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LA VETRERIA

LA VETRERIA

 

ieri sera sono stato a cinquanta metri da te

e mi è dispiaciuto non vedere il tuo

passo avvicinarsi e la riga del culo

delimitarsi come un campo arato a metà,

e quando ti ho visto di schiena non eri tu

ma la sorella che non hai mai avuto

ho provato a salutarla ma non mi ha riconosciuto

ho provato a baciarla ma non mi ha risposto

mi sono allontanato con i vetri nel petto

dovuti all’esplosione del bicchiere di birra

tua sorella ha un gran brutto carattere

e camminare sopra questo pavimento

di vetro e paglia non aiuta a guadagnare

l’uscita, l’ideale sarebbe volare

tenersi appesi ai lampadari del bancone

tuffarsi dentro un cocktail come il gabbiano

sul pesce che affiora, afferrare col becco

il ramo di menta

deporlo a un tavolo vuoto, evaporare

 

sett/dic 2013

LA BELLEZZA TRA LE GAMBE

LA BELLEZZA TRA LE GAMBE

 

scusa…ecco, aspetta un attimo… presa. avevi un po’ di bellezza tra le gambe, no, non preoccuparti, la tengo stretta tra le dita, no che non la lascio cadere. ma cosa c’entra adesso se ti amo, ti sembrano domande da fare mentre tengo la tua bellezza tra le dita? lasciami concentrare, aspetta, la appoggio un attimo sopra l’asse del water, così posso darti un bacio. non ti oscurare, non voglio più bene alla bellezza che a te. se la posso congelare? cioè, ti prendo la bellezza fresca tra le gambe per poi metterla in freezer? è una cosa che va presa fresca, scongelata non è più così buona. e allora la minestra riscaldata? ma no che c’entra, la minestra riscaldata è più buona, infatti è un proverbio del cazzo. scusa però non capisco: cioè, adesso la rivuoi? vorresti indietro la bellezza? ma è stato tutto regolare, hai aperto tu le gambe, e cosa pensavi che facessi se non prendermi la tua bellezza? avrei potuto metterla subito in bocca, e invece l’ho tenuta lì, però adesso è mia la tua bellezza, e ci faccio quello che mi pare. se mi gira, la posso pure buttare nel bidone dell’organico. del resto cos’hai fatto tu l’altro giorno? non mi avevi tolto di bocca le parole, quando abbiamo detto quella cosa insieme? e io mica ti ho chiesto di restituirmele. te le sei tenute e ti ci sei carezzata la notte, e al mattino erano tutte schiacciate, come formiche, le mie parole belle per te. ma te le avevo regalate, e non ho detto niente. fa’ di questo amore ciò che vuoi. per cui, se non ti dispiace, stasera esco con la tua bellezza, e credo ci sarà da divertirsi. non aspettarmi in piedi quando torno: la tua bellezza è qualcosa di impegnativo, probabilmente vorrà fare il giro di tutti i bar del quartiere. mi piace perché ci sta in tasca, e non pesa niente, e poi non si lamenta e mi segue ovunque la porti. se è un problema che tu sposti l’armadio? per me puoi anche togliere ogni mobile, dipingere la casa di cobalto, prendere un pappagallo da lettura e un portasapore. stasera esco con la tua bellezza, e tutto il resto non conta. adesso è il caso che mi svesta e che non faccia tardi al nostro primo appuntamento.

 

 

notte di luglio, 2013

I RAGAZZI SI BACIANO AL SOLE

I RAGAZZI SI BACIANO AL SOLE

  

