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Un quadro a pezzi (giantropoparis)

Tu mi hai detto “Lo posso tenere?”, ma non era il tuo quadro. Mi hai preso alla sprovvista, in un momento di rilassamento dei nervi, quando si allenta l’attenzione. Tu mi hai detto: “Posso smettere di amarti?” Io ti ho chiesto: “Parti?” Tu hai risposto: “Che ne è delle arti?” Sono partito io, per scissione molecolare (resti di D.N.A. attaccati sui binari del pendolare).

“Mi inviterai a Paris?” Chiedi. “Inutile, invitarti, ormai: lo so che non verrai”.

Tu mi hai detto “Lo posso tenere per ricordo?” “Va bene, tanto a Paris non l’userò. E poi ho sempre un pene di riserva dietro l’occhio.”

“Dovrai aspettare che spunti, però”.

“Ti sbagli: esce ed entra quando vuole”.

“Camminerai a occhi chiusi allora, me lo prometti?”

“Se tu camminerai con il mio pene nella tua mano”.

“Razza di villano”

“Sciacquetta!”

“Ruffiano”.

Mi prendo indietro il pene, e anche una tua mano.

 

Follie partorite nell’ufficio Einaudi, Torino(cocktail di questo scritto: una parte di reale, tre parti di inventato, ghiaccio a piacere, limone, selz, un pizzico di faccia tosta quanto basta)

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