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IL NUMERO CIVICO, LA PELLE

(sesta prova reality blog)

avrei bisogno di una metafora alata, che mi portasse via al momento opportuno, all’ultimo istante, prima di cadere. anche a rischio di rashiare il muro che ci separa, dalle cose di sotto, anche a rischio di sfiorare i rami alti della foresta che si sviluppa intorno casa mia. buttare via la chiave, potrebbe essere questa la chiave giusta per entrare, e non certo ricoprirsi di spade, le spade non aderiscono al corpo e lasciano un sacco di zone d’ombra, facili a colpirsi, penetrabili. dall’alto dove sono ora, sorvolando il paese con la mia metafora alata intravedo già l’altra riva del fiume, oltre la foresta di casa mia, e poi il lago salato che prelude ad acque più grandi. mi sale una lacrima, dato che sono a testa in giù, mi scorre dall’occhio alla fronte. è una sensazione priva di colori da quassù, l’atmosfera più pesante, le case sempre più piccole, grosse come acini d’uva, ho fame. avresti potuto assegnarmi mille parole da dirti, cento frasi obbligatorie, ma non sarebbe cambiato niente. ti amo al di là dei doveri e prima di ogni piacere, ti amo perché sei alla giusta distanza dal mattino e dalla sera, con la luce giusta, i contorni che si spostano, come una meridiana che mi segna il tempo ma non lo batte come fanno le lancette, e perciò non fa rumuore.

la nostra postura è tutta un’assunzione di forme, creature notturne che ci avvolgono le spalle, lutti non elaborati, ma anche: felicità vissute, mani ricevute e braccia date, assorbimento del dolore altrui e altrui bellezza. la nostra postura è la somma di gioia e tristezza, e ciò che fa la tua andatura è un ritorno che va in avanti.

    avrei bisogno di atterrare, ora, perché la metafora alata si è spezzata. stanca del mio peso invisibile, ha deciso di sacrificare qualcuno nell’aria. approfitto della quota bassa e delle montagne per lasciarmi andare. la mia andatura, nel vuoto, riprende un senso di marcia, una direzione. creo sentieri tra le correnti d’aria, spartisco il traffico degli uccelli dirigendone l’orchestra, e scendo ancora, nei sogni più ricorrenti, in quello strato di atmosfera dove vanno a dormire i sogni dopo che qualcuno si è svegliato, non lo immagineresti mai, ce n’è un deposito pieno: miliardi di sogni di tutte le epoche, sogni di re vassalli contadini, sogni di amanti, dirigenti, bambini, sogni di furbi e di cretini, ce n’è per tutti in questa valle sospesa, che non incrocia quasi mai le traiettorie degli aerei. di tanto in tanto un’onda d’urta sbatte contro le ali, ma i sogni sono fatti di una materia che conosci solo tu e conosco solo io, non dirlo neanche a dio, potrebbe rubarci le nostre storie e rivelarle sulla terra.

    così, a mezz’aria, indeciso se salire o scendere, atterrare o annacquare, infuocarmi o farmi aria, sono passato dalla tua finestra. perché piangi? l’inverno se n’è andato, in punta di piedi. nascono i primi fiori, quelli che nessuno ricorda, in attesa dei frutti succosi di maggio. nascono i primi bambini, rimasti sotto i cavoli di inverni fecondati, nascono le prime lotte per il accaparrarsi l’estate. tu, però, non sei interessato a questo, e resti alla finestra in cerca di una qualche allitterazione, un suono ricorrente in una frase, una regolarità nelle nuvole tra un celeste quasi assordante.

    avevo bisogno di una metafora alata, o così credevo, e invece sono sceso, e ho scavalcato per fermarmi accanto a te. entro, sono lì, e il tuo respiro si fa di nuovo regolare. deponiamo tutte le spade, in mezzo ai merletti ai vestiti ai nudi, in mezzo alla stanza. il pavimento non è freddo se io sono il pavimento. l’aria non è fredda se tu sei l’aria. entriamo, e ci facciamo strada tra i rami bassi della foresta, con la chiave in mano. e i lago è già passato e le sue sabbie mobili, già si intravede il muro, e il cane ci si fa incontro, la rana ci fa le feste e passa oltre, teniamo stretta la chiave, ma dov’è la casa? mi prendi la chiave, la spingi verso il basso, il tuo petto porta il numero uno. sento la pelle spostarsi, un terremoto leggero, i peli oscillano al vento, e poi qualcosa brucia, e il nero che esce fuori, evapora, e resta impresso sul mio petto il numero uno.     questo è il nostro numero civico. e adesso entriamo, che fuori sta venendo il freddo.