I ragazzi si baciano al sole, e siccome non li posso fotografare, li provo a raccontare. Sono sopra al balcone della casa occupata di fronte a casa mia. A torso nudo lui, a canottiera colorata lei, dopo un lungo abbraccio si sono staccati e hanno iniziato a parlare. Non capisco una parola di quello che dice lui. “parli arabo!”, era il classico modo di dire, ma è vero, perché sta parlando arabo. E anche lei, ora che apre bocca (sento solo le loro voci, mi sono seduto per scrivere, e in ogni caso non li posso fissare) parla arabo. Da quando hanno iniziato a conversare si è rotto qualcosa. Si sentono, sì, ancora dei baci che schioccano nell’aria, baci stampati però, sottolineati, baci-che-vogliono-dire-qualcosa. Il primo bacio che ho visto no, era un bacio-lungo-e-basta: non significava niente, e per questo, diceva tutto. Adesso lui già le rinfaccia che nella Comune quell’altro le ha fatto un sorriso di troppo, o viceversa lei sosterrà che quell’altra ha guardato lui un secondo di troppo, e perché le hai versato l’acqua, e perché gli hai versato gli occhi dentro al suo piatto. Qualcosa del genere. Oppure, lei è d’accordo a estendere l’occupazione, a coinvolgere il quartiere, la circoscrizione, l’intera città; lui invece, penserebbe solo a fare l’amore. Oppure è l’opposto: tu sei troppo distratto dagli incontri, oggi non mi hai detto abbastanza che ero bella.

Dal balcone arriva un’odore di musica araba, a un volume giusto, come il vento che si sta alzando, che stempera il sole ma non si sovrappone e non ti fa rientrare in casa. Ed ecco che si alzano di nuovo le loro voci, e io seduto a scrivere, a vivere le vite degli altri, a microspiare senza microspie i respiri degli altri, le altrui lotte e vendette, gli incontri e le separazioni solo rimandate.

“vai veramente a cagare”, dice adesso una voce femminile in italiano, che potrebbe essere la stessa voce araba di prima. Il bilinguismo presuppone un mutamento immediato e senza traduzione nella testa. Intanto lui risponde in arabo, per cui è probabile che si tratti ancora della ragazza dei baci di prima. Oppure, è una terza persona a parlare in italiano, l’altro-che-si-intromette, l’altro che è già presente in noi stessi in ogni caso. Tra due persone c’è sempre un altro, dentro o fuori di noi. Più spesso, l’altro sono le due persone dentro di noi, quella che vorrebbe fare l’amore oppure uscire, quella che vorrebbe stare sola e insieme con la bocca che ti sta baciando, quella che vorrebbe essere in due città, in due amori, in due professioni, avere quattro genitori, otto figli, sedici strumenti da suonare, trentadue cibi da scegliere, sessantaquattro abitazioni, centoventotto amici, duecentoquarantasei gatti come Monk.

Adesso si sente solo la voce dell’uomo. La voce dell’uomo è sempre meno interessante, come del resto il corpo dell’uomo, che non ha mai segreti. Nel maschio tutto è evidente, come l’organo riproduttivo, che anche quando nascosto si mostra sempre in altro modo. Le donne nascondono sempre una parte del corpo anche quando sono nude. Eppure potrebbe essere esattamente il contrario: la donna è sempre nuda anche quando è vestita, la donna è sempre donna quando cammina, l’uomo si sente uomo solo quando è nudo. O ancora: la libertà sta appesa a un muro alto e occorre prendere una scala se non si è un merlo e non si hanno le ali. O infine: le ali le abbiamo e non le usiamo.

Ecco che ricominciano a battibeccare. Mi alzo per un attimo: lei è bella, per quel poco che ho potuto vedere. Capelli troppo tinti e troppo lisci però, e troppi occhiali da sole. Era meglio se continuavo solo ad ascoltare. Certe volte sporgersi non è la soluzione migliore. Adesso non si sente più nessuna voce, e se mi alzo e guardo verso il balcone si vede solo un balcone ormai in ombra. Mi toccherà girare la testa altrove, magari verso di me, per continuare a raccontare.

 

 

 

scrittori

scrittori

 

 

