Archivi tag: storia di john nemus a puntate

Storia di John Nemus (ultima puntata)

devo essermi addormentato. infinità di tempo trascorso altrove. sognavo Penelope, un filo che si tesseva, non era quello della morte. sognavo interminabili spiriti accanto alle mie orecchie suggerirmi soluzioni impensate come baciare, sognavo di essere sveglio molto più del solito, e che baciarti era il gesto più insolito e normale. sognavo di ingrandirmi in una palla di fuoco, dove il mio nome era astronomico, supernova, centauro sidereo, alfabeta, la gamma dei colori a disposizione era infinita. non c’era solo il giallo e l’arancione, no: tra i due colori c’era il gialletto il giallino il gialluccio il giallaccio il gialliente (per i giorni stanchi) il giallevole il giallluso il giallante il giallittoso il gialledero il gialbumo. è ad uno di questi colori che ti vedo adesso abbracciata, tra il giallevole e il gialluso credo, subito accanto a me, non a dieci o a quindici metri come sempre, non a distanza telescopica o voyeuristica, no: sei a pochi centimetri, e non devo indovinare i contorni della tua gamba, e se la linea del tuo culo salirà in quel punto o virerà improvvisamente per un rigonfiamento dell’anca, di un osso invisibile, no: sei qui, non devo indovinare niente, e tutto è da provare.

    “hai dormito tutto questo tempo?” mi chiedi tra il rossetto e il rossiccio. io ti rispondo in blu, lancio colori dalla bocca, bolle di sapone che non si vedono ma tu afferri comunque con la punta della lingua, le passi un attimo sulle labbra e le rimandi a me, condite di millesimi di saliva e un altro senso: “quale tempo?” – e già mi pento di averti invischiata con una domanda che non risponde alla tua domanda, ma viceversa sonda sprofonda e anziché avvicinarci forse, ho paura, ci allontana. eppure tu rispondi in vérdulo, tendente al verdano, e non si può che essere fiduciosi con una simile sfumatura di colore, sperare in una tua risposta docile, che ci risolva la vita, un anno, un mese, o per lo meno la settimana enigmistica.

    “il tempo in cui ti avevo lasciato”, e a una tua risposta così vaga e precisa, non posso più sbagliare, mandare all’aria tutto con una replica sui problemi del tempo e la relatività, mi afferro al secondo senso che intendi, il tempo in cui tu mi hai lasciato è stato dieci anni fa, in cui mi avete lasciato tutti, persino io. almeno tu sei rimasta con te.

    prima che però ti possa replicare qualcosa, tu aggiungi una postilla, o forse già rispondi al mio dialogo mentale, perché prendendomi la mano e sfogliandomi le dita, succhiando dai petali il giallente, mi soffi il polline in bocca. così, se tu m’impollini io per la prima volta vedo me,  rinasco da me stesso, esco dalle metafore e vado dritto verso te, ti odoro, ed è diverso dall’odore dell’aria umida delle finestre quando ti guardo da lontano, è diverso dal miele mangiato da solo, è diverso da tutto, quando mi apri la cerniera, che nemmeno pensavo di avere, e poi la tua si apre, e ci incastriamo come i lego, solo che è più morbido, e la pelle su di noi non è bianca o rosa, ma rossastra, bluacea, ora oliva, ora burrasca, una pelle che ci ricopre come le coperte fatte a mano, irregolare, fatta di trame che si complicano e semplificano all’improvviso, e il disegno da complesso si fa semplice e definito, e riconosci una forma, due corpi, un’accenno di ragione.

    ora, non resta che dimenticarci ogni possibile conseguenza e ritornare allo stato delle nostre abitudini. guai a violare il decennale rincorrersi tra le porte del pianerottolo, ascoltando i rumori oltre il muro come il respiro del diaframma; guai a passare la porta, a non avere più muri davanti a noi ma soltanto il nostro corpo, guai a confondere il mio corpo con il tuo, le mie volontà con le tue, a scambiare il mio orgasmo con le tue paure, la mia ansia con il tuo piacere. sarebbe imperdonabile per due creature distanziate come noi, avvicinarci all’improvviso e perdere il senso della nostra millimetrica battaglia quotidiana. la parentesi di oggi, che ha abbattuto i muri, mangiando la distanza di decine di metri in pochi minuti, è appunto una parentesi, e come tale deve essere chiusa.

    oppure no? forse la vita nella parentesi è la nostra soluzione, una parentesi tonda, accogliente, lontana dalle frasi taglienti, dai discorsi non interessanti. una parentesi che taglia il giorno in diagonale, e cammina parallelo alla notte, una parentesi non molesta, rassicurante una possibilità di scelta una scala un…

