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Lapsus

scultura-dombra parmiggiani

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LAPSUS

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Se mi dai uno strumento nuovo, posso imparare. Se credi che suonare sia una soluzione, toglitelo dalla testa. Suonare ti può togliere il mal di testa se ce l’hai già, o fartelo venire se non ce l’hai, ma non pensare che sia la soluzione. Se mi dai uno schiaffo, posso imparare. E la prossima volta deviare la traiettoria, senza nemmeno bisogno di restituirtelo. Mi basterà evitare il tuo lato della strada. E se la strada sarà troppo stretta? Ti camminerò sopra la testa senza pietà. Non mi volterò e non starò a sentire le tue grida d’aiuto dopo che hai provato ancora a schiaffeggiarmi. Ci saranno altri odori, di bucato, di bruciato, col vento di fine febbraio che già preannuncia la stagione nuova e nuove prospettive da cui guardare l’incrocio. Camminerò sopra le auto parcheggiate di traverso sui marciapiedi, non risponderò agli insulti e non mi volterò. Spedirò quella lettera che avevo tenuto in tasca da anni dentro quel libro, mi ricorderò di quanto amavo innamorarmi, arriverò in fondo al vicolo cieco e suonerò al primo campanello dell’ultimo piano dove c’è una luce accesa. Vedrò l’ombra della sagoma che si sposta, alla finestra, e poco dopo la porta si aprirà, senza che nessuno chieda “Chi è”.

(milano-libreriaLapsus, 14.2.18)

(photo: Claudio Parmiggiani art work)

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A4

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A4
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Non è detto che il verso
sia la soluzione. Certe volte
meglio una nota
di pianoforte edibile, mangiarsi
il suono che esce
dalle corde tremolanti, eppure
così forti – è cedro giapponese
è arancio libanese – non è detto
che amarsi sia la liberazione, ma
certo meglio di un carcere
nel grattacielo con l’ufficio
a vista sul lavoro operaio e le formiche.
Le nostre amiche in comune
hanno tutte un aereo da prendere,
o un figlio
bianco A4 sopra cui annotare
la lista delle imprese:
al numero uno, la sopravvivenza
al numero due, la respiranza
al numero tre, la delittuanza.
Non è detto che la città
sia meglio del paese, ma di certo
il concerto a cui hai partecipato
valeva la pena, con l’auditorium
gremito, e non erano formiche e le
vedevi bene dal palco
mentre cantavi già nel mito il tuo monologo
di principesse liberate da casati e sudditi
verso l’amore caseario, versato nel caffè
guardantoti allo specchio nel camerino,
la tazza grande ancora calda, il fumo
sopra il vetro, lo spannamento, il riconoscimento,
qualcuno che ti sembra comparire nell’immagine,
alla giusta distanza, alle tue spalle.
 
 
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mi11.2.18

Le dolci premure

german
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Le dolci premure
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Premurarsi di cantare
almeno una volta al giorno
 
Enumerare
le incontabili volte in cui
si è desiderato
andare
 
E senza un motivo preciso
e con un chiaro intento
passare all’indicativo:
hai cantato
sotto la doccia
trasparente
coi germani popolari
hai contato
le volte
in cui ti desiderasti
più di ogni altra cosa
mentre ti trovavi a grande distanza
da te, oltre gli astri
conosciuti e interpretati come
semplicistico destino
da un giornale scandalistico
aperto
sulla colonna dell’oroscopo
tra un sudoku e una barzelletta
che non faceva ridere
 
 
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mi.10.2.18

Di fronte allo scrittoio infranto

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Di fronte allo scrittoio infranto
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Ogni cambiamento ci rende un po’
più vicini e lontani
dalla morte. Pensa alle favole
che sbattono sui vetri
mentre tenevi la finestra
chiusa, pensa alle fusa
del gatto che chiama
dal cortile mentre
l’inquilino di sopra
canta una melodia
tra lirica e pornografia.
 
Di fronte allo scrittoio infranto
scrivere a terra, coi piedi e con le mani,
sul pavimento gelido, scrivere con la bocca
sul corpo
del reato ancora caldo, se per reato
intendiamo
decidere di vivere, innamorarci.
 
Le persiane del palazzo di fronte
che sbattono e risbattono,
le ciglia di uno dei due,
la meraviglia
di un nuovo giorno
che non si era chiesto
insieme, le api ai pascoli
i mieli sulla credenza, dal letto
l’approssimarsi, dilazionabile,
della colazione.
 
 
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milano16.10.17

Le architetture fuori città (vol I)

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Le architetture fuori città (vol I)
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La volta che ho sentito crollare
l’intonaco e poi i mattoni
nella camera da letto:
dal soggiorno lo scheletro
era ancora saldo, e i muscoli
si tendevano ancora a catturare
quel moscerino volante
per nutrire la pianta carnivora.
 