Ero finito a questa cena di scrittori, una larga tavolata, i bicchieri ancora semipieni, i discorsi sullo stato dell’arte, la crisi politica e quella sociale, quando avrei voluto solo stare ancora un attimo con te, nel corpo di Parigi, là dove testa e sesso fanno un fiume solo, una lieve esondazione. Ebbene ero a questa tavolata, nel cuore della campagna toscana, una cena di beneficenza nel senso che gli scrittori beneficiavano del pasto senza pagare, offerto brutalmente da una banca con l’icona di una lumaca: mi trovavo ai margini del tavolo, non avevo ancora spiaccicato una parola né una sigaretta, perché alzarmi e andare fuori sarebbe sembrato sospetto a quel punto della cena. Ero lì e non ero lì, e intorno a me questi undici cazzi oltre al mio, le loro scopate tenute nei pantaloni, l’ego sborraico tirato fuori a colpi di parole per dimostrare chi è che aveva la favella più lunga. Era come essere in caserma e, per quanto non avessi fatto il militare, mi ricordavo la visita dei tre giorni, quella che ti diceva abile rivedibile esonerato, che a sentirsi abile di prima ti sentivi un dio, anche se eri certo di partire, ma poi tanto sapevi che non saresti partito, c’era il servizio civile, e per farmi abile di prima avevo pure mentito sulla miopia, che all’epoca era bassa e superai l’esame tirando a indovinare. Lungo la tavolata, i camerati continuavano a sentenziare sulla supremazia di Céline rispetto a Bukowski o viceversa, sul mirabile attacco dei Promessi Sposi, il miglior romanzo di sempre, secondo il terzo da sinistra, me l’avevano presentato come Mario, e il cognome già me l’ero scordato.

dai, leggici un brano dal tuo primo romanzo!”, dice uno scrittore sui sessanta a uno suo similcoetaneo.

era davvero improponibile. ho scritto il primo vero romanzo dopo dieci prove”.

però te le hanno pubblicate tutte queste prove”.

Le parole arrivavano come i tarli da uno sgabuzzino intente a rosicchiare cassette di legno per la frutta, tric e trac, poi silenzio, poi di nuovo tric e trac, e ancora lì che mi vedevo sotto il tavolo questi undici cazzi più uno che era il mio, tutte cariche positive, calamite che non si possono avvicinare, o forse dodici micce accese, dodici candelotti di dinamite pronti a esplodere e a far saltare in aria il ristorante, mentre io avrei voluto solo stare con la testa sul tuo ventre, è solo un falso mito quello del maschio protettivo, il maschio è solo una minaccia per l’umanità, un piede che calpesta i prati umidi e lascia impronte a breve termine. L’utero è per me l’unico essere che protegga, nel quale sempre si ritorna e si trova rifugio, avrei voluto entrarti dentro quel giorno nell’albergo a due stelle accanto alla rue Morgue, avrei voluto entrarti dentro non con il sesso, entrarti con la testa, entrare tutto dentro fino a fare scomparire anche i miei piedi dal mondo, accoccolarmi lì, nella tua pancia, e lì restare, a tempo indeterminato. Invece nelle orecchie già mi parla il mio vicino di tavolata, “Pare che tu sia in odore di premio”, e io davanti a me vedevo solo puzza, e una testa e un cazzo che parlava, e quelle sue parole erano senza consistenza, gelide come la luna nel lato all’ombra, e mi poteva anche parlare dei Pink Floyd, del rapporto tra gravità lunare e leggerezza del rock psichedelico, ma era sempre e solo una testa e un cazzo, una sagoma di cartone bidimensionale, e dietro il bianco.

Quando ho letto il tuo messaggio ho mollato la cena a metà per raggiungere la terrazza e chiamarti. Hai detto poche, lunghe parole, ogni lettera arcuata come uno stiramento di schiena. Ti ho risposto annuendo, anche se non mi potevi vedere. Sono andato via senza salutare, e mentre il taxi mi portava alla stazione ho calcolato quante ore mancavano per rivederti, quante pagine avrei potuto scrivere fino a Parigi. Ho dormito per tutto il viaggio, solo il tempo di cambiare treno. Raggiunta Gare de Lyon, il ristorante toscano era soltanto un sogno di cui ricordi alcuni frammenti ma non riesci a ricostruire la storia. Ti ho visto arrivare da lontano, avrei riconosciuto quella gonna anche appesa in un negozio di Printemps in mezzo a mille dello stesso modello, un braccio libero per camminare e l’altro incollato al petto, con sotto Liberation. In quell’istante ho deciso come sarebbe iniziato il mio prossimo romanzo, e mentre eri a pochi passi da me, ho aperto la bocca per fare uscire una risata, pensando a dove fossero gli altri undici scrittori in quel momento.