    “ma mi stai ascoltando?” in effetti, no. stavo rischiando di rovinare tutto come sempre, staccandomi di nuovo da te coi miei pensieri. e subito riprendo ad ascoltare il tuo ritmo, a muovermi dentro di te come mi hai appena insegnato, e non mi sembra la prima volta e non mi sembra nemmeno l’ultima: mi sembra proprio come le stagioni, o i giorni di pioggia quando cade la pioggia, o i giorni di sole quando cade il sole, mi piace restarti dentro, e non uscirei mai, nemmeno per mangiare, perché mi nutro di quello che trovo qui, è tutto così familiare, e sono stato dentro per molto tempo, e adesso sono nato ed esco fuori, allo scoperto, ricoperto di espressioni infantili adulte ancestrali.

    poi, arriva un tempo del distacco, dai corpi, dal letto, dalla casa. ritorno alla mia, a prendermi un pigiama per la notte. tu non sei qui, nella mia stanza, nel mio armadio non c’è il tuo odore o alcuna traccia di te. devo buttarmi alla finestra per vedere la tua finestra, il tuo balcone illuminato, e la tua sagoma svestita, ma le finestre sono troppo lontane per suggerirmi la certezza della tua presenza: l’unica immagine che vedo è un’ombra, potresti essere tu come un ladro, o un nuovo amante che mi ha già preso il posto, o forse non è stato niente, tu non mi hai mai aperto io non ti ho mai aperto?

    eppure, bastava non tornare a casa, nemmeno per un istante. prendo comunque la forza per bussare, prendermi in faccia il silenzio della porta che non s’apre, la vergogna dei tuoi vestiti che mi nascondono la nudità, perché se sei di nuovo vestita vuol dire che è finito tutto che niente è mai iniziato. invece, mi apri nuda come io ti ho fatto, e ogni tensione muscolare si scioglie e neanche un attimo e sono nudo e siamo dentro e il campanello è rotto non provate a disturbarci né a sbirciare dai vetri appannati, non c’è nessuna apertura da cui guardare, ma se si prova a fare spazio tra le frasi, le espressioni meno usate, dove le ragnatele s’incominciano e un accenno di fiato le cancella, tra il primo strato di coperte e il secondo, verso il fondo, dove il cuscino lascia il posto al seno e poi a sognare, forse lì, ci potreste trovare, se solo noi avessimo voglia, chissà un giorno, di uscire un attimo allo scoperto, non so quando e se succederà, l’appartamento è grande, e poi c’è tutto il resto da provare prima di nascere crescere morire al vostro mondo, ci sono i fondi di bottiglia, tutte le porte socchiuse, il suono delle lattine, ogni fonema che ci appartiene e vi separa dal nostro mondo.


Storia di John Nemus (quarta puntata)

 

avanzo tra pareti che non conosco, nella poca luce che mi ricordo, tastando una morfologia di bambino. sono le stesse pareti in cui ci rincorrevamo e amavamo scomparire in un nascondino che sembrava non finire. poi una mamma, non importa se la mia o la tua, gridava E’ pronto. io però non ero mai preparato per quel grido che mi troncava i movimenti, le rincorse verso di te, era un urlo che mi tagliava il pene di netto a metà, ogni volta, mi sfioravo in basso per sentirmelo ancora: era ora di tornare a casa mia.

certe volte cenavamo insieme. amavo quando succedeva, perché potevo stare ancora con te, vederti assaporare certe fette di torta, mettere il dito nella crema e lanciarmelo in faccia. il piacere più grande, però, era vedere la faccia di tua madre trasformarsi in una stampa del Seicento, scura nel volto e con i nervi tesi. non sono poi così sicuro di essere ancora dispiaciuto per la sua morte. ma almeno quando era in vita tu mi parlavi. ora però qualcosa non so è cambiato, e mi addentro per queste stanze buie, con il tuo beneplacito, come una dama d’altri tempi, il tuo castello, il mio mantello, che bello, forse questa sera mi rivolgerai la parola, appena tornerai in casa. per adesso, comunque, sono ancora solo, in una casa non so se piena o vuota, e incerto è il tuo ritorno.


storia di John Nemus (terza puntata)

 

una cosa che Emi adora fare sono le collezioni. conserva di tutto, dai barattoli delle spezie ai contenitori di metallo per il tè, fino forse ai fiocchi di neve. lo evinco dal fatto che non butta mai via niente, e il balcone è stipato di arnesi ventagli ruote di bicicletta raggi, arpe, telefoni a rotella, viti, bottoni. inoltre una volta la sua porta era aperta, e ho visto un’intera parete di cocci di bottiglia. erano di tutti i colori, una sorta di arcobaleno permanente, come se in casa sua ci fosse stato sempre un temporale.

anche adesso che sono uscito dal mio appartamento, dopo aver sentito i tuoi passi, e vado dritto al tuo, e non ti lascio vie di fuga, si intravede quella parete. adesso non ci sono i cocci di bottiglia, ma lattine di ogni marca contenuto colore che arrivano su fino al soffitto, e forse anche il soffitto stesso è decorato di alluminio, e al minimo vento una lattina sfiora l’altra, e si producono notturne melodie, quelle che mi cullano quando mi addormento e penso a te, Emi. ma il mio cuore non è di latta.

