Archivi tag: racconti di vonhauserstrasse

LEGIONE STRANIERA

assumo caffeina neanche fossi un direttore del personale, e a seconda dei giorni assumo poco o molto: oggi niente. il battito del cuore voglio che scenda sotto zero, ma dovrei non pensare a te. e più mi sforzo di non pensarci, più mi vieni in mente, come quel film con stanlio e olio che si arruolavano nella legione straniera per dimenticare. io non so dove sia la mia legione straniera, questa sera avrei bisogno di pace, e niente scoppi, ma è l’ultimo dell’anno, come si fa a zittire il mondo, nemmeno i tappi per le orecchie. e il mio vizio di non finire le frasi, quella cosa che tu non sopportavi. io di te non sopportavo niente, perché mi piaceva tutto. eri così insopportabilmente piacevole, che quasi ti detestavo e cercavo un vizio di forma, un errore nella tua acconciatura o nel modo di camminare, un’esitazione nel pronunicare quella parola come You are my sister di Antony and the Johnson, ma niente. eri perfetta, anche nei peggiori vestiti, nelle feste più brutte, anche dopo un’indigestione. un’amore eccessivo porta all’odio, è inevitabile come la vita. la morte si può sempre evitare.

    assumo caffeina per sentirmi pieno di qualcosa, e non mi importa quanto batta il cuore, tanto l’amore non c’entra col cuore, è una cosa che parte da più in basso, e scende nei piedi, la mia testa è nei piedi, calpestami pure, tanto non sai dove sono.

ho licenziato tutti da qui, e non mi resta che un ufficio vuoto, ma non sopporto le luci al neon, bisogna aprire le finestre e sparecchiare i suoni rimasti sulla scrivania. via, via tutte le cose che mi ricordano te, via anche io, io che sono la cosa che più mi ricorda te. abitare nel corpo e nella testa di qualcun altro, abitare un altro tempo, un’altra lingua per non capire più le tue parole. parlami, parlami pure tanto non sento più niente, abcuziaburaba, awuk, addio.



torino casa adesso

Annunci

DENTRO L’ARMADIO

Perché le tue labbra tremano?
Tremano quando ho paura.
E perché hai paura?
Ho paura quando mi chiedi perché le labbra tremano.
E perché le tue labbra tremano?
Perché sogno le risposte ma poi non le so dire.

(torino, casa ieri e oggi)

Un’altra stanza di Vonhauserstrasse
 
 
 
ti avrei certo amata
in un’altra vita
ma in questa a me piace
l’edera che salta il muro
e i fogli con l’inchiostro duro
seccato da meno di un giorno,
ti avrei certo amata
in un’altra vita
ma in questa a me piace
la voce che sa di latte
e un corpo che mi vuole,
ti avrei certo amata
come vorrebbe l’amore
ma nel mio non c’è spazio
per la perfezione e non c’è tempo
per l’adorazione,
ti avrei certo amata
in un’altra situazione
ma in questa a me piace
la voglia che conduce
a un luogo incerto e un tempo senza nome.
 
 
 
 

Una stanza di Vonhauserstrasse
 
 
 
 
da quando sei partita
il barattolo del caffè è quasi vuoto
e la marmellata finita
da quando sono rimasto
sopra i fornelli solo un impiastro
di cose unte miste a briciole
sul tavolo
una mano di briscola che tende al solitario
la luce che dondola sul lampadario
 
 
 
 

A Vonhauserstrasse
 
  
 
A Vonhauserstrasse i bambini non usano i cellulari ma i mattoni veri per giocare in strada fino a sera, quando una voce li richiama e li riporta dentro con un soffio che parte dal seno. A Vonhauserstrasse, nel cortile dell’edificio al numero otto, i bambini del terzo piano mangiano coi bambini del quarto, e i bambini del primo con quelli del settimo, mentre i mariti del primo si intrattengono con le mogli del quinto, e le mogli del sesto danno da mangiare ai bambini del secondo. A Vonhauserstrasse non si fanno questioni di numeri, o di posti a tavola: c’è sempre da mangiare, e i bambini giocano fino a tardi svegliandosi di buonumore. Se ci passi ti prende una voglia di entrare, come di polenta e sagra di paese, ma passi oltre, attratto da un rumore più grande, un grido di uccello o il rombo di un motore che ti riporta a pensare alla tua casa e al tuo nido. A Vonhauserstrasse i passeri entrano dentro gli appartamenti, e le rondini restano per l’inverno non volendosi perdere le storie tra i mariti e le mogli. Il ritmo dei giorni scorre chiaro come i valzer di paese, sempre uguale, eppure è un tempo dispari. Se ti provi a mischiarti in una sagra, nella piazza al centro di Vonhauserstrasse l’ultima d’agosto, nessuno ti inviterà a ballare e i bambini resteranno a guardarti come una pianta tropicale, o un venditore di folletti senza il bosco. A Vonhauserstrasse, ogni sera, i bambini si sciolgono contro i muri insieme all’ombra del crepuscolo, e durante la notte non si muove nessun muscolo quando passa l’uomo bianco. Poi, riprendono a danzare, chi a cantare, chi a suonare alla moglie del settimo piano. A Vonhauserstrasse nessuno ha un nome, basta già la strada a darglielo, e un posto dove stare.
 
 
 
 

 
 
voglio che un giorno tu ti vesta di nero
e il giorno dopo di rosso, e poi di chiaro
e non ti voglio mai vestita da casa
ma sempre nuda
anche per strada
e voglio indossare un completo bianco
a cui manchi ogni cosa
e che tu mi metta
una cravatta scura intorno al sesso
voglio non essere mai lo stesso
con te
coi nostri cereali al mattino
prendere posizioni politiche rivoluzionarie come
salvare me e te dalla fame e dal mondo
voglio che un giorno tu mi porti a vedere
il panorama a un centimetro da te
dopo un viaggio di una notte senza riparo
e voglio assistere alla sparizione
di tutte le auto dal centro
e addormentarci come un tempo
tra bambini che giocano a calcio
contro la chiesa
e bambine che giocano a campana
voglio che le campane non suonino mai
perché ci sono io a suonare e tu che ascolti
perché ci sono io ad ascoltare e tu che godi
perché ci sono io che vengo e tu che vieni
a un palmo dal mio occhio
e voglio passare per il tuo orecchio
per ascoltare quello che ho dentro
voglio che tu mi salvi dalla normalità
e che mi porti via dalla tranquillità
voglio vederti con un’ombra al tuo fianco
che non sia effetto del sole o della luce artificiale
voglio smarrirti dentro casa
e ritrovarti sotto il letto vicino a un libro
sopra il mio sesso nella mia bocca dentro di me
respirare
come fosse sempre l’ultimo respiro e il primo pianto
 
 
 
 

ORIGAMI
 
 
Dov’eri tu in tutti questi anni quando ancora non ci conoscevamo, e io passavo il tempo con gli origami, dov’eri tu in quei momenti che piangevo e già ti cercavo anche se non ti avevo ancora incontrato, e tu passavi il tempo con un altro e io un’altra, dov’eri in quei momenti quando senza sapere il mio nome avresti dovuto correre da me? E’ troppo facile volersi bene, adesso che ci conosciamo. Tu non mi volevi e io non ti volevo, e questo è un fatto incancellabile del nostro passato.