Archivi tag: racconti in versi

“So what would you like for breakfast?”

* * *
“So what would you like for breakfast?”

 

E ancora non capivo che volevi

dopo che mi ero messo a dieta e si era pure ristretta

la carta d’identità

E ancora non capivo che sapevi

delle etichette per il lavaggio delicato

e l’esclusione centrifuga

quando a me toccava sempre il misto lana

anche se pungeva

E inoltre non capivo tutto un elenco di posate

dai nomi più affilati, e poi centro bicchieri, fuori tavola,

decorazioni di nessun valore per ospiti di scarso peso,

avrei voluto vivere una casa piena

e tu un castello vuoto

avrei preferito parlare la tua lingua

che interpretare le tue mani

e dove andassero

e cosa toccassero

Ma ancora non capisco che vuoi

dopo che la luce l’hanno tolta da tempo

e al massimo funziona il gas,

per togliere il disturbo ci vorrebbe una cornacchia mangiaoggetti

siccome non sai dirmi cos’è tuo cos’era mio

E adesso mi si sono stretti anche i vestiti

e sono quasi nudo dalla morte in su

e se mi stringo anch’io posso aggrapparmi

al filo di luce sotto la porta

passare ogni stanza

fino a scalare i bordi e tuffarmi

dentro la tazza della colazione

 (gennaio 2011)


Annunci

I COSTI DELL’APPARTAMENTO

 

 

quando sono entrato

dall’ingresso della casa nuova è uscito

un fiotto di sangue,

procedeva lungo il corridoio

fino al soggiorno,

quando sono entrato

nella tua pelle

ho cominciato a chiedermi

quanto fosse grande l’appartamento

e quante stanze avesse

e quanto fosse alto il tasso d’interesse

poi ho smesso di chiedermi

è stato quando è uscito

il fiotto di sangue da uno di noi

era talmente poco, una goccia o due

che mi è sembrato bello scivolare

avanti e indietro mescolandolo

senza sapere a quale corpo appartenesse

o a chi fosse appartenuto l’appartamento

e chi avesse calpestato quel corridoio dove adesso

scivolava il nostro sangue

mentre io colonizzavo la cucina con del pane e olio

improvvisato e tu smembravi le piastrelle a fiorellini del bagno

a colpi di caffettiera,

“tanto

è tutto da rifare”:

sorridevo, pensando ai costi della ristrutturazione,

mentre accarezzavo in automatico le mie fondamenta

e tu apparivi sulla soglia del bagno,

una leggera nuvola d’acqua grondava dalle tue insenature

“saranno almeno diecimila euro di lavori”

siamo tornati dentro l’uno nell’altro,

sul pavimento freddo in finto marmo,

confermandoci a vicenda:

“anche questo sarà da cambiare”.

 

 


 

Giugno/sett 2011

Tempi verbali

eri rimasta appiccicata alle antiche

vetrine del quartiere centrale

additandomi una scritta che stonava

sopra una parete liscia

e le tue dita lisce erano le stesse

che poco prima mi avevano masturbato

(per quanto a me paresse improprio o per non dire

impossibile che quelle stesse dita che ora additavano

un tempo mi trastullassero)

ero rimasto appiccicato

con gli occhi alle tue dita

fino a quando le hai distolte dalla scritta e,

puntandole contro di me,

mi hai promesso che mi avresti sposato

(per quanto a me paresse improprio o per non dire

impossibile che quelle stesse dita che ora promettevano

un tempo mi trastullassero)

eravamo appiccicati alla sommità della via

nell’attimo prima che iniziasse la piazza

tu già nel futuro bianco io ancora nel passato rosso (o al massimo,

per quanto improprio o impossibile fermare il presente, nel presente)

quando ho iniziato a guardare le mani

di tutti quelli che passavano e le loro dita

alcune protese in avanti, lontano dal corpo, altre

incollate alla giacca o al vestito e alcune persino

staccate da sé e finite sul corpo di qualcun altro

fino a che sono ritornato a casa

e le mie dita incollate alla chiave

appena rifatta

cercavano di girare la chiave

nella serratura nuova

(per quanto a me paresse improprio o per non dire

impossibile che quelle stesse dita che ora giravano

un tempo ti trastullassero)

 


