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Indagando il concetto di noia

01-Gabriele Basilico, Milano 1970-1973
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Indagando il concetto di noia
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Tutto ciò che non è
identificato fa paura.
Prendi quell’oggetto:
è una forbice o un coltello,
oppure è un orsacchiotto.
Ma se non ha nome
allora ti preme sullo sterno
una qualche forma di timore.
Invece come è bello tutto questo
spazio senza nome.
Potrebbe essere città o campagna,
pandizucchero, nebbia, stazione.
 
Dove sono ora mi piace.
 
Il linguaggio è un lupo
impostore
travestito da nonnina che bussa
alla bocca, ai denti,
per la divorazione
dei suoni, antica
fabulesca fonazione.
Ma un lupo
si può ammansire, non
addomesticare.
Poi un giorno una parola ti morde
e non puoi dire “però
non mi avevano avvertito”.
La parola rimane
la cicatrice
non te la togli dalla pelle.
 
E potrebbe non c’entrare in tutto questo
l’odore nauseante
delle brioches preriscaldate
in prima mattina
spandersi da un bar
del centro (o è la periferia?)
di qualcosa che finisce in -ate,
non lo ricordi, ci hai
fatto sosta solo
una volta di sfuggita
in estate e tra le dita
è rimasto
per tutto il giorno
quell’ odore di noia
che non se ne andava.
 
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triennalemilano+milanoromolo+libreriaversomilano/sett-ott2017
photo: Gabriele Basilico, Milano 1970-1973
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Tropic (la notte che incontrai il varano)

orecchio_08 per poesia tropic
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Tropic
(la notte che incontrai il varano)
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Esposta a un sole continuo
per dodici ore
proseguo nella notte del varano
acquattata
tra fuochi di sterpaglie
annottolata per mimesi alle piante
– il suono delle mitragliere
nella conta aerea
ancora incastrato
tra timpano e martello.
 
Le risaie sono lontane,
distano giorni e giorni di fame,
avrei bisogno di perdere
ancora di più l’orientamento
per collocarmi e capire
chi sono
io
dove sono
 
nel frattempo
 
mi espongo al rischio di una mutazione
etica, i calli ai piedi che si fanno squame
dal colore cangiante
come le decisioni,
cancello le orme perché nessuno
fiuti il mio amore
disperdo le tracce
fino a che scorgo in lontananza
le luci della prossima città.
 
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agostosettembre’017milanosud

Delle altre labbra

Delle altre labbra

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Ho dovuto perdere la letteratura per poi

ritrovarla sotto forma di vita vissuta, sperata

o rimpianta, la lingua molle sotto ubriacatura

di cui risali all’origine fino al chicco che lascia

sobri e sul palato senti il gusto della terra

arancione nella prima ora.

Siamo caduti al suolo dal materasso celeste

e non ci siamo fatti male solo perché un letto d’uva

attutiva i colpi della maldicenza e della passione. Così

la separazione tra la buccia e il nucleo

fu meno drammatica per quanto melodrammatica:

tu mi accusavi di produrre un vino scadente

io ti dicevo che il mio almeno era sincero;

vendevi un vino nero eccellente

ma che durava niente

affinato in botti di cenere

con il gusto di città grande

maturato nei condotti accanto alla metropolitana

– si sente subito il gusto di ferro e di tramontana –

Ho dovuto altresì combattere con le maniere

docili e insentimentali

per dare al mio corpo la veste della sua stessa

pelle, e oltre le spalle ho scolpito il Vangelo secondo me stesso

le mani sul sesso, i piedi sul plesso

lunare, che il sole non era ancora nato quando inventavamo

il linguaggio dell’amore particolare, che non è mai universale

perché pare non esistano due incontri simili, e il paragone

con il resto è solo fonte di fontane o giardini o erbe del vicino troppo

grandi. Quando ho smesso di combattere ho vinto un intero

pianeta. I miei vicini di casa erano i miei occhi e la mia bocca e le mie

narici curiose di esplorarmi. Sapevo di mandorle e zolfo

e mi bastavo a me stesso e avevo ampi polmoni per nutrire

le piante e farle crescere. L’ideale sarebbe stato piangere

una volta per tutte, e poi soltanto ridere, ma un pianeta

ha bisogno di costante umidità, e il sorriso è

asciutto e solo se a contatto con l’umido

delle altre labbra non muore.

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20-25nov2014

TRATTATO DI LINGUISTICA AMOROSA

TRATTATO DI LINGUISTICA AMOROSA

 

Dove sono finiti tutti i nostri

nomignoli,

prova a cercarli là in alto

sopra i comignoli di stagnola

lungo lo strato

spesso di lana che separa tegole

e soffitto,

prova a guardare dietro la scia dei nostri

corpi abituati al cammino retto

della metropolitana fluviale,

guarda se i nomi che ci siamo dati

hanno preso il posto

dei cartelli alle fermate:

a riaverli tutti

basterebbe una mappa

della linea sotterranea.

 

 

 

* * *

* * *

 

 

Sei al di là di ogni percorso

e ogni riparazione.

Là dove io non ti conosco

più mi addentro, e più finisco

in strade che non hanno posto,

strade mobili sopra automobili ferme,

rimango al volante a motore spento

mentre la strada corre, e il pensiero

si fa piccolo, lo chiudo nel cruscotto

come le pistole dei film

negli anni sessanta,

quando sono nato era inverno

quando sono stato concepito era di marzo

quando ti ho immaginato non era

ancora nato il mondo.

Sei al di là di ogni discorso

e ogni immaginazione.

Sei qui e altrove

non hai neppure un’ora di vita

devi ancora nascere

sei prima del tempo

prima di ogni sentimento

sei il rumore dei tasti che premono

sulla memoria della mia pelle,

la metafora che non trovo

così che tu riduci tutto

soltanto a un’approssimazione

che non è mai te

né mai ti corrisponde.

Sei al di là di ogni linguaggio

e di ogni correzione.

 

 

(dic ’12/gennaio ’13)

* *

* *

 

Mi hai mostrato la casa

dov’è nato lo scrittore,

muri bianchi edere seccate.

Mi hai mostrato la stanza

dov’è morto l’artista,

parete gialla soffitti aperti d’estate.

Ti ho spinto sul lavandino

ho aperto l’acqua per sciacquare

le parole

e infilato il tappo

ho guardato l’ombra

del tuo dito galleggiare:

mi mostravi

quel punto tra le labbra

in mezzo ai denti

dove nasce il linguaggo

e non c’è ancora rumore.

 

(dic 2012)

i limiti della conversazione

i limiti della conversazione

 

questa notte ti ho lasciato

l’ultima presa di tabacco

e al mattino sono senza

ed è domenica di pazienza

cercando di raccogliere le scaglie

secche da fumare

incastrate tra divano e muro

nelle righe delle piastrelle

nelle grotte dei pantaloni,

questa notte che ci siamo visti

per la prima volta

eri diversa

dalla volta in cui non ci eravamo

incontrati,

questa notte

la tua voce mi calmava

la tua bocca mi agitava

tutto il resto confermava

i limiti della conversazione