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scrittori

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Ero finito a questa cena di scrittori, una larga tavolata, i bicchieri ancora semipieni, i discorsi sullo stato dell’arte, la crisi politica e quella sociale, quando avrei voluto solo stare ancora un attimo con te, nel corpo di Parigi, là dove testa e sesso fanno un fiume solo, una lieve esondazione. Ebbene ero a questa tavolata, nel cuore della campagna toscana, una cena di beneficenza nel senso che gli scrittori beneficiavano del pasto senza pagare, offerto brutalmente da una banca con l’icona di una lumaca: mi trovavo ai margini del tavolo, non avevo ancora spiaccicato una parola né una sigaretta, perché alzarmi e andare fuori sarebbe sembrato sospetto a quel punto della cena. Ero lì e non ero lì, e intorno a me questi undici cazzi oltre al mio, le loro scopate tenute nei pantaloni, l’ego sborraico tirato fuori a colpi di parole per dimostrare chi è che aveva la favella più lunga. Era come essere in caserma e, per quanto non avessi fatto il militare, mi ricordavo la visita dei tre giorni, quella che ti diceva abile rivedibile esonerato, che a sentirsi abile di prima ti sentivi un dio, anche se eri certo di partire, ma poi tanto sapevi che non saresti partito, c’era il servizio civile, e per farmi abile di prima avevo pure mentito sulla miopia, che all’epoca era bassa e superai l’esame tirando a indovinare. Lungo la tavolata, i camerati continuavano a sentenziare sulla supremazia di Céline rispetto a Bukowski o viceversa, sul mirabile attacco dei Promessi Sposi, il miglior romanzo di sempre, secondo il terzo da sinistra, me l’avevano presentato come Mario, e il cognome già me l’ero scordato.

dai, leggici un brano dal tuo primo romanzo!”, dice uno scrittore sui sessanta a uno suo similcoetaneo.

era davvero improponibile. ho scritto il primo vero romanzo dopo dieci prove”.

però te le hanno pubblicate tutte queste prove”.

Le parole arrivavano come i tarli da uno sgabuzzino intente a rosicchiare cassette di legno per la frutta, tric e trac, poi silenzio, poi di nuovo tric e trac, e ancora lì che mi vedevo sotto il tavolo questi undici cazzi più uno che era il mio, tutte cariche positive, calamite che non si possono avvicinare, o forse dodici micce accese, dodici candelotti di dinamite pronti a esplodere e a far saltare in aria il ristorante, mentre io avrei voluto solo stare con la testa sul tuo ventre, è solo un falso mito quello del maschio protettivo, il maschio è solo una minaccia per l’umanità, un piede che calpesta i prati umidi e lascia impronte a breve termine. L’utero è per me l’unico essere che protegga, nel quale sempre si ritorna e si trova rifugio, avrei voluto entrarti dentro quel giorno nell’albergo a due stelle accanto alla rue Morgue, avrei voluto entrarti dentro non con il sesso, entrarti con la testa, entrare tutto dentro fino a fare scomparire anche i miei piedi dal mondo, accoccolarmi lì, nella tua pancia, e lì restare, a tempo indeterminato. Invece nelle orecchie già mi parla il mio vicino di tavolata, “Pare che tu sia in odore di premio”, e io davanti a me vedevo solo puzza, e una testa e un cazzo che parlava, e quelle sue parole erano senza consistenza, gelide come la luna nel lato all’ombra, e mi poteva anche parlare dei Pink Floyd, del rapporto tra gravità lunare e leggerezza del rock psichedelico, ma era sempre e solo una testa e un cazzo, una sagoma di cartone bidimensionale, e dietro il bianco.

Quando ho letto il tuo messaggio ho mollato la cena a metà per raggiungere la terrazza e chiamarti. Hai detto poche, lunghe parole, ogni lettera arcuata come uno stiramento di schiena. Ti ho risposto annuendo, anche se non mi potevi vedere. Sono andato via senza salutare, e mentre il taxi mi portava alla stazione ho calcolato quante ore mancavano per rivederti, quante pagine avrei potuto scrivere fino a Parigi. Ho dormito per tutto il viaggio, solo il tempo di cambiare treno. Raggiunta Gare de Lyon, il ristorante toscano era soltanto un sogno di cui ricordi alcuni frammenti ma non riesci a ricostruire la storia. Ti ho visto arrivare da lontano, avrei riconosciuto quella gonna anche appesa in un negozio di Printemps in mezzo a mille dello stesso modello, un braccio libero per camminare e l’altro incollato al petto, con sotto Liberation. In quell’istante ho deciso come sarebbe iniziato il mio prossimo romanzo, e mentre eri a pochi passi da me, ho aperto la bocca per fare uscire una risata, pensando a dove fossero gli altri undici scrittori in quel momento.