 

 

OBERKAMPF (dieci incontri)

OBERKAMPF (dieci incontri)

ero sceso di casa una sera, un localino dietro rue Oberkampf. l’épicerie vicina era aperta, così avevo preso in anticipo una bottiglia di vino per il dopo-locale, non si sa mai cosa va a capitare. l’avevo aspettata per più di mezz’ora, ci eravamo detti solo una mezza parola, ma è evidente che per me la parola era stata intera e lei mi aveva ceduto la sua metà. che poi perché trovarsi a Oberkampf, quando lei abitava a St.Germain. avrei potuto dirle Vengo io, anziché proporre un posto sotto casa mia. la solita pigrizia, e va a finire che il vino te lo bevi da solo, e poi magari puoi provare il tuo sperma, tanto per svoltare la serata. invece dopo quasi quaranta minuti di ritardo, questa mi arriva e si riprende indietro non solo la mezza parola di prima, ma da quel momento, dopo un profluvio di scuse che neanche la Senna, non smette mai un minuto di parlare, tanto che devo andare al bagno anche se non mi scappa più di tanto. mi sa che quel progetto della bottiglia da solo rimane in piedi.

dopo qualche drink, lei si scioglie, e l’effetto dell’alcol è quello di una docile cagnetta che si lascia accarezzare e annuisce solo, qualche mugugno, ecco, ma nessuna frase di senso incompiuto come fino a pochi minuti fa. non c’è niente di maschilista in tutto questo: anch’io se fossi una donna vorrei che l’altro la smettesse di coprire il silenzio con frasi attaccate una dopo l’altra come una costruzione abusiva pronta a crollare da un momento all’altro sull’interlocutore/trice che ascolta attonito/a. ecco sta’ a vedere che alle volte le droghe vincono proprio su tutto. del resto siamo fatti di droghe: la colazione con la schuma del cappuccio perfetto è una droga, il dentifricio dal sapore giusto, la giusta foto sul profilo che cambiamo ogni due giorni, la dipendenza dall’altro, sono tutte droghe, e nessuno si permette di proporre leggi sulla penalizzazione del dentifricio o dell’amore, per cui. dro-ghe. mille nomi, e un unico risultato: riduzione delle paranoie.

alla fine la scelta del locale sotto casa mia si rivela assennata. nessuna metro da prendere, e soprattutto, sotto casa sua, avrebbe sempre potuto dirmi Grazie per la bella/brutta serata, invece qui, con la scusa della stanchezza e del troppo alcol, è un attimo dire Sali su e ti riposi un attimo, e poi non c’è neanche l’ultima metro. Sono venuta in macchina. Tanto peggio, non puoi guidare in questo stato (bingo). che termine idiota poi, Bingo. nemmeno ci ho mai giocato. potrei dire: Pocker, che a quello almeno qualche volta ci ho giocato, dopo che avevo visto Redford e Newman nella stangata.

Isabela – mi pare che si chiami così – è una specie di venezuelana naturalizzata francese, che ha studiato in Italia all’Accademia di Brera, credo con scarsi risultati, dato il gusto nel suo vestire. è piuttosto grassoccia, a vederla adesso mentre si spoglia, mi sono fatto fregare dalle tette e quel sorriso che ti fa tornare bella una giornata, che era poi la giornata quando ci siamo conosciuti. tanto per cambiare ero triste perché pensavo o meglio, cercavo di non pensare a una maledetta francese conosciuta mesi fa, e che dopo dieci incontri mi ha dato il ben servito, dicendomi di essersi innamorata di un musicista cubano di passaggio a Parigi, ma che forse adesso non era tanto più di passaggio. allora avevo conosciuto questa Isabela del cazzo col suo sorriso del cazzo, e niente, mi aveva consolato. ci ero cascato, e adesso eccomi qui, con lei e il suo reggiseno da cui straborda un seno che già intravedo cadente. un seno lo capisci subito se è cadente, anche se sta dentro al reggiseno. infatti quando se lo toglie, devo raccoglierlo quasi sotto i miei piedi. la bellezza non è tutto, ma il desiderio sì, e questa qui non la desidero per niente. non c’è niente che mi piaccia in lei, e ho bevuto troppo poco questa sera. provo a versarmi un po’ del rosso che ho preso all’epicerie, ma niente. e non è che me la debba sposare, però non c’è niente da fare. provo quasi orrore a toccarla, disgusto per me, compassione per lei e il suo sorriso ostinato, che non toglie neanche adesso che mi rivesto con un Ho bevuto troppo, non ce la faccio, e quando dice Fa’ niente, mi abbracci però? mi viene in mente un film di Totò, quando fa le facce storte e schifate e poi muove le mani a carciofo con un Ué ma che lei è matta?

