Archivi tag: storie dalluniversità

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IL PAIOLO

il paiolo era la pentola che usava mia nonna per preparare la polenta, ma questo è solo l’accezione secondaria del termine per me. il suo uso principale e principe è atto a indicare il generoso pronunciamento del fondoschiena, tipico di alcune donne. dicesi pantapaiolo ogni tipo di indumento che enfatizzi la forma delle chiappe onde creare una sorta di macrocollina che termini con un fondovalle dolce su cui possibilmente planare. nulla vieta di sovrapporvi anche il significato originario, e immaginare questo pantapaiolo – e il suo contenuto – caldo dopo interminabili girate di polenta sul fuoco.

un tipico esempio di pantapaiolo era quello che indossava Sara quel giorno. era famosa in tutta l’Università per la sua polenta generosa, anche se gli studenti si esprimevano più che altro in accezioni volgari e privi di fantasia verbale quali “superculo” “megachiappe” “cocomeri da paura”, per quanto almeno in quest’ultima espressione ci sia già uno sforzo di passare dal denotativo puro all’immaginifico verbale. Sara – dicevo – amava apparecchiare la sua polenta ogni volta con una tovaglia diversa, e il gusto ogni volta cambiava. sarà stata l’umidità che cambiava, ma il risultato del paiolo era sempre sorprendente, nuovo. il suo paiolo spandeva profumi gialli per tutto il corridoio di Palazzo Nuovo, ribattezzato per l’occasione Osteria da Sara. al suo passaggio, accorrevano numerose fronde di mosconi dal gusto facile, abituate a pizze al trancio con la mozzarella rinsecchita, quando la cucina di Sara era invece roba per intenditori.

quella volta che mi passò accanto, l’umidità era piuttosto elevata. fuori pioveva, e anche nei miei pantaloni il tasso di umidità era decisamente fuori dalla norma. quella volta ti eri fermata a chiedermi una qualunque informazione.

Sai dirmi dov’è l’aula seminari Taldeitali?

Terzo piano in fondo.

Mi accompagneresti?

ci conoscevamo di vista, avevamo frequentato insieme il cordo di Letterature disperate, ma non ci eravamo mai parlati, se non una volta per commentare la postura ridicola del professore, la volta che eravamo vicini di sedia. in quell’occasione portavi dei pantapaioli viola (esiste anche il plurale, sì), coperti da una gonna assassina, che non lasciava che intravedere il profumo della farina di mais lavorata alla grossolana, macinata a pietra e uscita dal mulino con ancora il profumo della terra e del verde. da quella volta non c’eravamo più rivisti, fino al giorno in cui mi hai chiesto di accompagnarti all’aula Taldeitali. una volta arrivati all’aula, il profumo che spandevi – un misto di macinato di caffè e granoturco, una voglia di correre per i campi e di stancarsi in fondo ai fusti dei girasoli – era davvero troppo per salutarti.

Che seminario stai seguendo?

Storia della lingua disumana.

ti ho seguito dentro. dentro l’aula e tutto il resto, e non ho ascoltato neppure una parola, e nemmeno i tuoi interventi quando alzavi la mano e poi la riabbassavi, perché mi concentravo sull’odore che ti scendeva dalle ascelle rotolando sopra il gomito e poi sul dorso della mano, e l’osservavo staccarsi dalle dita, e lo seguivo camminare sulle piastrelle increspate e prendere la strada dei muri, passare indenne sopra le scritte oscene e raggiungere la finestra e poi la strada.

e anche se dopo quel giorno non l’ ho più incontrata – era l’ultima lezione – e poi mi sono laureato e c’è stato il tempo della vendemmia e poi il vino era maturo – ogni volta che preparo la polenta e tiro fuori il paiolo, ripenso a quello di Sara, all’improbabile volgarità dei culi attuali, così agghindati e sovrastrutturali, culi metropolitani che passano veloci e non si fermano mai, quando il paiolo di Sara era lento e a portata di mano, inaccessibile e disponibile al tempo stesso, e conteneva una tradizione gialla granulare che si è persa a discapito di una serie pressoché indistinguibile di culi stampati in serie in jeans tutti uguali. ecco perché rimpiango i sapori di una volta e diffido delle polente precotte come dei cibi preconfezionati, e ogni volta che penso all’amore, credo che valga la pena di cuocere e girare almeno un’ora.



ancora da rileggere e mettere a posto, quando avrò tempo…