sesta prova del reality blog 7angelie7diavoli.splinder.com/

(che prescriveva l’inserimento nel testo delle parole "

foresta, spada, chiave, casa,lago,muro")

DENTRO FUORI

 

 

ora che sono dentro di te mi sento solo, perché i confini del tuo corpo scompaiono, e si confondono coi miei, fino a sciogliere i cani della dogana, i trucchi nobili per portare all’estero un po’ di droga come carezze cui non so rinunciare.

ora che sono dentro di te, il tuo diavolo custode che non sa tenerti per più di un giorno, mi chiedo come chiamarti e farti sentire che ci sono. sei talmente presa da noi da non sentire che ci sono anch’io, che chi ti tocca bacia entra sono io e non una vaga idea d’amore, un’imprecisa sensazione di qualcuno. sono io, ma tu sei troppo certa della “coppia indissolubile”, e i nodi sono il tuo pane quotidiano, e scioglierli sarebbe un cambiamento troppo grande: preferisci pensare che non sia cambiato niente tra di noi, dal giorno in cui ti seguivo lontano, come un’ombra, scorazzando tra inferno e cielo, per poi tornare da te a ogni tuo minimo accenno di cedimento o richiesta. ma l’amore non è questo, non solo, e il demone custode o l’angelo segugio sono figure che non mi si addicono più, io, diavolo precipitato in cielo.

ora che sono dentro di te non ho intenzione di uscire né di entrare: la mia condizione preferita è il limbo, una coperta calda di placenta dove sei e non sei, sogni eppure vivi, sentendo le voci del mondo oltre l’acqua, onde sonore che si distorcono per effetto delle leggi della fisica acustica che ancora non conosci, eppure, conosci già l’amore, e la sua sfrontata assenza di leggi: l’amore è amorale, la sofferenza la sua tavola, il piacere la scrittura sopra la tavola.

ora che sono e non sono dentro di te, sento di svolgere meglio il mio compito: da qui, in mezzo alle labbra, tra regioni di peli disboscati e un traffico quotidiano di cose che entrano ed escono, mi sento a mio agio. impossibile un altro modo di amarsi tra un demone immortale e una regina destinata alla solita fine. e io non sono un dio greco, che ti regala l’immortalità col rischio della dannazione. io sono già dannato, e se potessi ti darei qualcosa di più della vita e della morte: ti darei il mio amore.

            ora che non non c’è più un’ora, e nemmeno un secondo, e nemmeno ti accorgi come mi sfilo, e mi stacco da te: esco dal letto, vorrei tenermi il tuo odore, ma non serve evitare il getto dell’acqua sotto la doccia: già il tuo odore scompare, perché l’odore non s’attacca se non hai un corpo: l’odore mi passa accanto, mi tradisce con altre molecole d’aria, esce già dalla stanza, passando per un condotto, giù giù, e poi risale, è già in fondo alla strada, lo seguo solo con il pensiero, e ritorno verso il tuo letto, a darti un ultimo sguardo.

            ora che non sono più dentro di te, sei libera di amare, e scegliere dove posare il tuo sguardo, chi annusare, chi tralasciare. mi piacerebbe che ora ti svegliassi, riuscendo a percepire la mia presenza, se non come quella di un uomo, almeno come percepisci un poster, o il tavolino che hai di fianco, o il tuo cuscino. sorridi, lo abbracci, ti stiri, ridacchi, muovi la gamba, apri gli occhi: io sono qui, e in molti altri luoghi. dev’essere l’unica spiegazione per cui tu non mi vedi. se fossi solo qui, il mio corpo si dovrebbe vedere. ti alzi, e scalza vai dritta al fuoco, scintilla, tazzina. sei lì che bevi quella cosa nera, e calda, e non ne avresti bisogno se toccassi la mia ombra. solo, non capisco perché hai apparecchiato per due, e poi domandi ad alta voce: dormito bene? ma qui non c’è nessuno a parte me e te.

            ora che il latte si mescola alle cose scure, e apri le persiane, ti vesti in fretta, scaldi un saluto e lo lasci nel piatto, e tirandoti dietro la porta ti volti nella mia direzione, e i tuoi occhi non capisco dove guardino, un frangente troppo rapido per essere sicuro. di te non vedo che le spalle, e il culo che gincana dietro i cardini della porta e l’uscio che si chiude, mangiandosi una fetta di luce. ci sono caduto dentro come tutti, come un uomo qualunque, e non un dio, e a rialzarmi adesso non ho le forze, quasi quasi ritorno a letto, e scendo verso le regioni basse, ecco, sfioro già le labbra, abbraccio il cuscino e sprofondo, con la certezza di trovarti dentro, di trovarmi dentro al risveglio.