solo che non lo posso fare, mi tocca abbracciarla mentre osservo quel poster che voglio cambiare da mesi con quello delle Vergini suicide che ho comprato alla Fnac e non ho ancora appeso. la osservo dormire, il respiro pesante. sembra un facocero felice. forse a lei bastava proprio questo, come a me bastava attaccare il nuovo poster e guardarmi per ore le cinque verginelle mentre ceno da solo davanti a France24, non so.

quella notte mentre Isabela dormiva sono sceso a comprare dell’altro vino all’épicerie, e poi ho visto il primo bus del mattino. avrei potuto prenderlo ma no: sono tornato al mio palazzo, digitato il codice del portone, ho fatto le scale un piede dopo l’altro, senza alcuna fretta, fino al quinto piano. ho girato la chiave e sono entrato in casa mia. la ragazza guardava un videoclip anni ottanta sul mio 28 pollici. quando ho richiuso la porta facendo rumore non si è voltata e ha continuato a fissare lo schermo. io sono andato in bagno e mi sono masturbato sotto la doccia pensando alla francese dei dieci incontri. ho pulito la doccia con il getto e un po’ di bagnoschiuma, e sono andato nella stanza da letto. mi sono lasciato cadere sopra il letto, entrando subito nel sonno. di tanto in tanto riaprivo gli occhi, per qualche secondo sentivo in lontananza la musica dal televisore. per qualche istante provavo anche a riconoscere il motivo, poi, cambiando fianco, ricominciavo a sognare.

(agosto 2012)

Piccolo

(PS- PreScriptum): ‘fanculo a wordpress che mi raddoppia gli spazi se vado a capo. non è a capo e spazio. è solo a capo. se è a capo e riga vuota ce lo metto io. così tutti gli a capo adesso qui hanno una riga vuota e i miei riga-vuota intensionali hanno due righe vuote. maledizione!)

PICCOLO

certe volte può bastare una frase per distruggere la vita di un uomo. a me capitò la scorsa estate. avevo conosciuto una marocchina al Café de l’Odeon, mi aveva colpito la storia che mi aveva raccontato, qualcosa su suo padre morto ammazzato, e ovviamente la sua scollatura che terminava su quelle costole magrissime, e i tondini intorno alle guance, grandi come quelle di un clown quando si gonfia e poi sorride. eravamo subito andati a casa sua, con la scusa di provare un tè alla menta alla vera maniera. il tè era rimasto nella scatola, e lei aveva aperto la bocca e poi le gambe. mi era sembrato bello. ci eravamo rivisti. mi stavo innamorando. dopo sei mesi l’amavo.

una sera, la vigilia di Natale, non lo facciamo. parliamo di questo e quello, parliamo di noi, cosa ci piace. a me piace il punto in cui le labbra finiscono in quella linea, a me piace il tuo dito medio, cose così, e poi si scende, cosa ti fa godere di più, e questo e quello, finché si parla dell’uccello, una mia battuta, una sua risata, e allora ho bisogno di capire perché ridi, e quella frase secca, in cucina, mentre tagli i pomodori per il cous cous: Beh, non è che sia così grande.

che è come dire ce l’hai piccolo. sono andato a dormire senza mangiare, ormai abitavo da lei da quasi due mesi. mi costava meno, pensavo, e me l’aveva proposto lei.

