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Fantasia di Chiang mai

chiang mai
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เชียงใหม่;
จินตนาการ
Fantasia di Chiang mai
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Sembrava un tempio,
un po’ più spoglio
del solito, e meno dorato,
ma comunque un luogo
d’isolamento,
quando sono entrato
per pregare
ho realizzato: era
un magazzino
di vernici e pollini,
ho pregato nel magazzino
di poemi e vertici,
meditando su ciò
che era avverabile
e ciò che era semplicemente desiderabile
perché diventassi una persona migliore
e meno legata al filo
dei commenti nella vita e nelle pubblicazioni
ho appeso la sentenza
a un filo di ferro che penzolava
come i rami presso i templi
e dato che l’effetto non era poi
così diverso
ho deciso che poteva andare bene
e poi ho pensato che
come profezia
non era poi affatto male
e del resto me l’ero poi predetto da solo
il futuro
per cui mi sono portato via il foglietto con la sentenza
ho camminato per ore
lungo ombre di strade
(strade che parevano l’ombra di se stesse)
e al primo passante che anche solo vagamente
somigliava a un magistrato
ho regalato un fiore di carta
bollata
con sopra il primo testo scritto nella mia vita
chiedendo che fosse clemente
per gli eventuali
errori di ortografia o eccessi verbali.
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trenopermailand,21lug17
photo and texture by giallomoro

senza titolo

senza titolo, come una fotografia, scivola via immemore, senza prospettiva, senza titolo, come questo presente che dura e non dura, molle da scivolarci fino ai gomiti, morto da trovarci le decomposizioni, vivo da trovarci le composizioni di un suonatore, le disavventure del sognatore che ha cambiato realtà, non ha più carta d’identità né la città segnata sopra, e apolide sarebbe già qualcosa, un risultato del percorrere città senza fermarsi mai ma no, lui non ha neppure la concezione della città, il riferimento ai paesi eventualmente toccati, perché lui è senza titolo, come questa fotografia, come la noia che non va via e va via, dipende da come leggi tutto questo, da come lo prendi dentro e lo fai crescere, dipende da come hai voglia di reagire alla tragedia dell’anonimato, che invece io amo tanto, senza titolo io vivo meglio, né dottore né operaio, né sposato né cognato, non codardo non leone, non politico non coglione, avvocato, aspirina, ritardato: nessun titolo, nessun nome, solo la strada, il corpo, la pulsazione, senza titolo come questa frase così attaccata, devi leggerla in un fiato, come una risata che si attacca, e non finisce, e non finisce, ma vorresti liberarti, è così bello ridere ma dopo un po’ fa male, è così bello pensare, ma dopo un po’ fa male, se piangi un po’ dopo stai bene, leggi bagnato, piangi ridendo, forza il sistema delle cose, non adeguarti alla direzione del vento, senza titolo, o tutti i titoli del mondo mi puoi dare, solo per te mi lascerò adattare alla leggi della trama, ho solo voglia che mi accada qualcosa, ho tanta voglia di diventare un racconto, che tu mi salga addosso perché ti possa immedesimare, in me, nella mia storia, ho tanta voglia che mi accada qualcosa di diverso, di avere un nome sì, lo confesso, e farmi strada su tutti gli altri, e che le azioni che compio siano memorabili, così potenti da restare impresse non nel passato ma già nel futuro, ho proprio voglia di cambiare strada, e dare un bacio imprevisto, una parola che non t’aspettavi, farti cadere dalle nuvole rivelandoti l’odio per qualche amante a pagina trenta, e proprio quando eri già pronto a credere a lui, farti cambiare idea, farti venire paura ansia ilarità farti pensare cagare addormentare, farti crescere morire ricominciare dal capoverso dopo quando sarò in un’altra stanza con un’altra frase in bocca verso monsieur sto già iniziando a definirmi, a prendere una qualche forma, non so, ho come questa sensazione che in qualsiasi pagina compaia, in ogni scatola pensiero immagine io mi trovi, ovunque vada ovunque muoia e nasca, tu mi seguirai.


CLASSICO E MODERNO

può darsi che io fumi per accendermi e di te ricordarmi, o al contrario che fumando io ti bruci con la cenere. in ogni caso venere saprebbe ascoltarmi questa sera, esaudire le mie preghiere travestendosi da musa ed ispirandomi una vena nuova nelle parole, come quando inventarono la blue note e bruciarono gli schemi classici, e dalla cenere sei nata tu, non farmi dire di più altrimenti smetto di bruciare.


IN TEMPO DI PACE

quando si dà il nome a un gruppo, musicale politico o quale che sia, si esce dalla propria individualità e simbolicamente si assume un nome collettivo, che ricorda il suono, prima della battaglia, delle tribù lanciate contro l’animale.

 



durante il lavoro, biblioteca, Torino