           


quinta prova del reality blog “angeli e demoni

 

IO TU IL DEMONE L’ANGELO

apro gli occhi solo adesso che sei venuta, mi fermo, trattengo quello che ho dentro per non sentirmi vuoto l’attimo dopo.

“ e tu?” poi non aggiungi altro. io. già, io. magari avessi un io.

povero diavolo, è il massimo che mi possa dire. mi poteva andare peggio. potevo essere un angelo, senza nemmeno il cazzo. almeno sono quello che mi piace, il re della lussuria. condannato al piacere continuo, senz aun attimo di tregua, senza mai poter fallire, e quando vengo sono sempre solo, perché l’anima di chi ho preso cade giù, tra sussulti o singhiozzi, dipende se ride o piange. in ogn caso, però, cade, scende, sprofonda, onda al contrario anziché salire e poi scendere, subito scende, e una volta in fondo, solo quando è certa di raggiungere il fondo dell’inferno, si aggrappa al mio corpo cercando di uscire fuori da me, io, il suo inferno, quest’anima si appende alle pareti dell’inferno e con le unghie graffia il mio corpo, e vuole uscire, ma io ti sono dentro fino a quando voglio, e il tuo orgasmo sale, e tu non vuoi, perché ti sembra di capire tutto per un attimo, e quello che là in fondo ti attende: il massimo del piacere e il massimo della pena. non l’ho deciso io, purtroppo. fosse solo per me scaglierei là in basso chi non gode mai, e porterei all’olimpo chi viene insieme a me.

    tu sei diversa. dalla creazione dell’umanità ho portato in fondo, nel fuoco, un numero di donne e di uomini superiore a quello che vive oggi sulla terra. è la mia gioia e la mia condanna, innamorarmi di ogni persona che dannerò, è il mio compito e il mio godimento, e sono anch’io una vittima di questo gioco. Dio, e non io, ha inventato l’inferno e il purgatorio. non prendertela quindi con me: tu sei l’inferno e il paradiso, tu ci hai voluto credere, e l’hai voluto creare. vorrei salvarti se solo potessi. tu sei diversa da tutti gli altri.

    così ti dico, mentre ti affondo e spingo, mentre sprofondi dentro me senza tirarti indietro nemmeno quando ti sei accorta dove stai finendo. non hai paura di bruciare? non hai paura di amare? per questo ti ammiro così tanto, e vado contro la mia stessa dannazione e il mio lavoro e non t’innietto il mio veleno, e non ti nascerà dal mio seme una pianta carnivora che ti divori da dentro, e non mi svuoterò con parole provvisorie, ti dirò: tutto quello che ho da dirti.

    tu sei diversa. mentre tutti parlano di sè mettendosi una maschera di storie e ruoli, occupazioni e genealogie, tinture ed inaugurazioni, comizi e doni natalizi, tu mi ascolti, e lasci che sia io a raccontarti. hai sempre voglia di imparare nuove storie, e sopratutto di sapere la tua storia. mi guardi come si divora un piccolo di aquila un insetto, e hai la stessa voracità del lettore di fronte all’ultima pagina. da una parte, vorresti accelerare, per vedere come va a finire; dall’altra rallentare, per non sapere come va a finire. come anche tra di noi. apro gli occhi, rallento, mi fermo. che faccia hai, dopo che sei venuta. il volto degli angeli e dei demoni insieme, il volto di chi  ha creato tutto e non ha fatto niente, il volto di chi non ha fatto niente e ha distrutto tutto.

    la tua è una storia di detti e leggende: non hai niente di non detto, eppure con te non c’è niente di certo, e tutto è da inventare. tutti vorrebbero conoscere la tua storia, ma la tua è una storia che non si racconta con le parole. ogni cosa che vuoi dire viene dal tuo corpo. l’inizio, è di certo la bocca, ma poi, subito dopo, viene l’occhio, che è la sete della conoscenza quando lacrima, poi il naso, respiri già la prossima scena. e scendo giù dal collo, e insieme salgo già i piedi, e come ogni storia mi trovo davanti qualche ostacolo, un piccolo muro, una frase mal riuscita, un personaggio che mi danneggia e mi fa dire cose per cui per un po’ ti allontani. ma è proprio quando penso di non aver capito niente, e di aver sbagliato gioco ed eroe, ormai da solo sul lago, e mi vergogno a tornare dal re mio padre e da mia madre la regina senza niente in mano tu mi dai la mano e te la versi sopra, sotto l’ombelico, e scendo liquido, divento un punto mai fermo e sono dentro di te.