da quel giorno ogni volta che provavo a entrarle dentro mi sembrava di infilarmi in una grotta enorme, mi sentivo tutto piccolo, camminavo per strada e i palazzi di Rue de Seine mi pareva che dovessere cadermi addosso, e anche il metrò, non riuscivo a prenderlo, era enorme, come la figa di Dominique, io ci provavo, ma era come entrare in chiesa durante una messa, e il prete che benedice il morto con la bara, niente. ci lasciammo dopo pochi mesi, poi da lì l’inferno. e anche se Sophie mi rassicurava – Ma non ce l’hai piccolo, anzi – io pensavo ancora a Dominique e alle sue mani strette intorno al mio sesso che scompariva, come quei funghetti strappati nei boschi e poi, considerati non commestibili, buttati via, lasciati lì nel prato.

adesso vivo solo e mi masturbo davanti ai porno. cazzi enormi oppure piccoli, ma a quelle donne sembra sempre piacere, e quando le dico allo schermo Ti piace il mio cazzo grosso, sembra non importarle, e dice subito di sì, che è talmente grosso che non ci sta nello schermo, non riesce a entrare dentro fino in fondo da tanto è grosso, e dopo che vengo mi scende una lacrima dal cazzo, e scende lungo le gambe fino al pavimento, dovrei spazzare c’è troppa polvere, ma adesso suonano al citofono.

era Sophie, l’ho liquidata in cinque minuti con un caffè stretto all’italiana. l’avrei voluta prendere lì, sul tavolo, e farmi dire che ero grosso e ce l’avevo grosso, ma avevo paura che mi restasse lì, piccolo, e inoltre mi sono appena segato, potrei dirle Cosa fai stasera, ma sembrerebbe un ripensamento, la chiamerò nei prossimi giorni.

sono passati mesi da quando è venuta a trovarmi Sophie. da allora non l’ho più rivista, ma in compenso ieri sera ho incontrato Dominique in place St Michel. stava uscendo da Gilbert Jeune con un libro in mano. quando mi ha visto ha nascosto il libro riponendolo nella borsetta fucsia.

Bonjour.

Ciao.

(silenzio per un minuto).

Ti vedi con qualcuno?

No.

Prendi un caffè a casa mia? Adesso abito qui dietro.

Sei diventato ricco?

Ho venduto alcune cose. E comunque è un buco.

appena siamo entrati in casa le sono entrato dentro, e mi ha lasciato spazio per ogni buco, e ogni angolo del suo corpo, e mi diceva quanto ero bello e quanto era grosso, e piangeva dopo che veniva, e veniva ridendo, e venivo piangendo e ridendo, e poi ancora alcol, marjuana, un’altra scopata, ed era sempre più grosso ed era ovvio che le entrasse solo per tre quarti, e lei era sempre più piccola e penetrabile, come staccare pezzi di corteccia da una quercia, ghiande pinoli resina di pino, mi sono addormentato sopra il mio sperma, rimasto appiccicato sopra il suo seno. non esisteva altra perfezione. non ci potevano essere errori o correzioni.

questa mattina mi sono alzato dal mio letto, Dominique dorme ancora. preparo la colazione abbondante, oggi non lavoro, non ho la forza di rovinare tutto, e voglio che sia sabato o domenica, anche se è martedì.

mentre spengo sotto il caffè, mi raggiunge in cucina e mi carezza le spalle. mi stringe ai fianchi, fasciandomi il sesso. si aggrappa come chi non sa nuotare e non si tocca più il fondale, quando un’onda fuori norma solleva il corpo in su.

non ho capito cosa sia successo dall’anno scorso, perché i rapporti di forza si siano invertiti, perché si aggrappi al mio sesso e perché adesso non sia più piccolo. forse posso solo immaginare che la sua frase sulle dimensioni fosse una provocazione mal riuscita. in ogni caso, se una donna vuole uccidere un uomo, basta dirgli che ce l’ha piccolo. certe volte si può anche guarire, e a me è successo, ma ho passato più di una stagione all’inferno, e non è detto che si riesca sempre a tornare.

(luglio/agosto 2012.)

