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IMMOBILI (parte prima)

 

avevo visto almeno cento case in un anno, ma non me n’era piaciuta nemmeno una, o per lo meno, non così tanto da decidere di prendere tutta la mia roba e la mia vita degli ultimi dieci anni e impacchettarla, caricarla su un furgone grosso, o forse un tir, per poi entrare in una costruzione non mia, da riempire con i vecchi dieci anni, lasciando una considerevole mole di spazio vuoto per il futuro. eppure Lisa se n’era andata da più di quattro anni. io avevo preferito restare. del resto la casa era mia. “fa’ come ti pare, ma io mi prendo la libreria dell’ottocento e tutto quello che c’è dentro”. così si era portata via i mie Camus e Pavese, lasciandomi Calvino e Saramago, rimasti a custodire l’altra libreria che, essendo incassata su misura, avrebbe richiesto un lavoro troppo complesso per la sua rapidità d’azione. del resto ci aveva messo un giorno a lasciarmi, e uno ad andarsene con la sua roba. “meglio se non resti a casa quando ritorno a prendermi le cose”. intanto la casa era rimasta come quel giorno, e già da tempo richiedeva un lavoretto qua e uno là, sempre rimandato. adesso che la prima vernice s’è allentanta, lasciando intravedere sotto il vecchio colore, ci sarebbe da dare una mano nuova, per non parlare delle perdite, e quella finestra che fatica a chiudersi. la sto lasciando crollare, pezzo dopo pezzo, siccome intendo trasferirmi: non vedo che senso avrebbe rimetterla a posto proprio adesso che, se non adesso, comunque tra poco, prima o poi, me ne andrò.

avevo appuntamento per l’ora di cena per la mia centounesima casa, che già sapevo di non prendere. sul mio taccuino avevo segnato con dovizia di particolari ogni pregio e difetto di ogni appartamento visitato e, dopo un analisi razionale, avevo sempre dato adito ai difetti, oscurando i notevoli vantaggi di quella casa più in centro, o quell’altra più luminosa. allo stesso modo, già prima di vederla, con la centounesima non facevo altro che riattivare quel modello del rifiuta-e-rigetta così ampiamente collaudato,: intanto era ancora abitata, il che lasciava presagire tempi lunghi. e poi: stabile vecchio, chissà l’umidità. però il prezzo era buono, e l’appartamento tutto da rifare, che era quello che cercavo. ho aspettato l’agente immobiliare accanto al citofono del palazzo, il quale emetteva una leggera vibrazione come se qualcuno avesse lasciato in funzione il ricevitore da uno degli appartamenti. cominciavo a gelarmi le mani, mentre qualcosa che non era ancora neve e non era più pioggia si posava a fatica sull’asfalto e sulle auto parcheggiate, simile alla polvere che ogni giorno si depositava sulle sedie i mobili i vestiti di casa mia. avevo perso il conto dell’ultima volta che avevo fatto le pulizie.

mentre mi aspetto il solito agente di nome Patrick o Kevin, completo gessato e gel già ammobiliato sulla testa, cervello da 1 centimetro quadro da ristrutturare, ecco che mi si para innanzi Silvia. abito informale, piumino verde acceso, capelli corti da un lato e lunghi dall’altro, come una luna a tre quarti, o meglio una specie di mansarda spiovente irregolare con due abbaini luminosi al posto degli occhi e vista sul balcone di proprietà – credo – esclusiva, non appena s’apre il piumino, dentro l’androne. completa il tutto un ingresso ampio su sorriso che mi accoglie, riscaldamento autonomo doppio ingresso vista panoramica.

“piacere, M.”

“dottor M., molto piacere. Silvia Raboni”

“ah, come il poeta”

“lo conosce?”

“certo”

rimaniamo in silenzio, mentre cerco di ricordare una sua poesia, ma al momento mi ritornano solo alcuni versi di Sandro Penna, poi un classico di Montale e una poesia di Bukowski, l’inizio.

Una, improvvisamente

s'alza dal letto dicendo

“questo non si può fare”. E s'agita, tira fuori

roba dai cassetti nello spazio impiccato

tra comò e attaccapanni, a momenti

fa cadera la lampada, il catino – e

fiera nelle sue scarpe davanti allo specchio

dove affiora la nebbia, ogni

tanto toccandoli col palmo della mano infonde

il fissatore-insetticida sui capelli.

“bella. non me la ricordavo….”

“sono cresciuta con le sue poesie…”

evito di indagare su una possibile parentela, riportando la conversazione sulla casa. “mi sembra che sia abitata, se non ricordo male…”

“sì. ma ancora per poco. si trasferiscono in primavera.”

“bene. anch’io non ho fretta, insomma, non più di tanto…”

“ha già visto qualche cosa?”

“sì, qualcuna, ma non andavano bene”

“certo, una casa deve piacere. e poi è una cosa soggettiva. ma insomma, la vedrà. eccoci, è questa”. 


prima parte di un racconto in fieri, prima stesura ancora suscettibile di modifiche (v. sottolineature e altro), suscettibile ma non permalosa per eventuali suggerimenti

 

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