SONNO INTERRUPTUS

tutte le tavole apparecchiate

degli ultimi anni

e i segnaposto mai rispettati

gli orari più improbabili per fare

cena, insieme a un merlo rosso

e tu che già dormivi da tre ore,

la mia navigazione lenta rallentata

dallo scaricamento pornografico

e quel tuo lieve cenno di risveglio

che mi faceva respirare sotto voce

per non turbarti i sogni o gli incubi già affollati,

ho consumato un tubo di pastiglie gialle

mi sono messo accanto a te nel letto di mogano

giocando a un solitario con la luce strozzata

del telefono cellulare, mentre mandavo messaggi

alle mie amanti dai nomi più insospettabili come

perito della banca o idraulico liquido

e quando tu nel giorno di festa al mattino

ti sei alzata per andare al lavoro

mi sono addormentato con il cellulare in mano

e le carte sotto il cuscino

e ho sentito sbattere la porta quando uscivi

mentre l’aria diafana mi sbatteva sui piedi

e il merlo rosso mi beccava le mani in cerca di cibo,

così sono sceso dal letto giunto in cucina

ho dato fuoco alla casa dopo aver aperto la finestra al merlo

e ho dormito un sonno senza interruzioni

in attesa che tornassi dal tuo lavoro


SHIT GENERATION

forse adesso devo scrivere qualcosa

con l’urgenza del falco sulla rosa

e non oso correggermi

perché non intendo ammettere

di avere sbagliato una frase o una parola

come ammissione di colpa verso la vita

mi stacco dal corpo

entro nei tubi dell’acqua, mi lancio

tra le foglie irrigate e poi altri canali

cantine buie con vecchi uomini intenti a imbottigliare,

strade annegate di vino

rosso al mattino,

dice l’annuncio:

“tutte le strade sono percorribili con mezzi anfibi”

anfibio io mezzo uomo mezza rana

accanto a una sottana che sorride

e un truffatore che mi fa le carte

maledicendo  lo stato dell’arte

e il falco è sempre qui sulla mia spalla

mi getto nella sua bocca di conquiste

e scavo nelle viscere in cerca di buoni presagi

auspici di pace mischiata a pece però

mischiata a ceppi di legno accatastati

prima dell’esecuzione pirica,

in mezzo al corno d’Africa

un cercatore d’oro setaccia

e io ci scorro dentro

mi lascio dondolare dalle sue mani

per un momento oscillo nel setaccio

ma sono merda, non oro,

così mi lascia andare



Normal

0

14

false

false

false

IT

X-NONE

X-NONE

MicrosoftInternetExplorer4



<!–

/* Font Definitions */

@font-face

{font-family:”Cambria Math”;

panose-1:2 4 5 3 5 4 6 3 2 4;}

@font-face

{font-family:Calibri;

panose-1:2 15 5 2 2 2 4 3 2 4;}

/* Style Definitions */

p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal

{

mso-style-parent:””;

margin-top:0cm;

margin-right:0cm;

margin-bottom:10.0pt;

margin-left:0cm;

font-size:11.0pt;

font-family:”Calibri”,”sans-serif”;

mso-bidi-font-family:”Times New Roman”;}

.MsoChpDefault

{

mso-bidi-font-family:”Times New Roman”;}

.MsoPapDefault

{

margin-bottom:10.0pt;}

@page Section1

{size:612.0pt 792.0pt;

margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm;}

div.Section1

{page:Section1;}

–>

/* Style Definitions */

table.MsoNormalTable

{mso-style-name:”Tabella normale”;

mso-style-parent:””;

font-size:11.0pt;

font-family:”Calibri”,”sans-serif”;

mso-fareast-font-family:”Times New Roman”;}

Normal

0

14

false

false

false

IT

X-NONE

X-NONE

MicrosoftInternetExplorer4



<!–

/* Font Definitions */

@font-face

{“Cambria Math”;

panose-1:2 4 5 3 5 4 6 3 2 4;}

@font-face

{

panose-1:2 15 5 2 2 2 4 3 2 4;}

/* Style Definitions */

p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal

{

mso-style-parent:””;

margin-top:0cm;

margin-right:0cm;

margin-bottom:10.0pt;

margin-left:0cm;

font-size:11.0pt;”Calibri”,”sans-serif”;

mso-bidi-“Times New Roman”;}

.MsoChpDefault

{

mso-bidi-“Times New Roman”;}

.MsoPapDefault

{

margin-bottom:10.0pt;}

@page Section1

{size:612.0pt 792.0pt;

margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm;}

div.Section1

{page:Section1;}

–>

/* Style Definitions */

table.MsoNormalTable

{mso-style-name:”Tabella normale”;

mso-style-parent:””;

font-size:11.0pt;”Calibri”,”sans-serif”;