Ho lasciato gli operai
terminare
i lavori di abbattimento
e sono uscito oltre il cortile.
Ricordavo molte più abitazioni,
palazzi alti e bar lungo le strade,
l’ultima volta che ero uscito. L’ambiente
intorno era cambiato
come se non fossi passato
da secoli nel quartiere.
 
Ho camminato radente la costa
lungo l’oceano
leggendo i cartelli con le icone
antiTsunami
(Hiroshima lasciava ancora
il segno nell’acqua
nel nome di Fukushima).
Lungo la ferrovia
un gatto perlustrava i tetti delle case basse,
schiacciate dal sole. Una coppia di anziani
metteva fuori i tatami ad asciugare. Salutavano
con un cenno della testa
al mio passaggio. Rispondevo
chinando il capo e rivolgendo i palmi in fuori e all’insù,
in segno di apertura (sperando che fosse chiaro).
Quando si è fatta sera,
mentre lanciavo sassi piatti in direzione dell’acqua,
il gatto si è strusciato contro
le mie gambe. Mi ha seguito fino al Tori, lasciandomi
da solo una volta arrivati al tempio. Un odore di cucinato,
un insieme di fiori e di pesci che non conoscevo,
proveniva da entrambi i lati come una canzone improvvisa.
L’estate non si era guastata, ma qualcosa se n’era andato.
Mi voltavo spesso all’indietro,
con l’aria di chi
si sente seguito,
ma a parte qualche monaco
non era chi mi aspettavo.
 
 
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unitedtownsofmilan,10.10.17
texture by gianlucamoro on giantropomorfo:
 
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photo: Gabriele Basilico, Rotterdam, 1986 © + Itsukushima shrine (Japan)

Le condizioni necessarie

pianapadana by giallo
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Le condizioni necessarie
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S’aprono le condizioni
necessarie al cambiamento:
un merlo che s’affaccia e mette quasi
il becco sopra il vetro
appannato
della camera da letto;
il primo ghiaccio che ostacola
una reale chiusura dei serramenti,
e occorre spingere
più forte per sigillare;
l’intonaco che mette prima una crepa
e poi una serie di righe su e giù
come un elettrocardiogramma
e il muro è
da rifare o quanto meno
mettere in sicurezza;
un tentativo di scasso
da parte di un orso uscito
dalla riserva boschiva.
 
E si potrebbero enarrare
altri innumerevoli segni,
come
il bisogno
di una stanza in più
per scrivere la storia
di un ingrandimento;
l’inquilino di sopra che fa
troppo rumore;
la voce inadeguata del dirimpettaio
che non s’intona al pianoforte
appena acquistato.
 
Le condizioni sono mute
o parlano a seconda
di chi ascolta, e per altri versi
si potrebbe restare
nel proprio sguardo-casa-lavoro
fino a che morte non ci separi, ma
troppi segni tutti insieme ci
suggeriscono di cambiare.
 
Adesso che siamo sopra
le nuove fondamenta
– la casa ancora da costruire
i vicini da inventare e
soltanto qualche ciuffo d’erba che
emerge tra le zolle nude
intorno al cratere –
sembra sia stato l’intervento
di una civiltà più antica
a scavare a lasciare
il vuoto per i pilastri e la struttura:
così, mentre ci sfioriamo la fronte
per aggiustarci a vicenda i capelli
per via di un’improvvisa tramontana
ci guardiamo e poi guardiamo
il cemento armato, l’inizio dei lavori
pacifici e quello che sarà. Non abbiamo fretta,
abbiamo tutto il tempo del mondo,
abbiamo già venduto la vecchia casa
e per un anno dormiremo dove potremo
in ogni angolo della Terra
(non possiamo certo stare svegli
un anno di fila
senza chiudere gli occhi).
 
Dicono i lavori finiranno in anticipo.
Possediamo sufficienti
provviste ed esperienza
e quando torneremo dal lungo viaggio
la casa sarà pronta, la chiave adatta
a far scattare
la nuova serratura.
 
Ci dormiremo una notte
senza sporcare niente
con estrema cura.
 
Il giorno dopo
ripartiremo verso
nuove fondamenta.
 
 
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milano,primadecadedottobre,2017
 
photo by gianlucamoro, pianapadana
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Tropic (la notte che incontrai il varano)

orecchio_08 per poesia tropic
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Tropic
(la notte che incontrai il varano)
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Esposta a un sole continuo
per dodici ore
proseguo nella notte del varano
acquattata
tra fuochi di sterpaglie
annottolata per mimesi alle piante
– il suono delle mitragliere
nella conta aerea
ancora incastrato
tra timpano e martello.
 
Le risaie sono lontane,
distano giorni e giorni di fame,
avrei bisogno di perdere
ancora di più l’orientamento
per collocarmi e capire
chi sono
io
dove sono
 
nel frattempo
 
mi espongo al rischio di una mutazione
etica, i calli ai piedi che si fanno squame
dal colore cangiante
come le decisioni,
cancello le orme perché nessuno
fiuti il mio amore
disperdo le tracce
fino a che scorgo in lontananza
le luci della prossima città.
 
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agostosettembre’017milanosud