ecco perché per la prima volta non ho nessuna voglia di venire. ecco perché per la prima volta nella mia vita ti lascerò andare. anche un demone può amare, ma solo da lontano, che da vicino tutto si brucia, al mio tatto, e io non voglio, non con te. mi saprai perdonare, per non averti condannato a questo inferno?

    è inverno fuori da noi, e in strada quasi natale, ma in me non nasce più niente. dopo che mi hai chiesto “e tu?” non ti rispondo e mi stacco. mi rivesto, non mi volto, e non ti lascio aggrappare alla mia schiena. un altro nuovo contatto non potrei sopportarlo, senza farti sprofondare. esco, da te, dalla stanza, dalla strada: un’insegna un po’ più in alto, appartata, passo da lì, lungo i fili, entro nella corrente e mi propago lungo l’alta tensione, corro per i tralicci grossi della campagna e mi scarico a terra, poco distante dal fiume, dove ci sono solo le cose che non parlano e i morti,  sprofondo, non so quale sarà la mia punizione, un giorno con gli angeli, un’eternità senza amore? sprofondo, verso casa, mentre sale l’immagine, mi contamina, mi riempie, sei tu che mi hai dannato, demone che ho incontrato, la prima donna sulla terra che mi ha fermato, ha fermato il battito, hai preso in mano la mia cattiveria, sei tu che mi hai salvato, dannato angelo, non so come, ma ci sei riuscito.


*terza prova del reality blog http://7angelie7diavoli.splinder.com/

non riletta, postata un minuto prima di mezzanotte…ma ho messo ora il titolo e la riposto…

SOSTITUZIONE*

non avrei avuto molto tempo e non sapevo se sarebbe stato divertente. stavo venendo così bene, quando Dio mi telefona e mi dice:

-senti diavolo d’un lussurioso che non sei altro, dovresti sostituirmi per ventiquattro ore.

-cazzo, proprio adesso me lo dici? lo sai che mi hai interrotto? e poi non potevi chiederlo al diavolo dell’Ambizione, o a quello dell’Ira? sai che cose ti combinavano in tua assenza? o se volevi stare più tranquillo lo chiedevi all’angelo della Purezza, o a quello della Generosità?

– è proprio per questo che mi devi sostituire. gli altri angeli e diavoli sono in sciopero a oltranza.

– è per quella storia delle paghe?

– i tagli in cielo sotto la terra sono necessari. loro però non vogliono trattare. ora mi tocca fare un’udienza con ciascuno, e insomma sono un po’ incasinato.

– vabbè, ma io che cosa ci guadagno? ricordati che mi hai interrotto un orgasmo, e non è divertente.

– ma potrai sostituirmi per ventiquattro ore. potrai fare quello che vuoi, basta che rispetti queste tre regole:

1-Mantenere una giusta proporzione tra bene e male.

2-Eleggere un nuovo leader "neutrale" che guidi l’umanità verso un obiettivo da te prescelto.

3-Produrre almeno un evento prodigioso che lasci tutti meravigliati.

– in questo caso la cosa si fa interessante. sentiti libero, per un giorno. ma… posso fare proprio… tutto?

– tutto.

e con questo riattacca. mi metto il vestito quello buono, scendo in terra e comincio le mie ricerche per il leader. stendo un programma alla buona:

ore 0-1 fine sesso

ore 1-8 sonno

ore 9 incontro con papa Benedetto X Elevato 3 Radice di 10

ore 10 incontro con George W. Cespuglio

ore 11 incontro con Adolf Hitler.

ore 12 incontro con Albert Einstein.

ore 13 incontro con Carl Gustav Jung.