non posso nascondere la mia sorpresa quando ti volti verso di me, sulla soglia di casa tua, e in silenzio mi fai cenno di entrare. passo la soglia, e subito richiudi la porta alle mie spalle, e ti allontani lungo il pianerottolo, lasciandomi nella penombra in una casa quasi sconosciuta, ma il profumo non lo posso dimenticare.


storia di John Nemus (seconda puntata)

 

 

quando sento Emi cantare certe volte mi prende una rabbia. oggi è una di quelle. il suo ospite se n’è andato da neppure trenta secondi, la sfuriata resta ancora appiccicata alla porta, ai grumi di vernice delle pareti, e lei è già lì che canta, perfettamente a suo agio. non mi passa nemmeno per la testa che stia cantando per non pensare, per non piangere, per non amare? queste sono cose che farei io se fossi una persona che litiga e poi l’altro se ne va. invece non ho nessuno con cui litigare. ci sarebbe Emi ma lei non mi parla.

            è che tutte le volte che ci ho provato, lei era di spalle sul balcone, e mi pareva poco gentile chiamarla dal nulla, dopo tutti questi anni che non le rivolgo neppure una parola; altre volte era sull’uscio, ma mi guardava con quell’aria come per dirmi Non provare a parlarmi; altre ancora l’ho intravista al negozietto sotto casa, ma anche lì, tra il sedano e le patate, mi sembrava un assedio, e io sono pacifista, anche se il cuore mi scoppia ogni giorno, ogni istante, come adesso, mentre ascolto i rumori dal pianerottolo, e dal movimento dei passi è chiaro che sia tu. questa volta esco, adesso o mai più.


storia di John Nemus (prima puntata)

 

 

mi chiamo John Nemus, ho trentacinque anni e abito in un appartamento scuro. le finestre ci sarebbero, ma non le apro che di rado, per far cambiare aria. ho trentacinque anni, sesso maschile mai usato se non per pisciare. la mia vicina di casa si chiama Emi Brancati, ha gli occhi chiari e la pelle ancora più chiara, e quando bevo il latte mi sembra di bere lei. la amo da trentacinque anni. i miei genitori sono morti in questa casa dieci anni fa, e da allora ci abito da solo. vivo della loro eredità, e mi basta ancora per tre o forse quattro anni. dipenderà dai regali per Emi. io e Emi non ci parliamo mai.

            oltre al mio nome, ho anche un fisico, magro, e un vestito, scuro. le mani sono lunghe ma non suono il piano. piuttosto, traccio segni nell’aria. forse è per via di questi segni che le mani mi si sono allungate, in un tentativo. cerco di imitare dio quando creò il mio appartamento.

            a Emi non piace molto parlare, ma le piace fare l’amore. ogni giorno entrano maschi scuri dalla sua porta e riescono più chiari. piacerebbe anche a me provare, ma non so come si fa. credo sia molto diverso dal fus fus delle mie mani.

a me non piace cantare, cosa che invece Emi adora fare. la sento, quando va sul balcone: mi guarda e non mi saluta. quando c’erano ancora i nostri genitori, eravamo molto amici. poi sono morti, tutti e quattro. dovevamo andare anche noi a quella gita, ma Emi non stava bene, e io mi ero fermato solo per restare con lei. si può dire che il suo virus le abbia salvato la vita, e che Emi l’abbia salvata a me. credo che lei mi odi perché le ricordo i suoi genitori quando c’erano. credo di amarla perché mi ricorda i miei genitori quando c’erano.

            certe volte, quando viene sera, Emi mette un disco, sempre lo stesso. vorrei poterle dire che mi piacciono quelle canzoni, ma la lingua mi si graffia sul palato, la puntina si stacca, la musica si blocca. certe volte piango.

            oggi Emi ha un nuovo ospite. non l’avevo mai visto. sento che stanno litigando. preferisco non sentire e camminare la mia stanza, camminarla tutta come una donna, ne percorro lo scheletro della libreria, carezzo un libro, mi fermo a cercare di capire cosa c’è scritto dentro. segni, parole una dopo l’altra che non mi dicono niente di cosa c’è fuori. mi viene voglia di fare luce, apro le finestre, guardo sotto. potrei buttarmici, ma non sarei sicuro di morire.

            mi piacerebbe conoscere qualcuno per poterci fare l’aperitivo, ma non conosco nessuno, a parte Emi, e i locali da solo mi mettono paura. ci sono tutti quei rumori che non conosco, quelle vagine e quei peni che non conosco, quegli occhi lucidi di alcool, quelle sostanze che non ho mai provato. scommetto che Emi le conosce bene, e mi basterebbe andare da lei, e farmi portare. ma Emi non mi vuole parlare.