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il primo schizzo

 

il primo schizzo è incontrollato. potrebbe anche raggiungere le profondità della terra, o arrivare a toccare il cielo, come speravano gli antichi, impressionare la divinità di turno mentre fa la guardia ai segreti del cosmo inaccessibili a ogni uomo. il primo schizzo è quello che ti ritrae con una fionda nella mano, e nell’altra un passaporto per il dolore, che ti protegga da ogni accusa di frode o immigrazione clandestina. il primo schizzo è quello che ritrae il tuo volto, e a forza di ritrarlo lo fa ritirare, retrocedere, scomparire, fino a che occhi naso bocca orecchie scompaiono, e tu ritorni alla forma primordiale delle statue, un tondo-ovale che aspetta di poter guardare parlare annusare e poi schifarsi o innamorarsi di quel che ha respirato ascoltato, così da chiedere di perdere di nuovo naso bocca orecchie occhi. poi, una volta perduti, di nuovo il desiderio di avere un volto, tempie, fronte, zigomi, un tratto distintivo che, appena posseduto, non ti piace e vuoi di nuovo tornare a smettere di bere contemplare cantare; così, con pazienza sovrumana, il demiurgo pittore scultore cancella di nuovo i tuoi tratti, anzi li accarezza fino a farli fondere con il resto del volto: di nuovo, un ovale senza identità. potrebbe essere una città, popolata di pensieri, su cui l’artista pone le inquietudini del pennello e dello scalpello fino a che la carta si lacera, il tessuto si strappa, troppe cancellature, troppi colpi sul marmo e sulla tela, tanto che non si può distinguere lo strumento che ha in mano, perché anche quello si sbriciola, e all’artista rimane la mano, la mano nuda, e anche questa comincia a cambiare forma, e diventa un cerchio disponibile a ogni forma. il primo schizzo è incontrollato, tutto il resto ne è la conseguenza: cercare di trovare un senso assoluto nell’arte e nel mondo sarebbe folle, considerate le premesse. ed è per questo che l’artista continua a cercarlo, da qualche parte, forse proprio vicino a te.


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