ore 14 pausa pranzo

ore 15 scelta e proclamazione del leader

ore 15.30  obiettivi e strategie

ore 16 pausa sesso

ore 17 analisi costi

ore 17 30  pausa sesso

ore 19 pausa sesso dal sesso

ore 20 ripresa lavori sessuali

ore 21 sesso

ore 22 sonno

ore 22 30 sesso

ore 23 riposo

mezzanotte del 31 dicembre:  evento spettacolare

avevo cominciato bene con il piano, ma poi mi ero perso nei dettagli. non sono abituato a pianificare. io mi baso sull’istinto e l’improvvisazione, oltre che all’eiaculazione. non vedo niente oltre al mio sesso e se non trovo nessuna o nessuno mi faccio da solo, e alle volte viene pure meglio. sono le 22 e non ho rispettato niente del piano, non ho trovato un leader adatto e non so neanche a quale scopo, e tra due ore Dio riprenderà il potere e s’incazzerà da morire. solo che io non posso morire.

     non ho rispettato le regole. ho scopato come al solito e il mondo non si è accorto di me. ma poi mi viene il lampo. passo per caso in un vicolo, c’è una luce azzurra accesa. il neon si muove al tempo del rumore che esce dalla stanza. è l’inconfondibile rumore, l’unico rumore che solletichi le mie orecchie. qualcuno sta scopando, e bene, a giudicare dalla musica che fa. entro nella stanza, e mi sorprende vederti sola, con una mano in basso, eppure stai così bene che sembrate in dieci. e allora penso: che cosa posso fare per te? niente, sei già così soddisfatta, così beata che non ti manca niente. e allora capisco cosa devo fare e che tu sarai il leader. sono già le 22 30, capodanno sta per arrivare e tutti sono in giro a festeggiare. il tuo abito da sera appeso e stirato, vicino allo specchio; sopra il tavolo una foto di una ragazza. allora si vede che non stai così bene. magari aspetti che arrivi. magari dovevate uscire insieme. magari dovevate entrare e non uscire più. ore 23, continui a restare immobile, seminuda sul letto. il televisore col volume basso trasmette le solite trasmissioni con il conto alla rovescia. nella piazza vicino al vicolo vestita a festa qualcuno aspetta al freddo e si riscalda con del vino o con un bacio. tu continui a restare lì, le mutande un po’ abbassate, e ogni tanto scendi con la mano, ma quasi ti addormenti, e le dita tracciano un percorso dalle parti del sesso, vicino all’ombelico, come un dito sopra un foglio che non sa cosa scrivere. escono piccoli parti, cose trattenute dall’inconscio, ghirigori sulla pelle, ombre che prendono forma, fili che si annodano sopra il foglio e danno figure indecifrabili eppure così chiare. stendi le mani e le congiungi come una preghiera, e poi le immergi dentro, e allarghi allarghi fino a fare entrare ogni domanda e ogni speranza, e ricominci il movimento rotatorio. sono le 23 45, e le lancette girano, e piano piano sale anche il tuo orgasmo, lento, trattenuto come fosse l’ultimo. di fianco a te, non lontano, una corda. sono le corde che si usano per fare i regali, spaghi spessi per regali corposi. in casa non ci sono regali. il telefono, staccato. la finestra chiusa, le tapparelle abbassate. sembra che della festa non t’importi niente.

    eppure un angelo o un diavolo non possono spostare il libero arbitrio, e anche se fosse, non è questa la mia missione. e poi io sono un povero diavolo, e rischio tutto in questi dieci minuti. sei tu che mi devi aiutare: avanti, continua a muovere le mani, ecco, piano, non accelerare. meno tre minuti a mezzanotte, i tuoi occhi si dilatano, il sudore ti sale. meno due minuti, il sesso è sempre più gonfio, intorno non senti più niente, e la tua voce sale, sempre più in alto, mi devo aggrappare a quella voce. meno un minuto, stai per esplodere, ti devo trattenere, ecco, meno trenta meno venti meno cinque quattro, tre. due. uno.