 

Piccolo trattato di composizione musicale

forse perché non sei abituata alle attenzioni in fa# o in do eccedente, ma ti garantisco che un accordo lo troveremo, e se dovrò sottrarre qualche nota lo farò, come nel jazz, ce lo siamo detti quante volte anche senza ancora conoscerci, non ha senso ripetere le note, basta tenere la dominante, e suggerire una direzione, poi il resto lo fa la melodia, il ritmo, e l’improvvisazione. forse ti sarebbe sufficiente qualche facile accordo, un’andatura riconoscibile, senza troppi sforzi timbrici e interpretativi, ma a me piace riarmonizzare ogni accordo, e lo so che poi mi dici che quasi non si riconosce il pezzo, ma è il rischio che si paga quando si ama un motivo, e quando lo risuoni o lo stravolgi o lo rovini: altrimenti sarebbe solo uno scimiottamento dell’amore, non credi? detto questo non mi resterebbe che suonarti una canzone, tipo quegli swing anni Trenta, diresti. è che ho fastidio per le big band in questo periodo, e ho bisogno di formazioni piccole, piano basso batteria, o se preferisci una chitarra, e giusto un sax ma che non dia in escandenscenze. detto questo non mi resterebbe che essere sincero, e rivelarti che volevo scriverti un pezzo rock: sarebbe una bestemmia per te, che hai cantato nelle migliori orchestre di New York e Copenaghen? anche se fosse, è un altro rischio che mi tocca correre, ma se vedo giusto, saprò che appena inizierai a cantarlo, ti ci troverai così dentro che non avrai neanche bisogno di un vestito, te lo sentirai così addosso che non ti vorrai più lavare, per non rischiare di farlo scivolare via. adesso non mi resterebbe che scriverci le parole, ma anche questo credo che sia già stato fatto. la sala prove non è più la stessa. mi sono trasferito in quello scantinato all’ultimo piano, così potevo vedere dall’alto gli scempi della città e allo stesso tempo non sentire l’odore di fritto dei locali attigui, e la festa la facciamo in mezzo metro quadro, non hai detto tu che con la musica si vola senza pagare? certo, un prezzo c’è: ti toccherà salire le scale, e non ricordo più se sono milletrentasei gradini o milletrentanove, però ricordo che a ogni gradino avevo dato una nota, e quindi se ti andasse potrei anche dirtele tutte, e tu potresti cantarle salendo, e quando avessi voglia di andartene, canteresti tutte le note al contrario, e io a quel punto potrei invece decidere che mentre sali quando arrivi io scendo cantando, e ci potremmo trovare a metà delle note e poi cantare la stessa nota, all’incirca al cinquecentodiciottesimo scalino (devo contarli meglio a questo punto), oppure ancora meglio, vengo a prenderti di sotto, e tu rimani avanti di tre scalini, per avere un intervallo di terza diciamo, e così intanto ti guardo anche il culo, e unisco l’utile al disdicevole o dilettevole, a seconda che ti piaccia o no, oppure vado avanti io, camminando al contrario, perché comunque da qualche parte dovrò pure iniziare a guardarti. e se neanche questo ti andasse bene potrei anche lasciare la porta aperta con lo spartito sul letto, e fartelo cantare mentre ti ascolto dal salotto, che tanto è la stessa stanza del letto, e a quel punto non avremmo comunque spazio, e siccome in due non ci staremmo, l’unico posto comodo sarebbe il letto, e a quel punto cantare si farebbe scomodo, e dovresti improvvisare, perché non ho spartiti addosso, e tanto meno sotto, ma riconosco che un buon compromesso potrebbe essere cantarmi in bocca, che non me l’ha mai fatto nessuno, tranne forse io che mi canto in bocca, ma direi che non vale, per cui potresti essere la prima persona che mi canta in bocca, e io farei da cassa di risonanza e il tuo fiato mi uscirebbe dal culo (vedi che ritorna), ma visto che non ho mai provato ci sarebbe la stessa probabilità che il tuo fiato una volta entrato mi passasse dai pori, e allora uscirebbe la tua voce dalla mia pelle, e i miei peli ondeggerebbero come soffiarci sopra, o quando si ha freddo, per quanto devo ammettere che invece avrei davvero caldo, a sentirmi cantare dentro. e adesso che ci penso, potrei sempre chiudere la tua canzone con un re maggiore semplice per non darti l’impressione di un eccesso di pretese.

 

 

(non riletto non riscritto)