco con la tua bellezza, e credo ci sarà da divertirsi. non aspettarmi in piedi quando torno: la tua bellezza è qualcosa di impegnativo, probabilmente vorrà fare il giro di tutti i bar del quartiere. mi piace perché ci sta in tasca, e non pesa niente, e poi non si lamenta e mi segue ovunque la porti. se è un problema che tu sposti l’armadio? per me puoi anche togliere ogni mobile, dipingere la casa di cobalto, prendere un pappagallo da lettura e un portasapore. stasera esco con la tua bellezza, e tutto il resto non conta. adesso è il caso che mi svesta e che non faccia tardi al nostro primo appuntamento.

 

 

notte di luglio, 2013

flux – underflux (virgole)

flux – underflux (virgole)

 

che cos’è questa fase larvata dell’esistenza, vivere a nascondino, per morire comunque in ombra, allora, non è meglio vivere e basta, senza arrendersi, che tanto la vita è già una resa, non so se ho reso l’idea, e allora basta trincerarsi dietro le parole (quando va bene) o dietro i propri schermi magnetici, le condivisioni di immagini, le cene elettorali d’autopromozione, le colazioni senza tiffany, dovrei salpare sopra una formica argentina, viaggiare per il globo a piene mani ma non per il gusto di raccontarlo al ritorno, perché non ci dovrebbe essere ritorno, ma solo andata, in questo modo non avresti più bisogno di una casa, e tutte quelle cose del mondo come casa avrebbero un senso radicato, ma neanche questo è pronunciabile, dato che le radici ti trattengono, e allora portale con te, vaso portatile ad acqua e via, sopra quel treno merci-umane, lavare a mano o in lavatrice non è il problema principale di questo mondo. un vestito è un vestito, ti ripara comunque dal freddo, e in assenza di vestiti per scaldarsi ed asciugarsi senza vento basta un amore.

 

 

Piccolo trattato di composizione musicale

forse perché non sei abituata alle attenzioni in fa# o in do eccedente, ma ti garantisco che un accordo lo troveremo, e se dovrò sottrarre qualche nota lo farò, come nel jazz, ce lo siamo detti quante volte anche senza ancora conoscerci, non ha senso ripetere le note, basta tenere la dominante, e suggerire una direzione, poi il resto lo fa la melodia, il ritmo, e l’improvvisazione. forse ti sarebbe sufficiente qualche facile accordo, un’andatura riconoscibile, senza troppi sforzi timbrici e interpretativi, ma a me piace riarmonizzare ogni accordo, e lo so che poi mi dici che quasi non si riconosce il pezzo, ma è il rischio che si paga quando si ama un motivo, e quando lo risuoni o lo stravolgi o lo rovini: altrimenti sarebbe solo uno scimiottamento dell’amore, non credi? detto questo non mi resterebbe che suonarti una canzone, tipo quegli swing anni Trenta, diresti. è che ho fastidio per le big band in questo periodo, e ho bisogno di formazioni piccole, piano basso batteria, o se preferisci una chitarra, e giusto un sax ma che non dia in escandenscenze. detto questo non mi resterebbe che essere sincero, e rivelarti che volevo scriverti un pezzo rock: sarebbe una bestemmia per te, che hai cantato nelle migliori orchestre di New York e Copenaghen? anche se fosse, è un altro rischio che mi tocca correre, ma se vedo giusto, saprò che appena inizierai a cantarlo, ti ci troverai così dentro che non avrai neanche bisogno di un vestito, te lo sentirai così addosso che non ti vorrai più lavare, per non rischiare di farlo scivolare via. adesso non mi resterebbe che scriverci le parole, ma anche questo credo che sia già stato fatto. la sala prove non è più la stessa. mi sono trasferito in quello scantinato all’ultimo piano, così potevo vedere dall’alto gli scempi della città e allo stesso tempo non sentire l’odore di fritto dei locali attigui, e la festa la facciamo in mezzo metro quadro, non hai detto tu che con la musica si vola senza pagare? certo, un prezzo c’è: ti toccherà salire le scale, e non ricordo più se sono milletrentasei gradini o milletrentanove, però ricordo che a ogni gradino avevo dato una nota, e quindi se ti andasse potrei anche dirtele tutte, e tu potresti cantarle salendo, e quando avessi voglia di andartene, canteresti tutte le note al contrario, e io a quel punto potrei invece decidere che mentre sali quando arrivi io scendo cantando, e ci potremmo trovare a metà delle note e poi cantare la stessa nota, all’incirca al cinquecentodiciottesimo scalino (devo contarli meglio a questo punto), oppure ancora meglio, vengo a prenderti di sotto, e tu rimani avanti di tre scalini, per avere un intervallo di terza diciamo, e così intanto ti guardo anche il culo, e unisco l’utile al disdicevole o dilettevole, a seconda che ti piaccia o no, oppure vado avanti io, camminando al contrario, perché comunque da qualche parte dovrò pure iniziare a guardarti. e se neanche questo ti andasse bene potrei anche lasciare la porta aperta con lo spartito sul letto, e fartelo cantare mentre ti ascolto dal salotto, che tanto è la stessa stanza del letto, e a quel punto non avremmo comunque spazio, e siccome in due non ci staremmo, l’unico posto comodo sarebbe il letto, e a quel punto cantare si farebbe scomodo, e dovresti improvvisare, perché non ho spartiti addosso, e tanto meno sotto, ma riconosco che un buon compromesso potrebbe essere cantarmi in bocca, che non me l’ha mai fatto nessuno, tranne forse io che mi canto in bocca, ma direi che non vale, per cui potresti essere la prima persona che mi canta in bocca, e io farei da cassa di risonanza e il tuo fiato mi uscirebbe dal culo (vedi che ritorna), ma visto che non ho mai provato ci sarebbe la stessa probabilità che il tuo fiato una volta entrato mi passasse dai pori, e allora uscirebbe la tua voce dalla mia pelle, e i miei peli ondeggerebbero come soffiarci sopra, o quando si ha freddo, per quanto devo ammettere che invece avrei davvero caldo, a sentirmi cantare dentro. e adesso che ci penso, potrei sempre chiudere la tua canzone con un re maggiore semplice per non darti l’impressione di un eccesso di pretese.