mso-fareast-“Times New Roman”;}

LA MIA BOCCA

la mia bocca

“apparato terminale della fonazione”,

la mia bocca

a una prima analisi si direbbe

rugosa , o meglio,

a toccare le mie labbra,

la mia bocca

dentro

non l’ho mai sentita bene

se non con la lingua

o alle volte mettendomi dentro un dito o due

per provare l’effetto o più che altro vomitare

ma nei giorni festivi

esploravo la bocca di un altro

attraverso la mia,

mi piaceva pensare alla bocca di un altro

accogliente e più umida della mia

col sapore buono e non di fumo o spazzatura avariata che ho adesso

addosso,

mi piaceva sentirla, la mia bocca, e non solo pensarla

quando ti baciavo, per esempio,

la mia bocca la sentivo

e sapeva di buono e anche io sapevo di buono

come quando da piccolo i sapori non erano stagionati

e mangiavo solo fresco

adesso mi piacciono i sapori forti

la mia bocca è assuefatta al peperoncino

e soltanto grosse dosi di wasabi o senape forte

mi ricordano che forse un tempo

le papille vivevano

i denti masticavano o mordevano

la lingua ti leccava,

era il tempo in cui conoscevo

ogni sapore

ero certo avrei avuto il tempo di assaggiarli

tutti

con te

e denti non ne ho persi da allora

la lingua è ancora al suo posto

e avrei tutto l’apparato fonetico

a disposizione

se avessi voglia di parlare,

chissà forse domani esco

prenoto al solito posto

e se non hai obiezioni sarò lì per le nove,

anche un ritardo va bene,

ma questa che sento e che mi passa per la gola

è saliva, che passa per l’arcata dei denti

come i portici illuminati a festa

e arriva in fondo alla piazza,

il ristorante non è lontano

mi raccomando acqua in bocca,

non dirlo a nessuno:

ho prenotato per due

e non vorrei stare stretto o peggio

trovarmi con la bocca

in mezzo alla gamba del tavolo


thanx Carver…

Normal

0

14

false

false

false

IT

X-NONE

X-NONE

MicrosoftInternetExplorer4



<!–

/* Font Definitions */

@font-face

{“Cambria Math”;

panose-1:2 4 5 3 5 4 6 3 2 4;}

@font-face

{

panose-1:2 15 5 2 2 2 4 3 2 4;}

/* Style Definitions */

p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal

{

mso-style-parent:””;

margin-top:0cm;

margin-right:0cm;

margin-bottom:10.0pt;

margin-left:0cm;

font-size:11.0pt;”Calibri”,”sans-serif”;

mso-bidi-“Times New Roman”;}

.MsoChpDefault

{

mso-bidi-“Times New Roman”;}

.MsoPapDefault

{

margin-bottom:10.0pt;}

@page Section1

{size:595.3pt 841.9pt;

margin:70.85pt 2.0cm 1.0cm 2.0cm;}

div.Section1

{page:Section1;}

–>

/* Style Definitions */

table.MsoNormalTable

{mso-style-name:”Tabella normale”;

mso-style-parent:””;

font-size:11.0pt;”Calibri”,”sans-serif”;

mso-fareast-“Times New Roman”;}

in un fiato


decantare, sarebbe l’espressione giusta,

se mai c’è un giusto, per

esprimere il mio bisogno di respiro come per un vino,

e lo so, avrei potuto usare

una metafora meno esplicita del tipo

il vino decanta

e poi in un’altra strada mettere me come

personaggio

imbottigliato magari dal traffico

e dalla vetrina di un ristorante chic

magari sulla Quinta strada

senza capire una parola del mondo potrei

ascoltare, o al meno immaginare,

il rumore di un tappo che si stappa

l’espressione fissa verso fuori del cameriere,

oltre la vetrata del locale, oltre la strada, oltre me

potrei cantare tutto questo

oppure dirlo in forma di racconto

che suonerebbe più o meno come l’ho detto

o in un modo diverso ma sarei comunque

imbottigliato

avrei bisogno di essere

stappato

nelle orecchie perché sordo

sono diventato

strappato

dagli occhi che pretendono di essere

autosufficienti quando cosa sarebbero senza la possibilità

di toccare

quel che è fermo e quel che si muove?

non so ma tutto questo mi commuove,

in senso etimologico delle lacrime,

per cui mi muovo insieme al mondo,

in questo caso specifico la Quinta strada,

ma potrebbe essere anche un vicolo,

e allora ci sarebbe questo gatto,

che si avvicina e quando sto per sfiorarlo

ecco che passa un taxi, nero,

e i taxi neri portano sfortuna ai gatti,

ma per fortuna in questo caso ci sarei io che

salvo il gatto

e salvo me dal vicolo e salgo sul taxi

insieme al gatto

e vado a raccontare questa storia al tuo mondo

così diverso eppure uguale al mio

se non fosse per un guasto improvviso al motore che

ci lascia ancora una volta

imbottigliati premuti da stappare,

proseguo a piedi e mi sembra di ricordare

se ascolto bene si sente l’acqua

se aspiro a fondo non muoio

e il naufragar non m’è dolce in questo mare

né le elisioni a fine parola

né storie tronche come questa

che si interrompono all’improvviso

quando ricordo che mi avevano invitato altrove

a raccontare, se non ti muovi forse ritorno,

non ti rimane che aspettare, o continuare,

non è difficile, è pieno di storie, basta trovare l’amo

giusto, e poi abboccano, che fesse,

e si lasciano mangiare.

 


sono tornato. questo lo scrivo e manco lo rileggo, in contrasto ai racconti che sto scrivendo (e qui per ora non ho messo) e che sto cesellando manco fossero statue o forse sì.