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Visto dall’alto

acetobalsamico&olioByGiallo
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Visto dall’alto
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Dalla terrazza
assisto ai cambiamenti
dei tetti in cui m’imbatto
con lo sguardo. Sono costruzioni
progettate per durare
il tempo che basta,
e cambieranno prima le mode
nell’architettura durante l’erosione
(sopra la tavola nel piatto
i resti di una tarda colazione:
pozze d’olio, fiumi di soya, letti di senape).
Se mi concentro e ampio lo sguardo,
assisto a una mutazione dei cieli:
per primi incontro i campanili
d’oro dei templi erti sopra Bangkok,
ma se oriento la testa verso sinistra
si apre un campo lunghissimo
su Ueno: il resto di Tokyo
è celato allo sguardo
(ciò che emerge
sono fitti alberi scuri
su cui svetta il rosso di ciò che
alla mia distanza potrebbe
essere un tempio come una schiera
di aceri rossi).
Ogni volta che richiudo e apro
gli occhi una nuova
civiltà si stende con le sue
tubature interne ed esterne,
le grondaie, le antenne, i sudori
lungo le strade. I suoni
e gli odori da quassù arrivano
smorzati, come un caffè che sale
in un’altra stanza. Tu potresti
raggiungermi in ogni luogo di questa
infinita città che ancora
possiamo comporre.
Parte una musica
dalla terrazza accanto
ma non vedo niente, è tutto
nascosto dalla parete divisoria. Intuisco
gioie e preoccupazioni in base al tono
delle risate, a volte sincere a volte
isteriche, esternate più
per nervosismo. Potrebbero parlare
coreano, vietnamita,
thailandese, giapponese: arrivano
cenni, mormorazioni, colpi
di tosse tra un brano
e l’altro, poi la musica risale. Esplode
un tappo, un anniversario forse, o anche solo
la voglia di festeggiare. Inizio
quasi a comprendere
la lingua oltre il muro, quando suonano
alla mia porta. Un ultimo sguardo
all’orizzonte – adesso è una città europea,
Amsterdam, ma già diventa
Londra, e poi Berlino, e ancora
Vienna, Milano, Torino – mi abbottono
la camicia e vado ad aprire.
 
 
 
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fineottobre’17
 
photo by giallomoro©
text by giallomoro©
 
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Le condizioni necessarie

pianapadana by giallo
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Le condizioni necessarie
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S’aprono le condizioni
necessarie al cambiamento:
un merlo che s’affaccia e mette quasi
il becco sopra il vetro
appannato
della camera da letto;
il primo ghiaccio che ostacola
una reale chiusura dei serramenti,
e occorre spingere
più forte per sigillare;
l’intonaco che mette prima una crepa
e poi una serie di righe su e giù
come un elettrocardiogramma
e il muro è
da rifare o quanto meno
mettere in sicurezza;
un tentativo di scasso
da parte di un orso uscito
dalla riserva boschiva.
 
E si potrebbero enarrare
altri innumerevoli segni,
come
il bisogno
di una stanza in più
per scrivere la storia
di un ingrandimento;
l’inquilino di sopra che fa
troppo rumore;
la voce inadeguata del dirimpettaio
che non s’intona al pianoforte
appena acquistato.
 
Le condizioni sono mute
o parlano a seconda
di chi ascolta, e per altri versi
si potrebbe restare
nel proprio sguardo-casa-lavoro
fino a che morte non ci separi, ma
troppi segni tutti insieme ci
suggeriscono di cambiare.
 
Adesso che siamo sopra
le nuove fondamenta
– la casa ancora da costruire
i vicini da inventare e
soltanto qualche ciuffo d’erba che
emerge tra le zolle nude
intorno al cratere –
sembra sia stato l’intervento
di una civiltà più antica
a scavare a lasciare
il vuoto per i pilastri e la struttura:
così, mentre ci sfioriamo la fronte
per aggiustarci a vicenda i capelli
per via di un’improvvisa tramontana
ci guardiamo e poi guardiamo
il cemento armato, l’inizio dei lavori
pacifici e quello che sarà. Non abbiamo fretta,
abbiamo tutto il tempo del mondo,
abbiamo già venduto la vecchia casa
e per un anno dormiremo dove potremo
in ogni angolo della Terra
(non possiamo certo stare svegli
un anno di fila
senza chiudere gli occhi).
 
Dicono i lavori finiranno in anticipo.
Possediamo sufficienti
provviste ed esperienza
e quando torneremo dal lungo viaggio
la casa sarà pronta, la chiave adatta
a far scattare
la nuova serratura.
 
Ci dormiremo una notte
senza sporcare niente
con estrema cura.
 
Il giorno dopo
ripartiremo verso
nuove fondamenta.
 
 
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milano,primadecadedottobre,2017
 
photo by gianlucamoro, pianapadana
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