ce l’ho fatta. ho eseguito il mio compito, e con successo. esco dalla stanza e volo in strada, percorro tutta la città e poi un altra città, cambio continente, tutta la gente ha la stessa espressione di lei, tutti stanno godendo. esplodono i tappi, i botti, le bottiglie, tutti vengono, simultaneamente. adulti e bambini, vecchi sul letto di morte, giovani senza lavoro, donne che partoriscono, dirigenti d’azienda, maestre elementari, coleotteri, lepri, tigri, api, cedri, mandorli, tutti godono nello stesso unico momento: l’orgasmo collettivo per tutto il mondo, l’evento più spettacolare e spaventoso mai verificatosi sulla terra, tutto si ferma, il tempo, lo spazio non esistono più, non esistono le scadenze e non c’è più niente da festeggiare, non esiste il ricordo o il futuro, solo questo attimo di orgasmo totale. un silenzio mai sceso sulla terra si è posato. è il momento che segue l’orgasmo, liberatorio, o pieno d’angoscia, a seconda di chi lo vive, il cuore veloce, gli altri organi lenti, piccoli movimenti dei muscoli secondari, il respiro in bocca, gli occhi sbarrati che non sai se è notte o giorno. tutta la terra gode, tutta la terra piange, dopo l’orgasmo. sale in gola una nostalgia, di qualche cosa, indefinita, poi ognuno riprende dal punto di prima, ma non sa più dove si trova, e cammina un po’ più lento, e sente tutto con maggiore precisione e più confusione, stai sognando o ti stanno sognando? tutto riprende il ritmo di prima, ma non è più il ritmo di prima. qualcosa nell’ingranaggio non tiene, un dirigente si licenzia, una madre perdona il figlio, un leone si spaventa della propria ombra, tu prendi il telefono e la chiami, e il pavimento della stanza è sabbia, tutta polvere, tutta acqua che scorre.

    io riscendo nel mio inferno quotidiano, ma non è più lo stesso, perché sono stato dio per un giorno, e tu il mio sovrano.

*seconda prova del reality blog 7angelie7diavoli.splinder.com


CARTOMANTE *

sono entrato nel suo corpo come sempre per piacere. mi piace sentire il movimento di ogni organo interno e ogni muscolo. mi sento a mio agio nel corpo di una cartomante. ho sempre amato il gioco, mischiare le carte, confondere gli animi. le persone entrano dentro questo circo per avere un responso, ma non sanno che il responso dipende solo da loro. un po’ di oscurità e qualche trucco facilitano la suggestione, e poche carte girate, unite all’espressione misteriosa della cartomante, fanno il resto.

adesso c’è una madre con la sua bambina:

“voglio sapere il suo futuro” – dice la madre.

e la bambina che ne pensa? l’hai forse interpellata? e poi non lo sai che i bambini non hanno ancora il senso del tempo lontano, e vivono un eterno presente di piacere e dolore concreti, e per questo sono felici? perché vuoi che giri le carte?

“procedi”.

non insisto, del resto non so nemmeno perché m’intrometta. io sono un demone, ma sono pieno di rimorsi e ogni tanto mi scappano le false buone azioni.

giro la prima carta, la morte. cominciamo bene. cerco d’interpretare; la morte, sì, la morte dell’infanzia, non della bambina, chiaro…ma aspettiamo le altre carte.

giro la seconda: un uomo che scrive. questa carta non esiste nei tarocchi tradizionali, ma a me piace, quindi l’ho aggiunta. rappresenta un uomo intento a scrivere un libro sui tarocchi in un castello di destini incrociati. sullo sfondo della carta un altro uomo maturo sta sognando l’amore con tua figlia. quest’uomo sta sognando, ma è anche sveglio, e pensa che i sogni siano il modo per interpretare la realtà, e non il contrario. “ma cosa c’entra con mia figlia?” aspetta la terza carta.

“non sono venuta fino a qui per avere delle risposte incerte…”

va bene, eccoti delle risposte certe. la terza carta rappresenta la figlia che uccide la madre. non so se ti vuoi arrendere all’evidenza, o preferisci un’interpretazione meno letterale.

“tu non sei una cartomante”  sei libera di non credere a queste carte, ma all’arte non si crede per ragione, ma per fede, o per bellezza. e adesso vieni qui. ho bisogno di un nuovo corpo da indossare, di un nuovo carcere per potere amare: voglio il tuo corpo, o quello di tua figlia.

la scena del delitto è piacevole allo sguardo di un osservatore distaccato. nella tenda del circo sopra tavolo la carte sparse, un pugnale conficcato nell’occhio della cartomante. una bambina che piange, fuori dalla tenda, accanto ad un leone che le lecca via le lacrime. io che mi allontano senza sapere più in che corpo abito, penso che non sono fatto per prevedere il futuro. io sono il demone della lussuria, e vivo nel presente. non ho futuro né passato, e il presente è la mia profezia, e una giornata è buona quando entro o quando qualcuno mi entra dentro, e partorisco storie per il piacere di divertirvi e di annoiarvi, sui vostri divani pieni di polvere, appoggiati alle vostre molli, sempre più molli esistenze.

* prima prova del reality blog 7angelie7diavoli.splinder.com