 

 

(non riletto non riscritto)

 

La stroboscopica

“Per luce stroboscopica si intende una luce che proviene da fonti intermittenti. Possono essere generate da una semplice lampadina che si accende e spegne a un intervallo di tempo prestabilito e ravvicinato, oppure da una scarica elettrica attraverso un tubo contenente gas (esattamente come il lampo di un flash elettronico)”. (fonte wikipedia)

 

 

non ho mai sopportato la luce stroboscopica, una questione di nervi questa intermittenza del sì e del no, però ieri ci ho pensato, colpito da una scarica ripetuta in mezzo alla pista da ballo, qualcosa di fastidioso e affascinante, un punto di osservazione deviato rispetto al normale andamento dei pesi e dei corpi. la luce stroboscopica in un certo senso frammenta lo spazio in unità di tempo. la sua intermittenza, così rapida da sembrare sempre accesa ma non completamente accesa, sembra scattare interminabili foto di persone fissate nel movimento: quasi un film a cui siano stati tolti troppi fotogrammi, una sorta di fotoromanzo violento, accelerato. le espressioni della gente intorno possono restarti dentro per un solo istante, ma come nel cinema, alcune restano impresse per tutta la sera, e oltre: smorfie, accenni di pianto, voci che urlano un ritornello e si spengono prima di terminare la sillaba, ecco sì, perché la stroboscopica riduce tutto in sillabe con cui ti puoi creare un nuovo senso lungo la sala, e allora quel gesto spezzato e ricomposto in qualcos’altro è l’ellissi della narrazione grazie al solo accendi-spegni che dà e toglie senso alle azioni, scomponendole, lasciando spazio all’immaginazione. anche la vita fuori dalla stroboscopica è ellissi, riempimento di sensi, perché non abbiamo mai tutti gli elementi e tutto è ricostruzione da un parziale; però in quella sala, durante la stroboermeneutica, il senso veniva fuori in modo più violento, sì, mi ripeto, violento è l’aggettivo che mi si è insinuato durante la meditazione, una violenza che ha di per sé una nuova accezione, una violenza se non buona comunque neutra, senza alcuna cattiveria, che smonta e rimonta corpi e situazioni senza un’intenzione etica e una direzione precisa. accento-spento come i bit del computer, che non hanno coscienza, accento spento come le pulsazioni, sistole diastole, inspir-espirazione, e così via. la violenza, dicevo, del senso che si imponeva proprio per la sua assenza, per la mescola dadaista che ricompone dal caso pescando dal cilindro delle azioni spezzate dall’intermittenza fotonica. e in tutto questo, anche il mio corpo, se mi guardo durante lo strobostrabismo, è irriconoscibile in quanto negato o al più accennato, e più si nega e più si desidera averlo, avere un odore, un tatto: l’uomo ritorna agli altri sensi, da che la vista è azzerata, e l’equilibrio stroboscopico è un nuovo modo di galleggiare e riadattare il proprio labirinto acustico e il proprio baricentro, e mentre sembra quasi di cadere sotto i colpi della luce incessante, lo spirito di adattamento prende in breve l’abitudine stroboscopica. così, quando l’effetto si spegne e ritorna il semibuio “normale”, c’è qualcosa di innaturale e di stanco nel muoversi di nuovo in quel ritmo naturale, sembra quasi di stare nel bianco e nero, e che tutto nella sala sia più lento e moribondo. e quando riesco in strada un po’ intontito, come quando esco dal cinema, mi chiedo per un attimo quale sia il mio tempo, la narrazione in sala o quella fuori dalla sala, e siccome non ho risposte aspetto la prossima scarica stroboscopica per una possibile quanto remota illuminazione.